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Periplo di Ferrara (parte seconda)

di Roberto Pazzi. Da “Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008)”, Bononia University Press, IBC 2008.
23 aprile 2009

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Oggi un volume raccoglie, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, una selezione di testi tratti dall’archivio di IBC, offrendo l’occasione di ricomporre, attraverso i frammenti delle singole voci recuperate, la storia culturale di una regione, dagli anni Settanta a oggi.
Aprendo il baule del passato ci si ritrova di fronte a parole non ancora ingiallite, a istantanee che ripropongono, in modo nitido, i fotogrammi di un’altra storia. Più sommessa, meno eclatante, in molti casi diversa da quella attuale. In certe costanti, invece, paradossalmente analoga.
Questo testo di Roberto Pazzi, poeta e scrittore, è stato pubblicato per la prima volta nel n. 6/1993 della rivista “IBC”.

 

Periplo di Ferrara
di Roberto Pazzi

Parte seconda

Presso il Volto della Biscia, c’era la porticina da cui fuggì il Tasso nel 1578, dopo avere scagliato il coltello verso un servitore perché credeva che lo spiasse; fu poi catturato e messo in carcere all’arcispedale di Sant’Anna per sette anni. A questo proposito suggerisco di andare al conservatorio Frescobaldi e farsi dare le chiavi dal custode – ho scritto sul “Corriere della Sera” un articolo di protesta per questo – per andare a visitare le carceri del Tasso, le quali sono in uno scantinato con una caldaia che riscalda le scuole. È interessante vedere questa segreta, questo orrendo posto buio dove il Tasso è stato sette anni, con la lapide che ricorda i versi inglesi di Byron. Ho pensato che in vita e in morte, Tasso ha la stessa sorte: in vita i ferraresi lo fecero pazzo, in morte continuano a considerarlo così.

Proseguiamo nella piazza oggi della Repubblica, ieri Vittorio Emanuele, la piazza del Castello. Lì De Chirico ha ambientato il suo famoso Le muse inquietanti. È una piazza la cui bellezza può ricordare certe piazze di Mantova, di Pisa, di Urbino, di Cortona, si sentono le città del silenzio, tutto è molto quattro-cinquecentesco. È anche il punto più alto della città (c’è un’erta leggera, di tre-quattro metri), perché il Castello sorse nel punto più elevato, il punto del potere. Il Castello ha la sciagura di ospitare prefettura e amministrazione provinciale e di essere visibile per meno di un terzo; si auspica che questi servizi governativi siano sloggiati al più presto [i restauri conclusi nel 2003 hanno restituito all’edificio i suoi spazi, ndr].

Il Castello è di una bellezza assoluta, non c’è visitatore passato di qua che non sia rimasto ammirato; per Carlo Michelstaedter e per Goethe fu l’unica cosa bella vista in città. Goethe non amò Ferrara, ci rimase forse per una notte. Michelstaedter si annoiò da morire, andò al Teatro Nuovo dove davano una scadente opera, vide gente male in arnese, con un’aria dimessa, sfaccendata, plantigrada; i morti che vivono nel mio romanzo sono ancora qui, insomma.

La qualità della vita in questa città non è all’altezza della sua grandezza monumentale; la gente è diffidente del nuovo, soporifera, calunniatrice, mormoratrice, pettegola, incapace di credere in qualsiasi suo cittadino che emerga: se emerge, è sospetto, inquietante, e lo emarginano, sono, cioè, diffidenti di una visione calvinista di ricerca del successo o di alacrità di lavoro perché significa rifiuto della loro resa fatalistica a una vita al cinque per cento. È veramente un male morale di questa città; mi sono interrogato molto spesso sulle ragioni, ma non sono facili da capire.

D’altra parte, bisogna dire che se la città è rimasta così bella, forse è anche perché la gente è in questo modo: cioè, dieci Donigaglia l’avrebbero distrutta; meno male che ce n’è uno solo e sta ad Argenta. Qui c’è terziario, agricoltura e un po’ d’industria, poca: c’è la zona industriale della Montedison o Enimont, credo che coinvolga tre-quattromila persone, forse di più. Avevamo una fabbrica di scarpe tra le più belle d’Europa, la Zenit, avevamo i dolci della Fis, fabbrica italo-svizzera che non c’è più. Non ci sono case editrici, le librerie stanno chiudendo, è fallita Spazio Libri, che era una catena di dieci-quindici librerie. Pare, però, che adesso riaprirà l’ex Taddei, ed è una consolazione; era una bella casa editrice negli anni Venti, che pubblicò De Pisis e Ravegnani.

Siamo comunque al Castello; direi di guardarlo dentro: ci sono sale interessanti e soprattutto il cortile. Si è così ritornati al corso Ercole d’Este, ma è rimasta invece inevasa la parte dal Castello ai Diamanti, che è splendida: ci sono palazzi, uno più bello dell’altro, scanditi da paracarri candidi e dalla meravigliosa proibizione di fare negozi e infatti non ci sono botteghe, non ci sono commercianti, e questo le restituisce tutta la sua nobiltà di via aristocratica e privata.

Altri gioielli da visitare in città: la Palazzina di Marfisa in fondo a corso della Giovecca, dove l’ultima discendente estense (siamo a fine Cinquecento - primi Seicento) viveva in leggende di amore-odio dell’uomo, con amanti che poi faceva fuori, ma l’immaginario popolare sui signori è maligno.

Da quelle parti sono anche interessanti, in via Mortara, l’ex Lazzaretto, che adesso ospita l’Università, e le case che gli estensi ebbero la lungimiranza di costruire, le cosiddette “case delle vedove”, che erano a disposizione delle vedove degli ex dipendenti e dei dipendenti della casa estense, e che oggi sono case per studenti.

C’era un’altra via molto bella, la via Voltapaletto o via Savonarola, che non è lontana rispetto alla zona di Marfisa e di via Mortara. Lì si può vedere il palazzo di Renata di Francia, oggi sede centrale dell’Università, dove la duchessa si ritirò una volta morto il marito, perché era calvinista e non poteva stare in castello. Di fronte al palazzo, c’è la meravigliosa Casa Romei, una casa tre-quattrocentesca rimasta perfettamente intatta, che va visitata. Ci sono anche, poco più avanti, la chiesa di San Francesco, costruita da Biagio Rossetti, e non lontano Palazzo Paradiso, antica sede dell’Università di Ferrara, dove è la tomba dell’Ariosto...

Ecco, io credo che questo periplo possa essere sufficiente.

Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

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