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Il tempo delle piante

Poesie di Alberto Prandi tratte dalla raccolta omonima (Ro Ferrarese, Book Editore, 2010)

Il 21 novembre, come ogni anno, si celebra la “Festa degli alberi”. Per l’occasione vi proponiamo alcune poesie in cui queste creature silenziose sono protagoniste. Alberto Prandi vive a Carpi, dove lavora come insegnante.



Il tempo delle piante

Il tempo delle piante non conosce
i tuoi orologi.
Si muove con dita di ninfe, su vene
di umori, salive scivolose
e foglie crepitanti,
con mani lievi che accordano il legno
al cielo,
lo tendono leggere, lo crescono armoniche
per suoni elusivi, arcani,
sotto la cassa sonora della convessa volta.


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Il Parco Massari

                a Annalisa e Massimo

Per tutta la notte il vento gonfia
il cielo e le vele dell’alba e i sogni arruffati dei gufi
e soffia semi, polveri, granuli leggeri per fecondare
la città.
Dietro le mura cotte dagli anni graffia l’urlo sconfitto
dei gatti innamorati
e cadono sulla terra ingorda di pollini pensieri
che germogliano fiori e foglie e piante
e sembrano sfumare lievi vapori nel giorno che arriva.
Poi le tue parole diventano catalpe e farnie
robinie odorose e liriodendri di voci e tulipani
che gonfiano spostano il tempo,
che spingono le soglie dell’alba ai primi fiati
al bramito del bosco che si sveglia
e cadono gli ultimi stracci di nebbia sui rami
che inchiodano i cieli
e appare con la forza di un castello turrito
con le cento diverse guglie e torri e campanili
di tronchi e foglie
– nel silenzio che cristallizza l’attimo –
il Parco Massari.


[Parco Massari: parco pubblico con grande varietà di piante, situato nel centro di Ferrara. Progettato nel 1780 dall’architetto ferrarese Luigi Bertelli per il marchese Camillo Bevilacqua, il giardino era circondato da un muro di cinta, su cui si aprivano sette superbi ingressi, uno dei quali è ancora oggi riconoscibile. Verso la metà del XIX secolo i conti Massari, nuovi proprietari, modificarono tutto il complesso come un parco all’inglese]


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Questo novembre

Questo novembre si toglie la camicia
e la frutta raccolta respira vapori di nebbia
nel vimini intrecciato della tua stanza.
Nel viale gli aceri potati a due a due
sono amanti che si chiedono il perché.
Tu sai che le ultime foglie, rigide e nere,
sono pensieri che non cadono. Non vanno
oltre,
aspettano pazienti le voci nuove.


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L’olma di Campagnola

Tra le radici e il vento
cresci il tuo nome alle volte celesti.
Dalla tua pelle martoriata scendono
giu al buio come liquidi umori
le storie ciarliere di colorate cince.
                Concime di voci
per una terra in attesa.
Sotto le multiformi ombre seghettate
passano favole e leggende
e le lievi tracce dei tempi andati
– oscure all’occhio del viandante –
segnano strade e percorsi
per cammini di finta eternità,
per voci cicliche ermetiche all’uomo,
per un flusso di piccoli passi
che allargano cerchi di vita tra
linfe stanche e ruvide cortecce
popolate.
Maturi l’aria con un abbraccio di colori
e la tendi in uno sfrigolio di foglie
e schiocchi di rami, protesi ai venti
per le ultime avventure.


[Olma di Campagnola: antico olmo (ulmus carpinifolia) di oltre 300 anni, alto circa 28 metri, situato nel comune di Campagnola (Reggio Emilia). Il suo fusto ha una circonferenza alla base di metri 5,76. Ancora fornito di ricco fogliame e abbondanti linfe, si innalza al cielo con la forza e il vigore di un grande monumento vegetale]


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La tua corteccia

Se c’è una magìa
in questi alberi di marzo,
è sentire
il tuo nome quando si aprono.
Sarà la mia mano rugosa
la tua corteccia.


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Carpine

Nei giorni antichi davi il nome a grandi
montagne e a piccoli borghi,
a popoli migranti da lontano,
a gialle distese di boschi oracolari, crepitanti
i destini nei cieli autunnali,
davi le ruote ai carri, le lance ai celti,
e palafitte serrate alle insicure motte
e illustre riparo a falchi longobardi.
Nell’immensa famiglia vegetale guidavi
una rustica tribu di tronchi rozzi e ineleganti
di rami selvaggi e prepotenti
di foglie ruvide e aggressive nei duplici
bordi seghettati
e non profumavi la mielata malizia dell’acacia
l’aspro sentore del sambuco
l’acerbità vergine del mallo destinata
all’ebbrezza. Ma c’eri, e nella fatica eterna
di notte, umile, sostenevi i cieli declinanti
sulla terra, sulle mani di oscuri
carpentieri, fatti artisti sul tuo legno plebeo.
Ora da viali periferici, da parchi ordinati
e toelettati,
ricerchi nei cammini delle sere quelle strade
che ti portarono un giorno a ricoprire
con un ispido mantello tutto l’occidente.


[falchi longobardi: nello stemma della città di Carpi, posato su di un carpine, è rappresentato il falco con cui il re longobardo Astolfo cacciava]


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Pezzi di sogni

Di notte alla luce del buio, vedo staccarsi
pezzi di sogni dall’albero dei tuoi pensieri.
Come pagine intere di voci raccolte
e agitate, percorrono la stanza perdendo
frammenti, schegge, visioni e storie d’altri tempi.
Cadono sui tappeti, sui mobili, sul letto
– capsule di odoroso eucalipto –
si sfogliano dal tronco maculato
quali sottili, vergini cortecce d’altri mondi,
ondeggiano nell’aria chiusa di un’ora ferma,
pacificata,
e odorano balsami di terre australi, resine e
bacche di piante e spezie equatoriali, quando
ancora le tue parole
sembravano, alle mie mani, gli impossibili frutti
delle lontane Molucche.


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Morus alba

Quali file di saggi confuciani,
stanchi di storie e preghiere, di aspre contese
e dottrine,
gli ultimi gelsi, al tramonto, pensano
alla patria lontana, ai morbidi altopiani, ai lenti
cammini verso quel sole d’occidente.
E in un mondo di ruvidi olmi e rustici campi,
distendono ai bordi di case padronali
la loro esotica presenza
la tenera forma di more e foglie sapienziali,
la scienza antica di un Catai disperso
per rendere il tuo corpo morbido e frusciante,
serico mondo di pensieri lunari,
luce che s’offre come pelle dell’alba.


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I noceti di Fanano

                per Alfredo Gambaiani

Adesso che in altra forma
misuri i tempi e le distanze conosciute
e ad altre geografie libero lasci un tuo
improbabile futuro,
il vento cammina coi tuoi passi
tra i noceti di Fanano.
Tra pioggia e sole il tuo nome
indurisce la pietra e stratifica le ère
e il tempo minerale sbriciola tempi di
dolore tra la valle e il monte.
Rimane, nel silenzio dei giorni,
debole un fiato un soffio
quasi la voce antica della terra,
quella che cercavi annaspando l’aria,
quella che non vuole differenze,
là su, nel campo,
tra la scia delle lumache e quella
delle stelle.


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Si va

Bisogna rientrare nel sogno
per vederti ripartire.
Dietro la stazione una confusione
di rami, di foglie ammucchiate
uno scompiglio di uccelli, un disordine
di voci, di fischi.
Di binari che corrono negli anni.
Con ali e senza ali
si cambia direzione. Si va.
Sono case che si muovono
o nubi che fuggono?


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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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