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Fra Romagna e Toscana

Racconto di Mario Vianelli tratto dal volume “Alta Via dei Parchi. Un lungo cammino nell’Appennino settentrionale” (a cura di Enzo Valbonesi, Monica Palazzini, Antonella Lizzani e Maria Vittoria Biondi, Portogruaro, Ediciclo Editore, 2012) - seconda puntata.

Giornalista, scrittore e fotografo, Mario Vianelli ha raccontato il suo percorso a piedi lungo i 500 chilometri che, fra Berceto, la Verna e Carpegna, in un continuo saliscendi, congiungono gran parte dei parchi appenninici dell’Emilia-Romagna.

Il sole arriva come un balsamo benefico: calore e colore avvolgono la vallata dove appare il Molino dei Romiti e, poco dopo, una sorta di terrazzo naturale che offre la veduta migliore della Caduta, la cascata più famosa dell’Emilia-Romagna. Il fogliame autunnale incornicia i fili d’acqua che scendono a balzi i gradini del grande salto. Ma nelle stagioni piovose il torrente precipita riempiendo la valle del rombo profondo che gli è valso fama eterna attraverso le parole di Dante, che paragona il frastuono del Flegetonte, infernale fiume di fuoco che precipita dal ciglio del settimo cerchio, al rumore della cascata che aveva veduto presso i Romiti, probabilmente durante il suo cammino di esule che lo portò a Forlì e poi a Ravenna.
Poco più avanti si arriva al guado del Fosso di Ca’ del Vento, ai piedi della cosiddetta “cascata piccola” che si riflette in una vasca trasparente bordata di foglie morte ammucchiate dalla corrente: luogo di raccolta bellezza, che ho la fortuna di vivere nella solitudine di un giorno feriale d’autunno. Da lì una ripida salita porta direttamente al pianoro dei Romiti, sospeso sopra il gradino della cascata, dove forse, come suggerisce il nome, si trovava un eremo alle dipendenze dell’abbazia di San Benedetto. L’unico segno di una passata presenza umana sono però i ruderi di vecchie case rurali che si scorgono su un poggio a sinistra del prato.
Riprendo il cammino ai margini meridionali della piana, dopo aver attraversato il fosso dell’Acquacheta che qui indugia placidamente. Il sentiero sale ai ruderi del Sodaccio e continua su una bella dorsale con vedute superbe sull’altro lato della valle ormai completamente avvolto dalle tonalità rugginose dell’autunno, con le macchie brillanti di ciliegi e aceri. Altri ruderi che ci ricordano come la zona fosse popolata sono quelli di Cà Monte di Londa; da lì un viottolo che presto diviene una stradina porta alla sbarra del Crocione. In basso a sinistra si scorgono gli edifici dell’Eremo dei Toschi, oggi adibiti ad agriturismo e raggiungibili con una deviazione di una decina di minuti. Forse fondato da san Romualdo, pare che in seguito l’eremo fosse un ospitale per i viandanti alle dipendenze dell’abbazia di San Godenzo; la struttura attuale, molto rimaneggiata, conserva alcuni elementi pregevoli come il campaniletto a vela e il portichetto a due arcate. Soprattutto è molto bella la posizione.

Il tragitto dal Crocione al Passo del Muraglione è un’amena passeggiata su strada forestale e sul sentiero che corre in cresta sfiorando la radura di Fiera dei Poggi, dove in passato si teneva un mercato estivo del bestiame. È un giorno qualunque in mezzo alla settimana, di escursionisti in giro nemmeno l’ombra, ma il bar del passo è pieno di motociclisti vocianti e inguainati in tute fantascientifiche, intenti a bere birra; guardano incuriositi i miei scarponi impolverati e lo zaino come se lì, in mezzo all’Appennino, la stranezza fosse andare in giro a piedi. Dopo un panino e un caffè sono più che mai contento di riprendere la mia via lenta e silenziosa.
Lascio la Romagna e ritrovo il cammino di Dino Campana; davanti a me si staglia “la tellurica melodia della Falterona”, “che si gonfia come un enorme cavallone pietrificato”. Sono entrato nel bacino dell’Arno, fiume che nasce dai fianchi della montagna – ma sul versante opposto, dove domani ne incontrerò la sorgente – e percorre tutto il Casentino e il Valdarno prima di ricevere attraverso la Sieve le acque del Fosso di San Godenzo che scorre nella valle ai miei piedi.
Scendo attraverso castagneti curati come giardini, in piena produzione. Cartelli minacciosi vietano di raccogliere castagne e frutti del bosco; sacchi di iuta, trattorini col carrello e richiami che rimbalzano fra i tronchi rivelano il momento della raccolta, quando per qualche settimana i monti tornano a popolarsi e a riempirsi di voci. Attraverso antiche coltivazioni raggiungo l’umido fondovalle di un affluente del Fosso di San Godenzo, che scende a cascatelle. Poi in salita arrivo a Serignana, antico borgo con chiesetta dove, prenotando, è possibile fermarsi per la notte; mi aggiro fra gli edifici deserti: la posizione è bellissima e i restauri sono stati discreti e sapienti e hanno mantenuto l’armonia del luogo.
Il sole è ormai basso, i colori caldi e avvolgenti. Passo il cimiterino di Castagno d’Andrea e poi compare il paese dove un secolo fa, precedendo i miei passi, si fermò Dino Campana: “casette di macigno disperse a mezza costa, finestre che ho visto accese”. Ma come è diversa l’atmosfera, come sono belle e linde le case che vedo invece delle “stamberghe allagate” dove “i Castagnini attendendo il sole, aduggiati da una notte di pioggia”. Tutto il paese è nuovo perché nel secolo scorso fu distrutto due volte: da un terremoto nel 1919 e dai tedeschi nell’aprile del ’44, durante una serie di rastrellamenti e di stragi di civili inermi; a Castagno furono in sette a essere fucilati.
Boschi ininterrotti fino alla cima del Monte Falterona, che qui tutti chiamano al femminile; boschi ritornati nel dopoguerra e che un secolo fa non c’erano: “Su una costa una croce apre le braccia ai vastissimi fianchi della Falterona, spoglia di macchie, che scopre la sua costruttura sassosa”. Trovo da dormire in una bellissima casa fra i castagni e vicino al torrente.
Le strade del paese sono sventrate dagli scavi per installare il teleriscaldamento, e al ristorante gli unici altri avventori sono gli operai addetti ai lavori e un vecchietto che pare uscito da un dagherrotipo. Più tardi, bevendo un grappino, il padrone di casa narra di mitologiche raccolte di funghi, che sognerò nella notte cullato dalla voce dell’acqua.

Mattinata fredda e luminosa; “l’aria ride”. Dopo la lunghissima deviazione romagnola sono finalmente arrivato di nuovo ai piedi del crinale e La Verna non sembra più così lontana: è soltanto all’estremità opposta del Parco nazionale. Un sentimento mi accomuna al Poeta: “Guardo oppresso le rocce ripide della Falterona: dovrò salire, salire”. Ma il mio gentilissimo ospite si offre di accompagnarmi in macchina fino alla Fonte del Borbotto. Credo che per lui sia un pretesto per andare a vedere se il gelo ha risparmiato qualche porcino, ma ne approfitto volentieri anche perché oggi ho appuntamento con Nevio, unico funzionario dei Parchi con cui ho condiviso un pezzo del cammino, e così non ho bisogno di affrettarmi.
Saliamo incrociando a ogni tornante il sentiero che segue la linea di massima pendenza, di fronte ai canaloni del Monte Acuto dove si abbarbicano alberi scalatori; i colori dell’autunno invadono la valle come un’onda che ne discende i versanti, rivelando i fossi con strisce di ombra profonda. La fonte è avvolta nell’ombra e nel gelo. Nevio, con guanti e berretto in testa, sbuca fra gli alberi avvolto dal vapore come un cavallo al pascolo: ha preso un passaggio da un fuoristrada della Forestale attraverso la strada di Pian delle Fontanelle ed è un po’ che aspetta.
Ringraziato e salutato il mio accompagnatore ci mettiamo in cammino arrivando presto alla Gorga Nera, curioso stagno annidato nel corpo di un’antica frana colonizzata dalla faggeta. Oggi la pozza è rinomata, almeno fra i naturalisti, perché ospita una popolazione di rana temporaria, specie alpina presente nell’Appennino soltanto in poche località. Ma ci troviamo sul fianco magico di una montagna che ha sempre colpito la fantasia con la sua remota altezza, le sue foreste, le sue frane, i suoi boati misteriosi: qui attorno si addensano storie vecchie di secoli.
Emanuele Repetti scrive che: “Questa montagna è fra tutte quelle del nostro Appennino la meglio rivestita di annosi faggi che ne ricuoprono la sua folta giogana, mentre le fanno ala intorno ai suoi fianchi maestose schiere di eminentissimi abeti, e a loro servono di base selve continuate di castagni”. E prosegue citando una lunga storia di catastrofiche frane, fra le quali quella del 1335 raccontata da Giovanni Villani nella sua Cronica fiorentina: “lo scoscendimento [...] lasciò a pié della franata piaggia un profondo laghetto, che si chiamava la Gorga nera. Il qual gorgo appunto” nel 1641 “spaccandosi nella larghezza di un mezzo miglio toscano il soprastante poggio di Montefaino, non solo fu riempito dal monte franato, ma trascinando al basso col terreno centinaja di faggi, tutto il valloncello ingombrò di macerie e un monticello nuovo si formò, scappando fuori da quella colmata laguna molti pesci colla pelle nera, ma di carne bianchissima, ivi rimasti a secco”.
Frane e terremoti erano poi ritenuti collegati ai misteriosi “brontidi”, inquietanti boati tellurici dall’origine ancora non chiarita, che si sarebbero spesso fatti sentire attorno alla montagna. Sul piano puramente fantastico, invece, si tramanda che proprio alla Gorga Nera avesse la tana il temuto Badilischio, bestia dalle forme serpentine e con poteri soprannaturali come quello di uccidere con lo sguardo e di ingravidare le vergini; inoltre aveva il vizio di mangiare gli infanti e “non trovando alcuna criatura, o fiera, o altra cosa da potere attossicare, con uno strido fa seccare gli arbori, le piante, e l’erbe, che gli stanno intorno per lo fiato, che gli esce del corpo tanto pieno di tosco”, se dobbiamo credere alle parole trecentesche di Franco Sacchetti.

Sono contento di non essere solo; saliamo lentamente verso il crinale parlando dei Parchi e dell’Alta Via, delle difficoltà di dare un senso unitario a un cammino così lungo e così vario, degli immancabili lupi e della fortuna di avere foreste così belle. Sul versante toscano incrociamo la strada forestale che porta a Capo d’Arno, sorgente modesta per un fiume importante; e ancora una volta la voce del Poeta mi aiuta a districare sentimenti e luoghi: “E dolce mi è sembrato il mio destino fuggitivo al fascino dei lontani miraggi di ventura che ancora arridono dai monti azzurri: e a udire il sussurrare dell’acqua sotto le nude rocce, fresca ancora delle profondità della terra.”

Brani
Teresa - Fulvio Redeghieri
Ricercare - Jordi Savall
Le printemps - Natacha Atlas
Al dolce guidami - Gaetano Donizetti
Tosca - Fulvio Redeghieri
Perfume for winter - Fennesz
No Ceiling - Eddie Vedder

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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