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Rimini, lettera a un’amica

di Rosita Copioli. Tratto da Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008), Bononia University Press, IBC, 2008

15 ottobre 2009

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Oggi un volume raccoglie, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, una selezione di testi tratti dall’archivio di IBC, offrendo l’occasione di ricomporre la storia culturale di questa regione, dagli anni Settanta a oggi.

Questo testo di Rosita Copioli, poetessa e saggista, è stato pubblicato per la prima volta nel n. 6/1993 della rivista “IBC”.

Mia cara, quando devo parlare del mio luogo d’origine, mi accorgo che è difficile: più che raccontare il giro del mondo o le galassie. L’ingombro del tempo e degli affetti forma “un nodo avviluppato”, forse “un gruppo rintrecciato” come si canta nella Cenerentola di Rossini, un adriatico che insieme a Goldoni fu buon amico di Rimini. Ma qui non mi sento sempre nell’Opera buffa o nella Commedia. La memoria forma un glutine, un ostacolo davanti alla finestra che vorrei spalancare. Tutte le sensazioni si illuminano contemporaneamente, scintillano con mille echi e riflessi, e poi di colpo diventano una grande Ombra che mi avvolge: non è solo l’Ombra degli antenati, ma la mia: un’ombra segreta che mi fa velo e può rendermi spietata.

Mi hai chiesto chi creda domini questi territori. Ecco, credo che che il Tempo sia l’assoluto padrone di questo luogo. In nessun altro posto esso ha scavato, spostato, riempito buchi, sgranato vallate, livellato il mare e il suolo con tanti denti di cemento che si accavallano l’uno sull’altro come nella dentiera di un dentista folle: una protesi immensa che occlude e mastica e stritola la costa da Gabicce a Ravenna, la costa dove un’unica selva antica si spandeva, dalla Focara a Mesola. Il Tempo ha mutato gli abitanti con altrettanta velocità vertiginosa, rovesciando di colpo quello che da centocinquant’anni, ossia dalla fondazione dei Bagni di mare, qui è stato il suo stesso capolavoro: l’alternanza delle stagioni vive e delle stagioni morte. È vero che la pigra provincia, l’ovatta dell’ignoranza, la nebbia d’inverno oppongono ancora deboli resistenze al precipitare del Tempo in una Stagione Unica – colmata da fiere, divertimenti, convegni, mostre – e forse in futuro illuminata da soli artificiali. Ma è più vero ancora che sotto sotto è proprio lei, la provincia, la migliore alleata del Tempo, l’ispiratrice segreta della velocità che distrugge e costruisce instancabilmente schizofrenica, facendoti perdere tutte le coordinate spaziali e culturali, cambiandoti il panorama che stai osservando nel batter d’occhio che ti volti. E quanto rumore! Anche adesso, mentre soffia il Furiano sulla neve precoce che attutisce ogni suono, senti l’indomabile lingua, la chiacchiera della provincia italica, appendice dell’appendice che è l’Italia, che gloglotta, fischia, schiocca, sussurra, trasformando la realtà in illusione, l’unica creatura che dissolva la verità in cento costruzioni false.

Non so nemmeno, dunque, quando leggerai queste parole, se la provincia di cui ti parlo avrà ancora il suo Duomo. È l’unico mausoleo che amo perché, oltre a conservare i suoi enigmi, corrisponde a un’animalità marina della pietra e della forma, che esprime l’osso, il nocciolo dell’anima più invisibile del luogo. Non lo desiderava forse Leon Battista Alberti quando scriveva che “lo edificio è come uno animale”. Eppure, in uno dei migliori progetti di piani regolatori di Rimini, proprio l’architetto Giancarlo De Carlo sostenne che l’avrebbe potuto tollerare più che altro per convenzione, ma che personalmente avrebbe fatto tabula rasa di tutto, eccetto il borgo San Giuliano, per i suoi meriti anarchici.

Non so se cambierà quindi tutto: gli edifici, le persone, le strade. Pensa alla Flaminia e ancora più alla Superstrada di San Marino: tra poco supereranno la periferia di Capua quanto a ciarpame di terziario, capannoni, pubblicità versicolore per guadagni che le casseforti della Repubblica della libertà accettano di proteggere volentieri. Questa estate ho visto un documentario dell’altro ieri: anni Settanta. Da San Marino panorama su Rimini. Due fabbriche in tutto. Casolari di campagna. Mare aperto. Ci sono rimasta male. È proprio vero che il rischio peggiore è quello di abituarsi a tutto, e che noi abbiamo permesso che un paesaggio ancora affascinante come quello di vent’anni fa degradasse tanto, e quel che è peggio, che abbiamo quasi dimenticato il piacere del bello – salvo poi soffrirne il disagio e l’angoscia – e siamo rassegnati al brutto che ci assedia.

Non so nemmeno se perfino il mare e le colline del primo Appennino staranno sempre dalla stessa parte. Alla fine ti racconterò un sogno. Ora ti faccio un esempio. Questa mattina scendevo da Covignano, il “colle delle vigne”, fino a poco fa ombreggiato da una vegetazione antichissima di querce, lecci, da un sottobosco di erbacee così peculiari, che nell’Ottocento l’Urbani ci fece il suo erbario. È un’isola di tufo in un territorio di diversa natura geologica. Traforato di grotte com’è, lo puoi considerare un “luogo etrusco”, anche per quella sua capigliatura di piante italiche, e non tanto perché a Villa Ruffi fu scoperto l’unico deposito greco-etrusco di Rimini.

Molte delle antiche ville sono scomprse con la guerra, sostituite da altre moderne, o da discoteche che costringono campi e strade a depositi di lamiere. Quel luogo ospita tre santuari: il più antico di San Lorenzo a Monte, dov’era un tempio romano; quello medievale delle Grazie, voluto dai Belmonte; e quello quattrocentesco di Santa Maria in Scolca, San Fortunato; vi restano delle terme e fonti romane – e lì ecco Bandiera Gialla –; alcuni insediamenti preistorici – e sopra l’elefante del Seminario che schiaccia tutta la pendice –; qualche costruzione malatestiana – e l’anno scorso l’unica di Malatesta Ungaro è stata demolita di notte –. Molte baracche e chioschi abusivi, tollerati per ragioni politico-clientelari, sono diventati definitivi, conferendo il tocco di straccioneria che mancava, e questa estate in due giorni sono riusciti a montare sotto il palazzetto Spina una compravendita di usato con latte e bandierine bicolori, completando la cintura di cemento e ferro che stringe la base di Covignano, degna guarnizione per l’antica stradetta che amenamente si inerpica di lì, sotto il largo ponte grigio dell’autostrada. Ma non è e non sarà finita qui. E fra parentesi: sai che fra la chiesetta sconsacrata del Crocefisso e le Grazie sorgerà un grande giardino? Dicono che assicurerà una fioritura al mese, non so con quali essenze nostrane ed esotiche. Nel frattempo però le ruspe hanno rivoltato la terra, sradicato le erbacee, come del resto altrove: mi dici che razza di giardinieri sono se non si curano di queste distruzioni e snaturamenti? Ma torno a quello che ti volevo raccontare: mentre scendevo e oltrepassavo quella chiesetta, con la coda dell’occhio ho intravisto una gru da demolizione incombere sul rudere medievale che pochi metri più in su la sovrasta. Oggi, quando tornerò, ci sarà ancora? D’altra parte, proprio sulla piazza Ruffi, che così sarà deturpata per sempre, è spuntato un palazzone – “ricostruzione per eventi bellici” dice il cartello – che dovrebbe sostituire la piccola foresteria dell’ex villa Danesi.

Oltre a Covignano, un’altra collina mi sta a cuore, quella di Riccione. Lì è peggio. Ormai posso tornarci solo con gli occhi della mente. Le due ultime volte che mi ci sono recata, la prima con due amici poeti, la seconda con Federico Fellini, sia i primi che il secondo mi guardavano con gli occhi sgranati, perché minuziosamente resuscitavo un paesaggio con i suoi abitanti, dal medioevo a oggi – un paesaggio, bada bene, che è vissuto fino a pochissimo tempo fa – e loro proprio non vedevano niente. Tutto disgregato. Loro vedevano solo il rudere smozzicato del castello degli Agolanti, e più giù una colata di villone accatastate sorte d’un colpo nella speculazione di un noto palazzinaro forlaniano, con sopra e sotto, a destra e sinistra, discoteche e baracche che ti gonfiano gli occhi, impedendoti di conoscere una veduta che era unica – San Marino, Gabicce, il mare, perfino Cesenatico – perché quella collina ha – aveva – l’osservatorio più vicino a tutto: era una campagna morbida, a campi e giardini; alta, ma con un declivio dolce quasi subito sul mare. Ho deciso di non tornarci più perché mi dà dolore. Ma tu che non ci sei legata, prova ad andarci. Ti consiglio di raggiungerla seguendo la teoria delle pievi che da Verucchio, anzi da sopra la vallata del Marecchia, giunge al Conca, terminando oltre il promontorio di Gabicce, che chiude l’arco di un golfo impercettibile. Boschi sacri, fonti, are sacrificali, poi templi romani e crocicchi, e poi ancora edicole cristiane, letti di santi, chiese bizantine e romaniche, monasteri rinverditi dai viaggi dei santi e da quello di San Francesco: San Leo, San Marino, Sant’Igne, San Michele, Sant’Ermete, San Lorenzo, Santa Aquilina, San Fortunato, Santa Maria in Cerreto, San Martino monte l’Abbate, San Lorenzo in Correggiano, San Salvatore, San Martino in Arcione – che dopo il terremoto del 1786 fu riedificato nel paese, sulla Flaminia – Sant’Erasmo di Misano, Santa Lucia, San Giovanni... Ecco, da San Martino in Arcione, dov’era piantata la quercia che segnava l’orientamento dei naviganti, forse le nostre antenate avevano capito perché si doveva glorificare Mater Matuta, il cui culto, chissà, era sbarcato a pochi chilometri a est, proprio in onore del sole Oriente dal mare, un sole che spunta per noi dietro Gabicce: e a Santa Marina di Focara l’avrebbero portata i marinai greci di Focea.

Sull’Adriatico l’unica dedica a lei è stata trovata nel Conca. E sai se anche qui l’avranno associata a Ino Leucotea, a Fortuna Fors, a Uni, a Thuran, a Venere, e perfino a Diana? Non immagini quanto io tenga a lei; fra lei e mia madre ormai c’è poca differenza. L’ho spiata in tutte le figure aurorali fino a Usha e a Elena. Credo che in Italia lei dovrebbe essere “la dea”, la Prima Dea, la madre degli inizi, colei che come Giano dà principio al tempo, e che matura ogni cosa. È sempre lei che spande il velo della grazia sul mondo. Il nostro calendario ne insegue i ritmi perpetuamente. Quanti travestimenti ha preso nei secoli del cristianesimo! I nostri marinai non hanno fatto che pregare lei, che è l’alba. Un marinaio mi ha concentrato in queste parole la morte del fratello: “Mio fratello non vedrà più l’alba”. Perché per gli Adriatici di questo preciso punto l’alba è stata l’essenza della vita.

Vedi, non resisto alla tentazione di rintracciare le prime forme del pensiero, degli usi, dei rituali, dell’anima – in tutti i sensi di questa parola: coincidono sempre con la materia quotidiana che ci alimenta – dentro le costellazioni simboliche. Sulla costa distingui la forma mentale del contadino o di chi è legato alla terra, da quella del marinaio o da chi è attratto dal mare. L’uno parsimonioso, chiuso, invidioso, l’altro generoso, solidale, di una selvatichezza salata. L’uno pieno di precauzioni, l’altro resistente all’infinito con cui il suo occhio si misura. Lo so che sono parziale: io tengo per i marinai. E comunque in genere le due parti sono così mescolate che convivono in ciascuno e le riconosci solo quando litigano. Gli autoctoni sono così. Gli importati lo diventano subito. La gente nuova – europei, nigeriani, senegalesi, albanesi eccetera, e soprattutto i giovanissimi – non so quando lo diventeranno e se lo diventeranno.

Nonostante quello che ti ho detto all’inizio, credo che l’avvenire conserverà inopinatamente l’arcaico. Il problema è come (e naturalmente, prima: quando, dove, perché).

Sono convinta, per esempio, che la maga Folia nelle sue reincarnazioni possa avere un futuro. Così denigrata da Orazio – che preferiva i ragazzini, mentre la accusava di tribadismo – probabilmente lei era una discendente delle Tessale che sbarcarono nel Riminese (lei al fondo Fogliano, a Riccione). Erano le uniche maghe in grado di tirare giù la luna dal cielo: la peggiore catastrofe che possa accadere, perché quando la contemplazione della luna ci è tolta, il mondo perde così il bello, l’immaginazione, la fonte e la linfa della crescita e della primavera. I versi di Orazio ne fermano l’evocazione:

O rebus meis

non infideles arbitrae,

Nox et Diana quae silentium regis,

arcana cum fiant sacra

E quanto sarà esteso il culto di Diana a Rimini, tu lo saprai certo meglio di me. Un’altra sua compagna, Dipsàs l’assetata, aveva due pupille per occhio, quindi era dotata di doppia vista, poteva trasformarsi in uccello, far gocciolare sangue dalle stelle, richiamare in vita gli antenati. Forse entrambe erano discendenti delle Pelasghe, delle Amazzoni venute dal Ponto, il mar Nero remoto. Saranno le loro discendenti a far vendetta di quei populares dalla mente squadrata, quei soldati contadini che han riempito le coste a scacchiera? Eccoti infine il sogno. Una neve altissima, levata dalla luna, colmava tutto dal mare all’Appennino, fondendo le spume dell’Adriatico in un bianco immenso. Allora su grandi cavalli le donne tornavano a salire i monti, combattendo gli uomini trasformati in lupi, combattendo coloro che avevano tradito la luce, le erbe, la luna, e la loro madre, l’aurora amante.

Vale, nel nome di Diana

 

Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Mascia Foschi.

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