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La mia Resistenza

Testo tratto dal libro "Nazario Sauro Onofri. Giornalismo, ricerca e passione civile nella Bologna del '900" (a cura di Luca Pastore, Bologna, Pendragon, 2015).

Partigiano, giornalista e storico, Nazario Sauro Onofri, scomparso di recente, ha vissuto in prima persona, e poi studiato a fondo, le vicende che portarono alla liberazione di Bologna da nazisti e fascisti. A settant'anni da quei giorni terribili e felici, ascoltiamo il suo racconto.

Mio padre era un operaio con la terza elementare, mia madre era sarta, anche lei era arrivata alla terza elementare. Entrambi erano di sentimenti democratici: mio padre era repubblicano, mia madre genericamente di sinistra. Mio padre era un grande lettore, aveva una ricca biblioteca e io ho cominciato ad affondare le mani tra i suoi libri sin da quando ho avuto l'uso della ragione: conoscevo a memoria tutta la vita di Garibaldi a 12-13 anni, la vita di Mazzini, conoscevo a memoria l'inno di Mameli che sarebbe diventato inno nazionale. Sono cresciuto quindi nel clima risorgimentale e democratico che aleggiava nella mia famiglia.
La mia è stata un'infanzia difficile: non essendo iscritto al Partito nazionale fascista, mio padre è stato a lungo disoccupato e mia madre ci indottrinava spiegandoci che le nostre privazioni erano dovute al regime fascista. Ogni anno mio padre mi ripeteva: «Quest'anno sei andato a scuola, non so se potrò mantenerti agli studi anche l'anno prossimo». Tutto ciò mi ha dato un certo indirizzo e se si aggiunge che sono cresciuto nel clima risorgimentale con la figura di mio nonno garibaldino davanti agli occhi, si spiega perché si cresce con uno spirito che mi ha aiutato a sopportare privazioni che, oggi, i giovani non sopporterebbero.
Per il resto è stata un'infanzia tranquilla, normale. Sono nato alla Bolognina, un quartiere popolare di Bologna, poi andammo ad abitare in via Mascarella, allora una zona del sottoproletariato. Un'infanzia povera, modesta, ma bellissima: ero libero di giocare e di fare tutto quello che volevo perché i miei genitori, al lavoro tutto il giorno, ci lasciavano giocare in strada. A un certo punto, temendo che la strada ci desse brutti insegnamenti, misero me e i miei due fratelli in un educatorio gestito da suore nella chiesa di via Mascarella, angolo via Irnerio. [...] Dopo qualche tempo mi feci cacciare a causa di una filippica contro le suore, tornai così ben contento sulla strada.

Quando arrivò la seconda guerra mondiale, i miei genitori, che non avevano mai mancato di indottrinarci continuamente giorno per giorno, come la goccia che scava la roccia, ci spiegarono che la guerra non era giusta. Furono anni brutti.
A Bologna non avvertimmo immediatamente le conseguenze del conflitto, ma sapevamo che in giro per l'Europa si sparava e si moriva. Avevamo solo il problema dell'alimentazione perché tutto era razionato. Una famiglia operaia come la mia poteva solo comprare il cibo razionato, non poteva accedere al mercato nero perché i costi erano esorbitanti e allora... pane poco, minestra meno, grassi meno... Furono anni difficili, ma ero un ragazzo e li ho sopportati tranquillamente. Alla spensieratezza dell'età si aggiungeva però il timore costante della guerra. Finché la guerra arrivò improvvisa quando, nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1943, Bologna fu bombardata per la prima volta: una squadra di bombardieri inglesi fece cadere delle bombe su uno scalo ferroviario fuori porta Saffi. Ci accorgemmo così che eravamo davvero in guerra, che Bologna era in prima linea. La vecchia storia che la prima linea era dove si combatteva non esisteva più, la prima linea passava dalla nostra camera da letto.
Con i bombardamenti effettuati dagli aerei dotati di grande autonomia il fronte era dappertutto. Questa era la grossa novità. Immediatamente Bologna si spopolò. Molte famiglie sfollarono nei comuni della provincia, la mia non poteva e subimmo il bombardamento “grosso”, quello del 24 luglio 1943 che distrusse l'Archiginnasio, la chiesa di San Francesco, l'Hotel Brun. In quel momento avemmo la sensazione che la guerra ci aveva raggiunto e non potevamo più sfuggire. Fu una sensazione nettissima.

Il giorno dopo, però, per fortuna cadde il fascismo e fu un momento di allegria totale e generale. Noi abitavamo in via Marsala 22, al civico 30 c'era la lapide che ricordava la vecchia sede della Federazione dei fasci di combattimento. Per prima cosa mio padre (e io con lui) prese un martello e distrusse la lapide. Poi cominciammo a girare per la città, c'era il delirio di tutti i bolognesi contenti per questo evento. Nel mio stabile erano tutti operai, cominciarono a bere e anche io quel giorno assaggiai per la prima volta il vino. Per qualche ora non capii più niente, mi misero a dormire perché, essendo completamente astemio, bastava pochissimo... Fu un giorno bellissimo.
Nel periodo badogliano mio padre riprese i contatti con i suoi vecchi amici del Partito repubblicano, a cui era iscritto. [...] In questo periodo ho conosciuto alcuni suoi amici repubblicani, ho visto un mondo nuovo e ho capito tutte le cose che mio padre e mia madre mi raccontavano.
All'improvviso, crollò tutto. L'8 settembre 1943, questo piccolo mondo, per lui, crolla. Quel giorno non ero a Bologna. I miei genitori avevano conservato alcune amicizie con romagnoli di Mercato Saraceno, dove erano nati. Ogni tanto andavo a trovare questi amici e negli anni della guerra loro ci rifornivano di farina, salame, ogni volta portavo a casa qualcosa. L'8 settembre ero a Mercato Saraceno da parenti e quando seppi che la guerra era finita e che i tedeschi stavano invadendo l'Italia io, che non avevo ancora 16 anni, decisi che volevo subito tornare a Bologna. I miei parenti mi diedero un sacchettino di grano che misi in una valigia. Per fare il tratto in treno da Mercato Saraceno a Cesena impiegammo sei ore.
Arrivato a Cesena, vidi un mare di teste pelate: erano tutti i militari che non avevano combattuto, che si erano arresi e che dovevano prendere qualche treno per raggiungere le loro case. Così ho visto il disfacimento di una nazione. Fu uno spettacolo orrendo: vedere questi soldati che fino al giorno prima marciavano baldi e fieri, senza giacca, con i pantaloni militari e che cercavano una via di fuga è stata una cosa terribile.

Salii sul treno per andare a Bologna e, arrivati a Forlì, i soldati cominciarono a chiedere: «Dove sono i tedeschi?», e qualcuno scese. Arrivati a Faenza, di nuovo i soldati chiesero dove fossero i tedeschi e i ferrovieri: «Alla prossima stazione», e alcuni scesero. Arrivati a Imola non c'erano ancora i tedeschi e di nuovo i pochi militari rimasti chiesero dei tedeschi e i ferrovieri risposero: «Sono alla prossima stazione». Così il treno, che era gremito, si svuotò e restammo io e una decina di persone. Arrivati che era già buio a Tavernelle, stazione vicino a Ozzano Emilia, ci fermammo. Scesi e con la valigia in spalla, insieme ad altri, ci incamminammo verso la via Emilia. Non mi ero accorto che il mio sacchetto era bucato, così mentre camminavo perdevo tutto il mio grano.
Arrivammo sul ponte del fiume Savena al confine tra San Lazzaro e Bologna e finalmente vedemmo tre tedeschi che ci fermarono. I tedeschi, da lontano ci dissero qualcosa, qualcuno comprese che ci avevano detto di sgombrare. Tra noi c'erano sei o sette militari, uno propose di buttarli giù dal ponte e io fui d'accordo. Non so cosa mi era venuto in mente, il mio primo sentimento fu: «Benissimo! Buttiamoli giù dal ponte!». Facemmo qualche passo e un tedesco fece scattare il caricatore del fucile. Ci fermammo. Tra noi c'era un signore austero, con il cappello a “lobbia”, il cappello dei signori. Disse che dovevamo dare una dimostrazione di ordine e disciplina, se i nostri alleati tedeschi ci dicevano di sgombrare dovevamo farlo. I militari dissero: «Guardi che sono solo tre, ce la facciamo a buttarli giù», ma il signore rispose: «No! Vi ho detto che dobbiamo obbedire!». Morale: ripiegammo e ci mettemmo nel prato accanto alla strada.
Io appoggiai la mia valigia per terra, mi appoggiai alla valigia e mi misi a dormire. Nel cuore della notte sentii degli spintoni e degli urli, mi svegliai e vidi un'ombra con una pila che mi accecava e nell'altra mano una rivoltella. Urlava: «Dokument! Papiere!». Finalmente riuscii a capire che si trattava di un soldato tedesco e che voleva i documenti. Non avevo la carta d'identità, non avevo ancora 16 anni, ma avevo una tessera che mi serviva quando andavo a pattinare al Dopolavoro ferroviario. Diedi quella tessera, lui la guardò: non ci capì niente e io avevo i pantaloni corti così me la restituì. Con la rivoltella cominciò a bussare sulla mia valigia, io la aprii, lui aprì il sacchetto, prese il grano, lo annusò e lo buttò via. Questo gesto mi fece arrabbiare in un modo incredibile! […] I militari furono presi, incolonnati e condotti avviliti verso Bologna. Per qualche tempo sentimmo la cadenza dei loro passi, poi si persero nella notte. Io non avevo più voglia di dormire, non sapevamo cosa fare.

Alle prime luci dell'alba arrivò un camion pieno di catrame, salimmo e ci sporcammo tutti. Arrivammo a Bologna. Andai a casa e trovai chiuso il portone del mio stabile, da sempre tenuto aperto. Gli inquilini avevano preso misure di autodifesa per il nuovo clima politico. Raccontai a mio padre la mia piccola avventura e lui mi disse: «Sì, hai fatto bene. Ma adesso ci stiamo organizzando: cominciamo la resistenza». Capii che c'era da fare e dissi: «Benissimo!», anche perché se mio padre mi avesse detto che lui, come tanti, si sarebbe nascosto in cantina ad aspettare la liberazione, mi sarei arrabbiato. Per mesi, per anni aveva ripetuto che la guerra doveva finire, che era ingiusta, che i tedeschi erano i nostri nemici: nel momento in cui la guerra arrivava, mi pareva normale fare la guerra contro i tedeschi. Io fui iniziato così a quella che poi si chiamerà la Resistenza.

[Il brano è tratto da una videointervista a Nazario Sauro Onofri condotta da Luca Alessandrini e Luisa Cigognetti, registrata nel 2003 e conservata presso l'archivio audiovisivo dell'Istituto per la storia e le memorie del '900 “Parri” Emilia-Romagna di Bologna: www.istitutoparri.eu]

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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