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Sognando un viaggio clandestino

di Pino Cacucci. Da “Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008)”, Bononia University Press, IBC 2008.

2 aprile 2009

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Un caso editoriale e una continuità di presenza che hanno influenzato il modo di affrontare e di raccontare la conoscenza del patrimonio storico, la salvaguardia del paesaggio, la promozione della lettura, la stessa attività di ricerca di chi opera ogni giorno sul territorio. Il volume che nel 2008, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, ha raccolto una selezione di testi tratti dall’archivio di IBC, offre l’occasione di ricomporre, attraverso i frammenti delle singole voci recuperate, la storia culturale di una regione, dagli anni Settanta a oggi.

Aprendo il baule del passato ci si ritrova di fronte a parole non ancora ingiallite, a istantanee che ripropongono, in modo nitido, i fotogrammi di un’altra storia. Più sommessa, meno eclatante, in molti casi diversa da quella attuale. In certe costanti, invece, paradossalmente analoga. Nei contributi degli autori, degli studiosi e degli amministratori che hanno collaborato alla testata, si possono comprendere meglio le azioni più lungimiranti ma anche le occasioni perdute, distillando così, dagli alambicchi di ogni annata, una sorta di breviario. Un compendio che testimonia, oggi più che mai, la capacità di una istituzione pubblica nell’attrarre a sé, e nell’amalgamare, le voci più impegnate nella difesa di un patrimonio comune.

Questo testo dello scrittore Pino Cacucci è stato pubblicato per la prima volta nel n. 1/1995 della rivista “IBC”.

 

Sognando un viaggio clandestino

di Pino Cacucci

 

Un inverno strano, e non tanto per le temperature miti. È il cielo che mi inquieta: troppo terso, di un azzurro che a Bologna non è soltanto raro, è estraneo. Un cielo che, in certe mattinate – e mi sembra quasi una bestemmia – ricordava quello del Messico...

Quel giorno anche a Reggio Emilia c’era il sole, fuori dal Teatro Valli, e il paradosso stava nel fatto che, di solito, è la nebbia a evocare ricordi e ad avvolgerti in un velo di malinconia, ma guardando le foto di Tina, un bianco e nero dove miracolosamente il calore messicano emana più che dai rossi e i gialli di un tramonto a colori, quel sole all’esterno faceva dimenticare la pianura padana e, vagando nel silenzio ovattato delle sale, sembrava di sentire i suoni dei mercati, le voci di donne, le grida dei bambini, l’eco dei passi di una fotografa tra i patii dei palazzi, nei vicoli polverosi, sul selciato di una strada in salita... La donna di Tehuantepéc ha lo sguardo che si perde in lontananza, verso l’azzurro di un cielo emiliano solo più feddo di quello dell’Istmo, mentre Tina, seduta sulla porta della sua casa di Tacubaya, fotografata da Weston, potrebbe alzarsi e scendere la scalinata del teatro, per scomparire in fondo alla piazza.

Tra il materiale recuperato in questi ultimi anni dagli infaticabili amici di Pordenone, che hanno trovato a Reggio Emilia persone sensibili alla loro passione, ci sono molti reperti emersi dagli archivi di Mosca. Tina Modotti, nel ’34, risiedeva a Mosca e lavorava per il Soccorso Rosso Internazionale. Sappiamo che ha compiuto numerose missioni in paesi europei, sicuramente in Francia, in Belgio, in Svizzera, e Ungheria, Polonia, Romania, persino in Spagna, e aveva a disposizione vari passaporti, di nazionalità quasi sempre centro e sudamericane. Non ci sono indizi, però, che in quei pericolosi viaggi clandestini, portando con sé denaro e documenti per gli antifascisti alla macchia, sia tornata per una sola volta in Italia. Era partita nel 1913, a 17 anni e da sola, su un mercantile stipato di emigranti, per raggiungere il padre a San Francisco, una tra i milioni di italiani sparsi nel mondo dalla diaspora della fame. Per molti anni non sembra abbia sofferto di nostalgia, e nelle lettere a Weston, riprodotte nella mostra e che costituiscono il principale documento per conoscerla nell’intimo, non parla mai della voglia di tornare, di rivedere le montagne del Friuli, o le pianure emiliane... Perché, chissà, potrebbe essere stata qui, da bambina, quando il padre la portava alle manifestazioni del Primo Maggio, e lei, stando a cavalcioni sulle sue spalle, guardava l’oceano di bandiere rosse e di teste non ancora chinate al giogo della dittatura. Però, l’ultima notte della sua vita, quel 6 gennaio 1942, a Città del Messico, cenando con i pochi amici aveva rievocato l’Italia, sognando un viaggio clandestino attraverso frontiere cancellate dalla guerra.

Guardavo i documenti esposti nelle bacheche, e mi chiedevo se... 1934, ufficio di Elena Stasova, segretaria prima di Lenin e ora di Stalin. Tina ritira un passaporto costaricense, controlla i dati che ha già memorizzato da giorni, prende la busta con i documenti, i biglietti ferroviari, ascolta in silenzio le ultime raccomandazioni della Stasova. Questa volta sarà ancora più pericoloso, perché l’OVRA ha già tentato di catturarla a Rotterdam, nell’aprile del 1930, quando Tina era stata costretta a tornare in Europa, espulsa dal Messico con l’infondata accusa di avere attentato alla vita del presidente Ortiz Rubio e rifiutata dalle autorità statunitensi per le sue “attività sovversive”. Già dal febbraio del 1926 il Ministero degli Interni fascista aveva aperto un fascicolo a suo nome, incaricando gli agenti dell’ambasciata italiana a Città del Messico di seguirne le mosse. Alla questura di Udine la sua foto compariva addirittura nel “bollettino dei ricercati”. Tornare in Italia richiederà più precauzioni del solito, dovrà apparire come una innocua signora più anziana di quanto sia, dimessa, meno bella, meno attraente agli sguardi dei passanti... Nella città emiliana dovrà incontrarsi con un compagno anch’egli ricercato, un clandestino sfuggito varie volte alla cattura da parte della polizia segreta... L’appuntamento è nella piazza del teatro, lui si farà riconoscere per un libro che avrà in mano, un libro di poesie che cantano le nebbie e le piogge di queste pianure...

Chissà, potrebbe essere accaduto. Probabilmente no. In Italia Tina non è più tornata, a quanto ne sappiamo finora. Non con il corpo. Ma c’è comunque tornata da viva, perché queste sue foto hanno una vita propria, non sembrano neppure appartenere al passato, il Messico che lei ha ritratto è senza tempo, è lo stesso ancora oggi, nei villaggi di Oaxaca o dell’Istmo, nelle strade della metropoli, e combatte ancora contro gli stessi soprusi e con la stessa dignitosa fierezza. A Reggio hanno anche proiettato The tiger’s coat, del 1920, dove Tina è ancora un corpo in movimento, un corpo che a Hollywood erano disposti a pagare a peso d’oro se avesse accettato le parti da bellezza latina, sensuale e perversa, la versione femminile di Valentino. Rifiutò di mettersi in vendita, e rivedendo con Weston questo film, rideva divertita.

Ho ripensato a La rosa purpurea del Cairo, dove un personaggio della pellicola abbandona lo schermo e viene a sedersi in platea. Ma sarebbero così tante le domande rimaste senza risposta, da soffocarla di richieste al punto che scapperebbe subito, tornando sulla terrazza assolata dove Weston amava ritrarla.
Il prossimo inverno, sarà meglio che torni la nebbia. Che ogni luogo evochi i propri ricordi, senza fare confusione.

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Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

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