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Storia perfetta dell'errore

Testo tratto dal romanzo omonimo di Roberto Mercadini (Milano, Rizzoli, 2018)

Pietro è affascinato dall’ordine stabile delle forme, Selene è travolta dal caos esplosivo della vita. Come possono stare insieme due anime così diverse? E come farà l’uno a riconquistare l’altra, dopo averla persa? A rispondere è il primo romanzo dell’attore e scrittore cesenate Roberto Mercadini, che ha letto per noi i primi due capitoli.

C’è dell’errore nella ragione e c’è della ragione nell’errore.
È una cosa da capire bene.
Hō Jō Shigetoki, samurai del XIII secolo

1
Kenichi Ishida


Come forse già saprete, quello per conseguire il grado di ottavo dan nell’arte marziale del kendo è da molti ritenuto l’esame più difficile al mondo. Il motivo è presto detto. La percentuale dei promossi è nettamente inferiore all’uno per cento. Dato impressionante di per sé, ma lo è ancora di più se si considera che i candidati in questo caso non sono spaurite matricole, sprovveduti neofiti, giovinastri che non hanno ancora deciso che fare delle loro esistenze terrene e arrivano davanti alla commissione come plancton sospinto dalle correnti del caso. No, chi si presenta per conquistare l’ottavo dan si è già guadagnato il grado, appunto, di settimo dan. Vale a dire che è un uomo maturo (ha almeno quarantasei anni) e che pratica il kendo da molto tempo (almeno trent’anni); un tizio, in sostanza, che sa benissimo cosa vuole ed è seriamente determinato a ottenerlo.
Eppure la quasi totalità dei candidati viene impietosamente bocciata. Il novanta per cento dopo i primi due minuti, fra l’altro. Le ragioni per essere respinti sono varie e, agli occhi di un profano, potrebbero apparire persino bizzarre. Celebre è il caso di Kenichi Ishida: più volte campione del mondo nel kendo sportivo e, all’epoca dei fatti, istruttore presso la squadra di kendo della polizia metropolitana di Osaka, ossia la squadra più premiata in assoluto, una sorta di Real Madrid del kendo.
Durante l’esame, come parte della prova, Ishida dovette sostenere un combattimento contro un altro candidato. Sconfisse l’avversario. Ma, secondo la commissione esaminatrice, si batté dimostrando, parole testuali, «un eccessivo attaccamento alla vittoria». Per questo motivo fu bocciato. Tuttavia, comprendendo la giustezza del verdetto, non ebbe da eccepire. Per la cronaca, si ripresentò l’anno successivo.

Dunque, si diceva, come forse già saprete, o come magari avete appena scoperto, l’esame per diventare ottavo dan di kendo è straordinariamente difficile.
Ma Pietro Zangheri, nato a Rimini il 15 febbraio del 1988, è fermamente deciso a superarlo prima di morire.
Ecco, se vi viene da ridere, se pensate si tratti dello sproposito di un ingenuo, se credete sia questione di un immotivato slancio d’entusiasmo giovanile, forse non avete mai incontrato di persona Pietro Zangheri. Non avete mai osservato l’impressionante calma dei suoi occhi chiari, non avete mai notato la pacatezza risoluta dei suoi gesti e delle sue poche parole. Tantomeno siete stati suoi compagni di studi alla facoltà di Paleoantropologia di Ferrara, dove Pietro si è laureato, naturalmente, col massimo dei voti, nel minimo del tempo. Magari non avete frequentato con lui neppure il liceo classico Dante Alighieri e non avete mai assistito a una delle tante volte in cui la professoressa Altieri, inflessibile insegnante di greco, timore e tremore dei liceali tutti, diceva, melliflua, al nostro: «Ottimo Zangheri! Eh sì, è proprio vero: gli ultimi saranno i primi!», riferendosi, con non grande originalità, al fatto che Zangheri, per irrimediabili ragioni alfabetiche, stava in fondo al registro scolastico pur essendo, in modo cronico e conclamato, il primo della classe. Non siete neanche entrati nel dojo dove si allena e non avete visto la dedizione, l’attenzione, la sicurezza, la forza d’animo che mette in ogni gesto, per quanto piccolo. Non conoscete la sua calma, verrebbe da dire, quasi inquietante; il suo fermo e, verrebbe da dire, quasi irragionevole ricorso alla ragione.
Insomma, non avete visto né udito nulla di ciò che ha fatto guadagnare a Pietro Zangheri certi soprannomi, a loro modo anche affettuosi, come “l’androide”, “il cyborg”, “Blade Runner”, “Robocop”, “Ivan Drago”, eccetera.
Per carità, tutto questo non garantisce che Pietro raggiungerà la sua remota meta. Perché nulla può garantire un bel niente, a questo mondo. E, come si dice, se c’è una cosa di cui siamo certi, è l’incertezza del futuro. Se c’è una cosa che sappiamo, è che non sappiamo nulla del domani e, in molti casi, persino dell’oggi.
Per esempio, Pietro Zangheri non poteva sapere che quella mattina di maggio, verso le cinque, mentre lui se ne stava immobile, in ginocchio sul pavimento del suo soggiorno, con le mani appoggiate l’una sull’altra, i pollici uniti, intento nella breve meditazione, detta mokuso, che precede l’allenamento mattutino, non poteva sapere, dicevo, quello che era accaduto nella casa della sua compagna, Selene. Sembrava passato un piccolo uragano, tante erano le cose rovesciate per terra, rotte o ridotte in brandelli. Sì, un uragano: è a questo che avreste pensato stando accanto a Selene, stremata sul pavimento, quasi storditi dall’intensità del profumo sprigionato dalle bottiglie in frantumi.
Selene, altro personaggio notevole, era l’unica ad aver affibbiato a Pietro un soprannome del tutto diverso dai soliti, e del quale solo lei avrebbe saputo fornire una motivazione: “Belzebù”. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

2
L’alieno


Certo, può capitare a tutti di farsi prendere da un momento di rabbia, di avere uno scatto d’ira. Può capitare di battere i piedi, strillare e fare i capricci come i bambini. Può capitare agli adulti incalzati dalla frenesia, braccati dalle scadenze del lavoro, che di tanto in tanto lo stress passi il limite, che si perdano le staffe. Può capitare agli anziani in pensione, le cui arterie indurite cominciano a fare qualche scherzo, di sentire il bisogno di manifestare, in qualche modo, la combattività residua. Può capitare ai maschi, di cui si dice in quei casi, non si sa quanto propriamente, che il testosterone dia alla testa. Può capitare alle donne, di cui si dice in quei casi, non si sa quanto propriamente, che il ciclo influenzi negativamente l’umore. È naturale che capiti alle persone di successo, che, alterandosi, dimostrano quanto sono rigorose e severe, con se stesse in primis, e quanto hanno, di conseguenza, diritto di esserlo con gli altri. Costoro in tal modo ribadiscono anche di avere meritato il loro successo. Ed è altrettanto normale che capiti alle persone la cui vita è un completo fallimento, che in questo modo manifestano quanto sono frustrate e, di conseguenza, intrattabili e inadatte al lavoro di squadra. Costoro in tal modo ribadiscono anche di avere meritato il loro insuccesso. Secondo Dante si imbestialiscono tantissimo i dannati nel fondo dell’Inferno, che vomitano la loro collera contro il giusto giudizio di Dio, ma pure i santi in Paradiso, che furiosamente si rammaricano di quanto male vada il mondo.
Anzi, stando alla Bibbia, capita di arrabbiarsi persino a Dio, capace di accessi d’ira proverbiali e spettacolosi. Lo sa bene Selene, che ha una laurea in Lingue orientali e traduce dall’ebraico e dall’arabo. Sa bene, per esempio, cosa dice il Salmo 18:

E la terra tremò e si scosse,
traballarono le fondamenta dei monti,
sussultarono perché egli era adirato.
Un fumo salì dalle sue narici,
un fuoco divoratore uscì dalla sua bocca,
sprizzavano da lui carboni accesi.


Tuttavia si suppone che l’ira di ognuno di loro, bambini, adulti, anziani, maschi, femmine, dannati, santi, Padreterno, sia in qualche modo commisurata alla causa.
Invece Selene si era svegliata una mattina riversa sul pavimento del bagno e aveva ricordato. Aveva ricordato quello che era successo la sera prima, appena tornata a casa – un messaggio ricevuto sul cellulare, uno dei tanti. Aveva ricordato il tremore alla mano, prima leggero, poi più intenso, accompagnato da un formicolio e da un senso di oppressione al petto. Aveva ricordato poi una forza dentro di lei, che saliva e saliva, che spingeva come un animale che si dibattesse per liberarsi, e per liberarla. Aveva ricordato il telefono scagliato contro il muro e mandato in pezzi. La libreria rovesciata. Il vaso rotto. Lo specchio in frantumi. Il sangue sulle nocche. Le grida che le si affollavano in gola come a strozzarla. Aveva ricordato la rabbia che avanzava al modo delle valanghe. Quanto era durato? Cinque minuti, dieci, un quarto d’ora, un’ora?
Aveva ricordato di essersi accasciata, quando la tempesta aveva raggiunto la fine. Si era accoccolata a terra singhiozzando, a chiedersi cosa le fosse successo. Fino a che il sonno l’aveva vinta.

Dopo quella sera erano stati distrutti molti altri oggetti. Molte altre parole di rabbia urlate a persone spiazzate e sorprese fino allo sbigottimento. Con episodi che si susseguivano a ondate, come terremoti privati. C’era stato uno spettacolo teatrale interrotto gridando a perdifiato da un palchetto, con alcuni spettatori che, per un attimo, avevano pensato a un colpo di scena previsto dal copione. Sai, l’avanguardia...
C’era stato un coltello da cucina sfilato dal cassetto e puntato alla gola di Pietro.
E c’erano state visite mediche. E medici che avevano detto a Selene che, dentro di lei, c’era qualcosa che non era lei. E che quella cosa si chiamava IED, Intermittent Explosive Disorder, Disturbo Esplosivo Intermittente.
La diagnosi non era arrivata subito. Anche perché, per diagnosticare l’IED, occorre prima escludere una lunga serie di altri disturbi: il morbo di Parkinson, una lesione traumatica cerebrale, la tossicodipendenza. L’IED è una cosa senza volto, informe, che può essere descritta perlopiù per negazione, tramite ciò che non è. Consiste sostanzialmente nel reagire agli eventi con accessi di rabbia non motivati, non prevedibili e non controllabili. Ed è, per di più, un disturbo le cui cause non sono ancora chiaramente definibili. Anzi, si potrebbe dire che, da bravo mostro informe, l’IED non sia definibile in base a nulla neppure all’età in cui si rivela per la prima volta. Può comparire improvvisamente inserendosi in una fascia di tempo larghissima, dai sei ai quarant’anni.
Nel caso di Selene, era accaduto a ventinove.

Il Buddha, che di certe cose se ne intendeva come nessun altro, aveva spiegato a Pietro che, nel 1982, era uscito un film di fantascienza intitolato The Thing, La cosa: soggetto di John W. Campbell, sceneggiatura di Bill Lancaster. Nel film un alieno arriva sulla Terra. L’alieno uccide. Non ha una sua forma, ma assume quella delle sue vittime, nascondendosi dentro di loro. Non ha un volto, può celarsi dietro ogni aspetto, anche il più familiare.
Nessuno sa dove sia, né cosa voglia, né come pensi. Così rende impossibile sapere chi sia davvero, cosa realmente voglia e come realmente pensi chi ci sta affianco; generando un gorgo di paranoia che avvelena qualsiasi rapporto umano e impedisce le relazioni.
Nello stesso anno, il 1982, come aveva spiegato il Buddha, era uscito un altro film di fantascienza: E.T. l’extra-terrestre: soggetto di Steven Spielberg, sceneggiatura di Melissa Mathison. In E.T. l’alieno ha una faccia. Una faccia con due occhi. Occhi similissimi a quelli umani, con tanto di pupille e iridi. E ha un naso fra i due occhi. E quel naso, al pari del nostro, termina con due narici. Sotto al naso, poi, come non bastasse, ha una bocca formata da due labbra, di taglio orizzontale. Una bocca che sorride e si imbroncia, esattamente come le bocche umane. Di più: l’alieno ha due braccia, entrambe dotate di una mano con il pollice opponibile, ma il conteggio delle dita si ferma a quattro. L’extraterrestre è in grado di esprimersi, seppure in modo un po’ goffo, nella stessa lingua dei protagonisti, e i suoi tratti psicologici sono chiaramente comprensibili persino dai bambini, di cui diventa amico: la sua volontà è principalmente quella di tornarsene a casa sua, avendone nostalgia.
Al botteghino, c’è da dire, non ci fu storia: E.T. guadagnò circa seicentosessanta milioni di dollari e rimase primo in classifica per ben sei settimane, La cosa non andò oltre l’ottavo posto e racimolò appena diciannove milioni di dollari.
D’altra parte a un alieno informe è di gran lunga preferibile un alieno con due occhi, un naso e una bocca. Specie se l’alieno in questione è così gentile da esprimere la ferma volontà di girare i tacchi il prima possibile.
Il Buddha aveva fatto a Pietro questi discorsi durante quel famoso pranzo nella trattoria semideserta e sconosciuta di un paesino di campagna minuscolo e altrettanto sconosciuto. Era stato allora che, per la prima volta, Pietro aveva parlato a qualcuno della condizione di Selene, dell’IED e di quello che era successo poco dopo la diagnosi.
Pietro, dal canto suo, aveva seguito per un po’ le elaborate disquisizioni dell’amico sulla fantascienza degli anni Ottanta e su altri film, perlopiù precedenti la nascita di entrambi i nostri. Poi, a un certo punto, si era perso. Sarà stato per il gran peso che gli gravava sul petto, sarà stato per il vino rosso, con cui non era abituato a esagerare. Non fece, pertanto, particolari commenti. Non accennò neppure al fatto che, stando al suo aspetto, E.T. si poteva considerare un vertebrato della classe dei mammiferi e di un ordine molto simile a quello dei primati (aveva le mani): perciò era un essere terrestrissimo, ed estremamente vicino a noi umani. Pietro non disse neppure questo.

Ecco, se avessimo avuto l’intenzione di sederci insieme ai due e partecipare alla loro conversazione – conversazione che, d’altra parte, a causa di Pietro, ancora più taciturno del solito, rischiava di tanto in tanto di arenarsi – se avessimo voluto confermare e sviluppare l’ardita metafora proposta dal Buddha, avremmo potuto dire che l’alieno che, sì, in effetti, viveva dentro Selene, non assomigliava a E.T., ma alla Cosa. E soprattutto che, come quest’ultima, non sembrava avere nessuna intenzione di andarsene.
Era questo il motivo per cui Selene doveva aver pensato che la miglior decisione per lei fosse andarsene via. Ossia allontanarsi il più possibile dalle persone amate, prima che l’alieno potesse fare loro del male.
Ma forse, nascosti e protetti dalla sottilissima parete che a volte separa lettori e personaggi, prima di tirare conclusioni affrettate ci conviene tacere e proseguire.

[Estratto pubblicato per gentile concessione di Rizzoli Libri © - Tutti i diritti riservati]

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli e Rita Giannini. Lettura di Roberto Mercadini

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