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Trovandosi l'acqua nel superbo mare

Testi tratti dagli “Scritti letterari” di Leonardo da Vinci (a cura di Augusto Marinoni, Milano, Rizzoli, 1974)

500 anni fa moriva Leonardo da Vinci: per ricordare il geniale pittore, architetto e scienziato, che nei suoi viaggi vide anche l’Adriatico, toccando Rimini, Cesenatico, Cesena, Faenza e Imola, vi proponiamo alcuni dei suoi scritti ispirati dalla visione di distese e corsi d’acqua, in cui si mescolano di continuo ragione e fantasia.

Il sito di Venere

Dalli meridianali lidi di Cilizia si vede per australe la bell’isola di Cipri, la qual fu regno della dea Venere, e molti, incitati dalla sua bellezza, hanno rotte lor navili e sarte infra li scogli, circundati dalle r[e]verti[gi]nali onde. Quivi la bellezza del dolce colle invita i vagabundi navicanti a recrearsi infra le sue fiorite verdure, fra le quali i venti raggirandosi empiano l’isola e ’l circunstante mare di suavi odori. O quante navi quivi già son sommerse! o quanti navili rotti negli scogli! Quivi si potrebbe vedere innumerabili navili: chi è rotto e mezzo coperto dalla rena, chi si most[r]a da poppa e chi da prua, chi da carena e chi da costa. E parrà a similitudine d’un Giudizi[o], che voglia risucitare navili morti, tant’è la somma di quelli, che copre tutto il lito settantrionale. Quivi e venti d’aquilone, resonando, fan vari e pauro[si] soniti.

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Favole

Trovandosi l’acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di montare sopra l’aria, e confortata dal foco elemento, elevatosi in sottile vapore, quasi parea della sittiglieza dell’ari[a]; e montato in alto, giunse infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata dal foco. E piccoli granicoli, sendo restretti, già s’uniscano e fannosi pesanti, ove, cadendo, la sup[erbia] si converte in fuga, e cade del ciel[o]; onde poi fu beuta dalla secca terra, dove lungo tempo incarcerata, fe’ penitenzia del suo peccato.

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Pensieri

L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente.

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Profezie

Le grandissime montagne, ancora che sieno remote de’ marini liti, scacceranno il mare del suo sito.
Questi sono li fiumi che portano le terre da lor levate dalle montagne e le scaricano a’ marini liti e, dove entra la terra, si fugge il mare.

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Il Diluvio

Vedeasi la oscura e nubolosa aria essere combattuta dal corso di diversi e avviluppati venti, misti colla grav[e]zza della continua pioggia, li quali or qua ora là portavano infinita ramificazione delle stracciate piante, miste con infinite foglie dell’altonno. Vedeasi le antiche piante diradicate e stracinate dal furor de’ venti. Vedevasi le ruine de’ monti, già scalzati dal corso de’ lor fiumi, ruinare sopra e medesimi fiumi e chiudere le loro valli; li quali fiumi ringorgati allagavano e sommergevano le moltissime terre colli lor popoli. Ancora aresti potuto vedere, nelle sommità di molti monti, essere insieme ridotte molte varie spezie d’animali, spaventati e ridotti al fin dimesticamente in compagnia de’ fuggiti omini e donne colli lor figlioli. E le campagne coperte d’acqua mostravan le sue onde in gran parte coperte di tavole, lettiere, barche e altri vari strumenti fatti dalla necessità e paura della morte, sopra li quali era donne, omini colli lor figliuo[li] misti, con diverse lamentazioni e pianti, spaventati dal furor de’ venti, li quali con grandissima fortuna rivolgevan l’acque sottosopra e insieme colli morti da quella annegati. E nessuna cosa più lieve che l’acqua era, che non fussi coperta di diversi animali, e quali, fatta tregua, stavano insieme con paurosa collegazione, infra’ quali era lupi, volpe, serpe e d’ogni sorte, fuggitori della morte. E tutte l’onde percuotitrice [de’] lor liti combattevon quelli, colle varie percussioni di div[e]rsi corpi annegati, la percussion de’ quali uccidevano quelli alli quali era restato vita.
Alcune congregazione d’uomini aresti potuto vedere, li quali con ar[m]ata mano difende[va]no li piccoli siti, che loro eran rimasi, con armata mano da lioni e lupi e animali rapaci, che quivi cercavan lor salute. O quanti romori spaventevoli si sentiva per l[a] scura aria, percossa dal furore de’ tuoni e delle fùlgore da quelli scacciate, che per quella ruinosamente scorrevano, percotendo ciò che s’oppone[a] al su’ corso! O quanti aresti veduti colle propie mani chiudersi li orecchi per ischifare l’immensi romori, fatti per la tenebrosa aria dal furore de’ venti misti con pioggia, tuoni celesti e furore di saette!
Altri, non bastando loro il chiuder li occhi, ma colle propie mani ponen[do] quelle l’una sopra dell’altra, più se li coprivano, per non vedere il crudele strazio fatto della umana spezie dall’ira di Dio.

O quanti lamenti, o quanti spaventati si gittavon dalli scogli! Vedeasi le grandi ramificazioni delle gran querce, cariche d’uomini, esser portate per l’aria dal furore delli impetuosi venti.
Quante eran le barche volte sottosopra, e quale intera e quale in pezze esservi sopra gente, travagliandosi per loro scampo, con atti e movimenti dolorosi, pronosticanti di spaventevole morte. Altri con movimenti disperati si toglievon la vita, disperandosi di non potere sopportare tal dolore; de’ quali alcuni si gittavano delli alti scogli, altri si stringeva la gola colle propie mani, alcuni pigliavan li propi figlioli e con grande impeto li sbatteva in terra, alcuno colle propie sue armi si feria, e uccidea se medesimi, altri gittandosi ginocchioni si raccomandava a Dio. O quante madri piangevano i sua annegati figlioli, quelli tenenti sopra le ginocchia, alzando le braccia aperte in verso il cielo, e con voce composte di d[iv]ersi urlamenti riprendeva[n] l’ira delli Dei; altra, colle man giunte colle dita insieme tessute, morde e con sanguinosi morsi quel divorava, piegando sé col petto alle ginocchia per lo immenso e insopportabile dolore.
Vedeasi li armenti delli animali, come cavalli, buoi, capre, pecore, esser già attorniato dalle acque e essere restati in isola nell’alte cime de’ monti, già restrignersi insieme, e quelli del mezzo elevarsi in alto, e camminare sopra delli altri, e fare infra loro gran zuffe, de’ quali assai ne moriva per carestia di cib[o].
E già li uccelli si posavan sopra li omini e altri animali, non trovando più terra scoperta che non fussi occupata da’ viventi. Già la fame avea, ministra della morte, avea tolto la vita a gran parte delli animali, quando li corpi morti già levificati si levavano dal fondo delle profonde acque e surgevano in alto e infra le combattente onde, sopra le quali si sbattevan l’un nell’altro, e, come palle piene di vento, risaltava[n] indirieto da[l] sito della lor percussione. Questi si facevan basa de’ predetti morti. E sopra queste maladizioni si vedea l’aria coperta di oscuri nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti delle infuriate saette del cielo, alluminando or qua or là infra la oscurità delle tenebre.

[...]

Dubitazione. Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l diluvio venuto al tempo di Noè fu universale o no; e qui parrà di no per le ragioni che si assegneranno. Noi nella Bibbia abbiàn che il predetto diluvio fu composto di quaranta dì e quaranta notte di continua e universa pioggia, e che tal pioggia alzò dieci gomiti sopra al più alto monte dell’universo; e se così fu che la pioggia fussi universale, ella vestì di sé la nostra terra di figura sperica, e la superfizie sperica ha ogni sua parte equalmente distante al centro della sua spera; onde la spera dell’acqua trovandosi nel modo della detta condizione, elli è impossivile che l’acqua sopra di lei si mova, perché l’acqua in sé non si move, s’ella non discende. Addunque l’acqua di tanto diluvio come si partì, se qui è provato non aver moto? E s’ella si partì, come si mosse, se ella non andava allo insù? E qui mancano le ragion naturali, onde bisogna per soccorso di tal dobitazione chiamare il miracolo per aiuto, o dire che tale acqua fu vaporata dal calor del sole.

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Gli “Scritti letterari” di Leonardo da Vinci (a cura di Augusto Marinoni, Milano, Rizzoli, 1974) sono stati ripubblicati nel 2007 dall’organizzazione “Liber Liber” con licenza Creative Commons “Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale”.
 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli

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