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Sul pedale

Racconto di Alfredo Oriani tratto dal libro “La bicicletta” (a cura di Ennio Dirani, Ravenna, Longo Editore, 2002) - seconda puntata

Alla fine di luglio del 1897, lo scrittore romagnolo Alfredo Oriani partiva per un viaggio di due settimane in bicicletta, tra la Via Emilia e gli Appennini. Inventando il cicloturismo culturale.

Finalmente incontro una biroccia carica di carbone: le sonagliere dei tre muli battono gli echi, e il carrettiere canta sdraiato in cima all’ultimo sacco nero, immemore della discesa. È un romagnolo e un temerario.
– Quanti chilometri ancora per giungere alla punta del Carnaio?
– Sei.
– E la strada sempre così?
– Sempre.
Mi ha creduto già stanco, mentre salgo adagio per una pigra voluttà degli occhi.
Il sole sembra accendere qualche fiammella dentro le rotaie impresse dalla pesante biroccia, dove una ghiaia minuta e cristallina rimane scoperta. Ma una nota mi sorprende a poco a poco, la salita si allunga monotona, il silenzio si aggrava, la solitudine si rattrista. Ad ogni casa, che oltrepasso, è sempre lo stesso spettacolo, qualche bimbo sull’aia fra i polli, un cane annoiato che mi guarda, un uomo o una donna che si muovono adagio. Quassù il lavoro non urge come nella pianura: infatti le viti si fanno più rare e si allargano i prati, mentre non scorgo ancora che gruppetti di maiali fra poche pecore: nessuna capra dacché la legge forestale le proibì.
Ai primi di agosto su molti campicelli il grano verdeggia e su altri i covoni attendono: come verranno trasportati sull’aia? I montanari della mia valle se li caricano sulla schiena, invece veggo una specie di slitta con appena cinque o sei covoni dentro, e due vacche magre, che la trascinano su per un viottolo roccioso. Due uomini tentano col pungolo le vacche, che sbruffano.
È un quadro antico. Quante migliaia d’anni separano la mia bicicletta da quella slitta? Nemmeno io lo so, ma se un gruppo di viti lì presso non fosse maculato dalla poltiglia bordolese, mi crederei dentro a una vecchia scena bucolica.
Una bestemmia scoppia al disotto della strada, verso la quale ascendono penosamente altre due vacche trascinando un’altra slitta.
– Come va il grano quest’anno?
– Male.
– E coll’uva?
– Male.
– E i castagni?
– Male. Avrebbe una cicca?
Mi cavo di bocca lo sigaro per darglielo, mentre un lampo d’invidia brucia nell’occhio dell’altro contadino.
– Lei va lontano?
– In Toscana.
– Non sono strade da bicicletta le nostre; qui si fatica anche per tornare a casa colle mani vuote.
Eppure è giovane, forte e non fa che salire adagio pungendo le vacche nel fianco.
– Hai fatto il soldato?
– Sì.
– Come ci stavi?
– Male, ma non stavo qui.
Certo i ricordi delle città lontane lo perseguono quassù, sotto questo cielo così sereno, in questa aria così pura. Come gli parrà lungo l’inverno dentro la stalla, al caldo e senza una cicca! Egli mi accompagna collo sguardo appoggiandosi sul pungolo come sopra una lancia, ritto e bruno, senza cappello nel sole.

Rimonto in sella perché la strada si adagia comodamente sul crinale del monte per oscurarsi poco dopo dentro un bosco di castagni. Se ne avessi il modo farei colazione sotto queste ombre, ma secondo il solito non ho portato meco alcuna provvista. Non pertanto mi sdraio presso il lungo abbeveratoio di una fontana: essa canticchia, io fantastico. Debbo aver lasciato correre così quasi due ore, giacché mi rialzo intirizzito dall’umidore dell’erba, mentre un cavaliere barbuto sopra un alto cavallo moro passa guardandomi curiosamente: anche a me pare di riconoscerlo.
Sono alla cima; non so perché, ma speravo di vedermi davanti la bella distesa del Casentino, e invece la giogaia di Mandriole mi sbarra l’orizzonte; giù nel fondo della discesa, che precipita, vi sono San Piero e Bagno. Al trotto. Le svolte e le risvolte sono difficili, ma resterò in sella altrimenti questo viaggio in bicicletta diviene davvero un viaggio di pedone.

[...]

Oltrepasso Bagno, altro paesello egualmente sepolto fra i monti, quasi celebre per le proprie acque termali, lungheggio il suo nuovo cimitero, il più elegante e signorile fra quanti piccoli cimiteri io abbia visto, e mentre suona mezzogiorno ad una chiesetta vicina, attacco la salita di Mandriole. Quindici chilometri sotto un sole africano, su per un’erta serpeggiante, di una bianchezza che sfavilla.
La diligenza, che va da San Piero a Bibbiena, mi precede di un chilometro, non passa alcuno, i monti sono ancora selvosi. Calcolo che mi abbisogneranno quasi quattr’ore per toccare la cima, sempre colla bicicletta a mano, perché in tale incendio non immagino neppure la possibilità di rimontare in sella. Da parecchi anni malgrado la mia abitudine di girare nel sole, non mi è capitata più lunga e bruciante ascensione, la temperatura deve essere sui trentotto gradi e l’aria stagna. Non pertanto mi sento di buonumore: ristringo la cinta perché non m’impacci le gambe, mi scopro la fronte e salgo. A mano a mano la luce sembra purificarsi e il silenzio diventa maestoso: appaiono le prime roccie tagliate nei fianchi della strada, poi boschi di abeti ed altre roccie e prati senza una casa: appena qua e là, lontano, un fumo diafano ed azzurrino sale da una carbonaia, non un rintocco di campanaccio, non un muggito di vacca. È l’ora del meriggio accecante ed inerte nella propria vampa. Solamente un falco disegna al disopra dei monti larghe e pigre ruote colle ali che sembrano incendiarsi alle punte, ma il suo strido sottile si perde nel sereno. Come appare leggiero lassù! Infatti sento anch’io una leggierezza sollevarmi tratto tratto, mentre collo sguardo sfioro quasi volando ogni vetta, e il sudore mi cade dalla fronte a larghe goccie sulla strada.
Che importa? Da un pezzo non sono stato così.
Visioni di viaggi, avventure nel deserto, poemi lontani di paesi lampeggianti e roventi mi passano tumultuando nella fantasia, appunto perché sono così solo colla sicurezza di non incontrare alcuno. Ho perduto di vista la diligenza: chi altri vorrebbe salire con me a Mandriole nient’altro che per la voluttà di salirvi solo nella vampa del sollione? Eppure ero più stanco montando il Carnaio! Talora dalle roccie tagliate sprizzano raggi che mi colpiscono sulla fronte come bottoni di fuoco, poi mi batte sugli occhi improvvisamente la frescura di un folto di abeti appiattati nelle sinuosità di un burrone, quasi neri nell’ombra che sembra salire dal fondo. Gli uccelli saranno laggiù al fresco ciarlando sommessamente o sognando nel sopore lieve della siesta. Invece le lucertole spuntano fra i sassi spiando cogli occhietti brillanti: anch’esse sono innamorate del sole e sotto la pelle che luccica e rabbrividisce vibrano voluttuosamente, guizzano, s’inerpicano per incastrarsi ancora più in alto guardando.

Consulto l’orologio, non sono che le due.
Siccome la gola mi brucia dalla sete accendo uno sigaro, rimedio forse peggiore del male come quasi tutti i rimedi. La catena dell’Appennino adesso appare grandiosamente da ogni parte, creste nude o chiomate, fianchi scoscesi e deformi, che si urtano rientrando l’uno nell’altro quasi in un tumulto di tempesta subitamente pietrificata. L’uomo non vi si rivela che per la strada, senza uomini di quest’ora. Finalmente non mi ricordo più di nulla: salgo con passo rapido accarezzando tratto tratto la bicicletta coll’altra mano come se fosse un cavallo; sono libero, senza casa, senza scopo, senza vanità. Vedere e respirare come il falco che mi riappare sul capo, come le lucertole che compiono con delicata pigrizia la propria toeletta sulla punta di una scheggia, ecco tutto! Il paesaggio è troppo aspro ed ardente per mettervi dentro una figura di donna: mi riconoscerebbero esse in questo momento? Potrebbero comprendere che questo meriggio di deserto ha sensazioni più superbe dei loro amori, nei quali la vampa è sempre così effimera e l’ombra così equivoca?
Se la mia voce fosse altra canterei, ma brutta e stonata quale so di averla, non posso. Come tutto è bello! E io penso alla inutilità della nostra presenza nel mondo, che non vi aggiunge una bellezza e non vi scopre un secreto. La natura non ha miserie, distrugge rimanendo serena; l’uomo solo piange: ma quando egli pure sarà scomparso, la terra seguiterà a roteare intorno al sole ignorando come oggi il problema, che le abbiamo imposto coll’immaginarla creata da Dio per noi come un teatro per l’attore.

Improvvisamente la strada si appiana attraverso una curva di prato dall’erba fitta e minuta; quasi sul ciglio superiore una grande vacca bianca rumina sdraiata. Mi fermo a guardare i suoi begli occhi immobili, mentre altre cinque o sei vacche si voltano verso di me, nessun pastore le vigila, non si vede casa ove possano riparare di notte. La loro calma è così profonda che mi turba come la rivelazione di un’altra anima ancora immersa nel primo stupore della creazione. Quando mi distacco infine da loro, provo il dispetto che qualche altro viaggiatore vedendole in così ammirabile gruppo voglia probabilmente riprodurlo con una di quelle macchine istantanee, senza le quali i cittadini non vanno oramai più per la campagna. Pianoforte e fotografia, voce e sembianza egualmente inanimi e che nullameno bastano a tutti dacché la natura cessò di essere divina e l’arte divenne privilegio di pochi iniziati.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri.

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