Salta al contenuto principale Salta alla mappa del sito a fondo pagina

Ultimi contemplatori (parte prima)

di Gianni Celati. Da “Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008)”, Bononia University Press, IBC 2008.
7 maggio 2009

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Oggi un volume raccoglie, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, una selezione di testi tratti dall’archivio di IBC, offrendo l’occasione di ricomporre, attraverso i frammenti delle singole voci recuperate, la storia culturale di una regione, dagli anni Settanta a oggi.
Aprendo il baule del passato ci si ritrova di fronte a parole non ancora ingiallite, a istantanee che ripropongono, in modo nitido, i fotogrammi di un’altra storia. Più sommessa, meno eclatante, in molti casi diversa da quella attuale. In certe costanti, invece, paradossalmente analoga.
Questo testo di Gianni Celati, scrittore e traduttore, è stato pubblicato per la prima volta nel n. 3/1997 della rivista “IBC”.



Ultimi contemplatori
di Gianni Celati
(prima parte)

La nostra regione è una conca della terra con una scarsa pendenza verso il mare, e con pianure così piatte che la linea d’orizzonte non arriva mai lontano. Viaggiando nelle campagne tra il Po e la via Emilia ci si sente sempre piantati nel rasoterra, e se mai vedete qualche rialzo del terreno in lontananza potete star sicuri che è l’argine d’un corso d’acqua, oppure un contro-argine che spesso delimita una zona di pioppeti. Ogni tanto un campanile spunta nelle zone aperte, e quello è l’unico segno di elevazione che potete vedere per chilometri e chilometri. Spesso succede che arrivando in un paesino protetto da un argine, soltanto quell’ascesa di pochi metri vi dà l’emozione di salire in alto e gettare un’occhiata più lontano, nella piattezza assoluta del paesaggio che avete attorno.

In ogni direzione vedrete campi di grano e di colture orticole a perdita d’occhio, di solito tutti squadrati ad angoli retti e con superfici pressoché uguali. Sparse lungo le strade o in mezzo ai campi, vedrete cascine che hanno la forma d’una grande capanna a base rettangolare, con la porta nel mezzo e spesso una lunetta sopra la porta per dare luce all’interno. Sono case disadorne, ma belle nella loro geometria essenziale, con uno stile riconoscibile da lontano, che varia di provincia in provincia. Gli stradelli che delimitano gli appezzamenti attorno alle case sono tutti dritti e intersecati ad angoli retti, e costeggiati da un fossato che chiude il fronte dei campi, dove si scarica l’acqua piovana o quella delle irrigazioni.

Bisogna abituarsi a questa rigida geometria dello spazio piatto e invaso da linee rette, a questa monotonia di paesaggi agricoli uniformi, dove non esiste il pittoresco naturale che potete trovare in altri Paesi. Qui da millenni il pittoresco è stato sostituito da una trama di ripartizioni regolari, da delimitazioni geometriche senza divagazioni, che risalgono al primo stanziamento romano su queste terre. E viste dall’alto le nostre pianure mostrano spesso il reticolato dell’antica suddivisione romana, rimasto intatto per venti secoli. Da Piacenza fino a Bologna, e poi giù lungo la via Emilia fino a Rimini, i Romani avevano suddiviso i terreni coltivabili allo stesso modo in cui tracciavano il disegno degli avamposti dove insediarsi, semplicemente dividendo lo spazio in parti uguali attraverso un incrocio di linee rette, con la stessa impostazione urbanistica che trovate a New York e in quasi tutte le città americane. Così, se viaggiate in macchina per strade di campagna, quasi tutto quello che vedete rivela un sistematico ordine lineare che guida l’occhio verso punti fissi. Nelle grandi pianure del Po, l’occhio non si perde mai nello spazio aperto, non è mai colto di sorpresa da conformazioni impreviste del paesaggio, e piuttosto a poco a poco comincia a riconoscere un grande ordine astratto come quello dell’architettura. Vedrete case o cascine sperdute in lontananza, isolate l’una dall’altra, ma dentro un reticolato di strade dritte che le situa nello spazio come su una scacchiera; e soltanto quando un canale o corso d’acqua viene a interrompere la simmetria della scacchiera, troverete una strada che divaga in tracciati curvilinei e irregolari, dandovi improvvisamente un senso di avventura nell’imprevisto.

Questo ordine di tipo urbano e architettonico, con le linee di fuga dei campi e delle strade dritte, crea dovunque un illusionismo prospettico che ha buon gioco sugli orizzonti bassi. Anche nella costruzione delle case, nella disposizione degli alberi, nel modo di segnare l’ingresso a un podere attraverso due pilastri che fanno da soglia, si ripete un ordine dove lo sguardo non può divagare attorno alle cose, ma è continuamente guidato da simmetrie e da vedute prospettiche. Osservate i pioppeti sparsi un po’ dovunque, con i pioppi disposti per file diagonali che si intersecano a quadrato, per cui da qualunque parte li guardiate vedrete sempre una regolare linea di fuga dei pioppi. È un altro esempio del modo con cui il nostro paesaggio viene organizzato ormai da secoli, riducendo tutto lo spazio a una scacchiera di trame lineari come quelle dell’architettura, e cancellando tutto l’informe della natura non soggetta al controllo dell’uomo.

Per giunta da noi non esistono pascoli, dunque non si vedono animali al pascolo, e questi, assieme agli animali da cortile, sono ormai tutti confinati negli allevamenti industriali. Così se vi inoltrate nelle campagne del Po, da Piacenza fino al mare, quello che vedete intorno può darvi persino un senso di vuoto, di fissità stagnante e senza vita, dove non sapete cosa guardare per distrarvi. Ma se vi succede d’incontrare qualche vecchio abitante del luogo, magari un vecchio solitario in bicicletta, oppure qualcuno che sosta sulla porta d’un bar di paese, avrete impressioni diversissime. Provate a parlare con certi vecchi abitanti delle campagne, e scoprirete uno spirito fantastico, una specie di stravaganza congenita che tende alla divagazione comica o sorprendente. Tra l’altro nei bar di campagna qualsiasi conversazione non è altro che una serie di battute buffe, a cui un estraneo può tenere dietro difficilmente, può solo osservarla come un teatrino da cui è escluso.

Sono famosi certi scherzi nei bar di campagna per mettere a disagio gli estranei. Per esempio quello di raccontare una storia assurda e comica, per poi sorprendere l’estraneo che ride con queste frasi: “Perché ride, lei? Crede che non ho detto la verità? Mi prende per un bugiardo o per un pagliaccio?”. E gli altri clienti del bar danno ragione all’uomo che protesta, fanno la faccia seria per mostrare che quella storia è proprio vera e non c’è niente da ridere, finché l’estraneo confuso si ritira in buon ordine. Ma cos’è questa tendenza allo scherzo che disorienta gli estranei fino a metterli a disagio? Cos’è questo modo di isolarsi dagli altri, questo umore fantastico che si sostituisce ai convenevoli della socialità?

Se penso ai grandi autori delle nostre parti, Ariosto, Boiardo, Folengo, fino a Zavattini, Delfini, Fellini o anche a Giorgio Manganelli (cresciuto nei dintorni di Parma), mi viene in mente una forma immaginativa che li accomuna, una stravaganza fantastica che non trovo in autori di altre regioni. Non so spiegare questa tendenza, ma so che tradizionalmente si parlava di varie forme di pazzia locale, e c’era la famosa pazzia di Reggio Emilia, la melanconia cupa dei ferraresi, la pazzia ombrosa dei romagnoli. Qui la parola “pazzia” era intesa come stravaganza individuale, ed era quasi una forma di vanto in certi posti. Per esempio dalle parti di Cremona si parlava della matàna degli uomini del Po, e questo genere di pazzia significava un’indipendenza irriducibile, indicava una persona non assoggettata alle regole sociali convenute.

Io credo che un tempo si dicesse la matàna del Po, per dire che la “pazzia” di certuni era ispirata dall’acqua del fiume, dalle sue turbolenze e piene irriducibili entro un letto stabile. E il fiume e le acque della nostra regione sono precisamente l’opposto dell’ordine stabile e geometrico che si vede nelle campagne, sono l’opposto di questo progetto millenario per organizzare tutto l’informe della natura in uno spazio regolamentato da linee rette. Soltanto da pochi decenni gli uomini hanno chiuso tutto il Po in una rigida gabbia di argini pensili, per evitare che divaghi in nuovi percorsi aperti dalle alluvioni, e vada a impaludarsi in bracci morti, laghetti, falde, pantani, o altri sfoghi imprevisti. Ma questo è un contrasto insolubile, perché più il Po diventa chiuso da argini stabili e senza libertà di sfogo, più le sue piene diventano imprevedibili e pericolose.

“Perché il Po è come una biscia che diventa matta” mi diceva qualche anno fa un vecchio signore solitario, incontrato su una lanca sull’isola Serafini, nei dintorni di Piacenza. E lo stesso signore mi ha anche detto, col solito umore stravagante di queste zone, che lui personalmente si considerava un tarabusino, cioè un uccello che si nasconde nei canneti e nelle lanche. Voleva dire che, come vecchio pensionato, non trovava nessun posto dove andare per sentirsi a proprio agio, dunque veniva a rifugiarsi spesso in riva al fiume. Ma la sua idea che il Po sia come una biscia che impazzisce quando è bloccata nei suoi movimenti naturali, mi fa pensare che dalle nostre parti l’immagine della natura sia sempre stata molto diversa da quella di altri Paesi: cioè non legata alla vegetazione, bensì soltanto alla turbolenza delle acque.

Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

Commenti

commenti gestiti con Disqus