Salta al contenuto principale Salta alla mappa del sito a fondo pagina

Profumo di caffè nella Rhondda Valley

di Laura Caffagnini. Tratto da Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008), a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, Bologna, Bononia University Press - Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna, 2008.

24 giugno 2010

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Oggi un volume raccoglie, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, una selezione di testi tratti dall’archivio di IBC, offrendo l’occasione di ricomporre, attraverso i frammenti delle singole voci recuperate, la storia culturale di una regione, dagli anni Settanta a oggi.
Questo testo della giornalista Laura Caffagnini è stato pubblicato per la prima volta nel n. 2/2000 della rivista “IBC”.

Profumo di caffè nella Rhondda Valley
di Laura Caffagnini

I primi parmensi a prendere la strada dell’emigrazione vennero chiamati scimmiari. Lasciarono frazioni di Bardi, Bedonia, Borgotaro alla fine dell’Ottocento, e andarono verso oriente, i più arditi si spinsero fino a Mosca. Presero con sé un organetto e qualche scimmia intraprendente, inventando piccole compagnie di spettacolo itinerante per guadagnarsi i soldi del viaggio. Da Boccolo dè Tassi, municipio fino agli anni Venti del Novecento (quando fu assorbito dal comune di Bardi), si diressero verso Parigi, inserendosi nel settore degli impianti di riscaldamento e diventando noti come “fumisti”. Alle loro mani venivano affidati rifornimenti, manutenzione di caldaie e canne fumarie prima dell’avvento del gasolio. Altri corsero la via dell’America e improvvisarono i loro mestieri in diversi ambiti. Si riunivano a gruppi famigliari la domenica: un macellaio del Waldorf Astoria e la moglie sarta in un laboratorio di pantaloni, l’autista di Arturo Toscanini e una cameriera di hotel...

Il Galles, la regione più occidentale della Gran Bretagna, fu la destinazione della maggioranza degli abitanti della valle del Ceno. A una prima lettura sembra inspiegabile il fatto che fu preferito alla più vicina e ricca capitale, crocevia di popoli e lingue. In realtà qualche affinità legava gli italiani a quel popolo di ceppo celtico amante del canto e delle danze. I fuoriusciti da una montagna che non offriva sufficiente sviluppo economico e da una mezzadria che assorbiva gli scarsi frutti della terra, in quella “terra a parte” che combinava monti e mare, pascoli e miniere, trovarono la via per emergere. Nella valle del Ceno lasciarono mulini e campi estremamente parcellizzati che a malapena garantivano il sostentamento a famiglie numerose, osterie che offrivano vino e un piatto di minestra, stalle che contavano pochi capi di bestiame e ospitavano chiassosi firossi nelle gelide sere d’inverno. In Galles conobbero la fuliggine della Rhondda Valley, le nuvole bianche delle mandrie di pecore ondulanti per le colline e il pesce ricco di proteine del Mare del Nord. Qui si scavarono delle nicchie dove esercitare la propria creatività coniugando i sapori delle due terre.

In una regione dove era in espansione l’industria del carbone crearono dei luoghi di aggregazione complementari al pub, locale deputato alla vendita di birra e superalcolici aperto nelle ore serali solo ai maggiorenni. Prototipi del caffè italiano d’oltremanica furono i Bracchi’s shops, denominazione originata dalla famiglia proveniente da Grezzo di Bardi che fu tra le prime a emigrare verso il Regno Unito. Erano locali aperti a tutti durante il giorno, dove si poteva rimanere per ore bevendo una tazza di tè o caffè, una bibita, mangiando un tramezzino o un piatto di bacon and eggs. Ben presto i Bracchi’s shops si espansero in ogni zona del Galles, richiamando dalla madrepatria nuovi giovani, tra cui molti minorenni. Il loro esodo era motivato dalla ricerca di lavoro e fortuna, come quello che oggi si verifica dai Paesi più poveri del pianeta, ma non incontrò le punte di razzismo odierno. Anche allora era lavoro duro, che sfociava spesso nello sfruttamento. Era il caso dei ragazzi venditori di gelato, molti dei quali all’opera dalle cinque di mattina fino a sera. Oggi che sono ottuagenari ricordano ancora la grossa spatola con cui mescolavano la crema conservata tra blocchi di ghiaccio e il carretto che li portava a vendere quella leccornia costata ore e ore di sudore.

Ma gli italiani diventarono abili anche a cucinare il piatto forte e veloce avvolto dai gallesi in fogli di giornale e consumato mezzogiorno e sera: il fish and chips. Il pesce veniva acquistato al mercato la mattina presto, pulito e spalmato di una particolare miscela che attraverso l’azione della friggitrice otteneva uno spessore e una coloritura nuova. Anche per le patate era previsto un rito che si consumava nel retrobottega o nello yard, il cortiletto dietro il negozio. La domenica, giorno di chiusura quasi totale dei locali, escluse le ore di pulizia del negozio, era il tempo dedicato alla famiglia e alle celebrazioni nella chiesa italiana. Pranzo consumato insieme, riposo, passeggiate con il vestito della festa erano le sequenze che compivano la giornata.

Il ritmo della vita degli emigrati italiani nei primi cinquant’anni del Novecento fu intervallato dalle due guerre mondiali. Durante la prima, gli uomini maggiorenni con passaporto italiano tornarono a casa per combattere contro i tedeschi. Nella seconda, trovandosi gli emigranti su una terra a cui la propria patria aveva dichiarato guerra, si verificarono storie curiose. Come quella di un italiano che, internato in un campo di prigionia all’“isola dell’Uomo” (l’isola di Man) insieme ad altri connazionali, si trovò a essere sorvegliato dal proprio figlio che, nato in Galles, aveva passaporto inglese. Le donne e i figli minorenni erano rimasti nelle loro case, alcune avevano dovuto chiudere i negozi, ma non subirono gravi ostilità.

Al termine del secondo dopoguerra gli emigrati cominciarono a ritornare a casa in vacanza: gli anni di lavoro all’estero ne avevano mutato le condizioni economiche e il cambiamento interessò anche i luoghi di origine. Il ritorno, anche se temporaneo, significò una crescita economica per i paesi dell’Appennino, che videro in fretta l’apertura di nuovi sportelli bancari e l’edificazione di villette che venivano utilizzate come seconde case. La circolazione di auto dalla targa straniera e la diffusione di una nuova koinè, l’italiese, unione di italiano, dialetto e inglese, dipinsero l’altra faccia dell’emigrazione, quella di ritorno, che in molte valli del parmense importò anche la bevanda pomeridiana concorrente del caffè.

Attraverso gli orientamenti delle nuove generazioni cresciute tra le due culture si può misurare oggi il divario con i progenitori: mentre i primi emigranti tendevano a contrarre matrimoni tra conterranei e sognavano un ritorno a casa dopo la pensione, i loro nipoti hanno sposato più frequentemente donne gallesi o inglesi e anche il rapporto con la terra dei propri avi è mutato. La maggior parte ha preferito rimanere oltre la Manica e quando sceglie l’Italia come meta per le vacanze non visita necessariamente il paese dei nonni, anche se rimane forte il legame tra i parmensi residenti in Gran Bretagna, espresso nell’associazionismo e nella comunità cattolica.

Il rapporto con la terra d’origine dei pionieri dell’emigrazione ha assunto nel tempo modalità diverse: c’è chi non è più tornato, come quell’emigrante titolare di una catena di ristoranti quotati in borsa che mantiene un legame attraverso donazioni in denaro a favore della collettività, e c’è chi è tornato per sempre separandosi dai figli rimasti in Gran Bretagna. C’è anche chi ha lasciato la prima terra d’emigrazione per una seconda, come un ristoratore che a cinquant’anni ha iniziato una seconda avventura in Spagna, rilevando un esercizio commerciale di Marbella, impasto tra cultura italiana, gallese, irlandese e spagnola. E ci sono pensionati che oggi son tornati a coltivare il pezzo di terra che dovettero lasciare.

Il boom economico degli anni Sessanta e Settanta per la montagna parmense occidentale ha coinciso con il ritorno degli emigranti e l’investimento delle rimesse finanziarie. Oggi l’onda è passata e la nuova ricchezza viene riversata in luoghi che offrono maggiori servizi e opportunità. La crisi in cui le zone disagiate della montagna stanno attualmente dibattendosi ripropone la depressione di un secolo fa, con la differenza che la popolazione è passata da diecimila unità a qualche migliaia. Le famiglie non riescono a trovare sufficienti fonti di sostentamento sul territorio, anche se sono meno numerose di un tempo, e si inurbano. Si assiste più raramente all’acquisto della seconda casa in montagna e alla ristrutturazione delle vecchie abitazioni in pietra, che sono destinate a un lento disfacimento. Il calo demografico e la fuga verso i luoghi di produzione accrescono le difficoltà degli enti locali nella manutenzione delle infrastrutture e nell’erogazione dei servizi in zone molto estese e scarsamente popolate. Il fenomeno dell’emigrazione dalle zone depresse a quelle industrializzate, che negli ultimi trent’anni ha convogliato dal Sud al Nord del mondo milioni di persone, si è intensificato anche all’interno dello stesso Nord: un ulteriore indizio dello sviluppo a macchia di leopardo che l’attuale gestione del mondo sta producendo. Grandi concentrazioni economiche e finanziarie in esigui spazi del pianeta provocano l’accelerazione delle disparità sociali, la compresenza di cittadelle della ricchezza e baraccopoli: il frutto amaro della globalizzazione.

[“IBC”, VIII, 2000, 2, pp. 48-49]

Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

Commenti

commenti gestiti con Disqus