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Viaggio in Italia

Testo tratto dal libro omonimo di Johann Wolfgang Goethe (1816-1817) - prima puntata

Compie duecento anni il “Viaggio in Italia” di Goethe. Il viaggio vero e proprio durò quasi due anni, tra il 1786 e il 1788, ma il primo volume del libro, destinato a diventare una vera e propria bibbia del “Grand Tour”, fu pubblicato solo nel 1816. Leggiamo alcuni momenti del percorso che porta il poeta, in battello, da Venezia fino a Ferrara, e poi a Cento e a Bologna, prima del tratto appenninico che lo condurrà a Roma e, di lì, a Napoli e in Sicilia.


Mattina del 16 ottobre [1786], sul battello

I miei compagni di viaggio, uomini e donne, tutta gente abbastanza per bene e alla buona, stanno ancora dormendo nella cabina. Io invece, avvolto nel mantello, ho passato queste due notti sul ponte. Solo verso mattina l’aria rinfrescava. Ormai mi trovo davvero sul quarantacinquesimo parallelo e ripeto la mia vecchia solfa: lascerei volentieri ogni cosa agli abitanti del paese, purché potessi, come Didone, cingere con strisce di cuoio quel tanto del loro clima che bastasse a contenere le nostre case. È davvero un tutt’altro vivere. Il tempo magnifico ha reso piacevole il viaggio; panorami e viste semplici, ma ameni. Il Po, fiume benigno, scorre in mezzo a grandi pianure; sono visibili soltanto le sue rive ricche di cespugli e di boschi, l’occhio non spazia lontano. [...]


Ferrara, 16 [ottobre 1786] notte

Giunto qui stamane alle sette secondo l’ora tedesca, mi preparo a ripartire domattina. In questa città bella, grande, piatta e spopolata mi sono sentito preso per la prima volta da un senso di uggia. Una splendida corte rendeva un tempo animate queste vie, qui visse scontento l’Ariosto, infelice il Tasso, e noi crediamo che il visitare questi luoghi serva a edificarci. Il monumento funebre dell’Ariosto è pieno di marmi mal distribuiti; e quella che mostrano come prigione del Tasso è una legnaia o carbonaia, dove certamente egli non è stato rinchiuso. In tutto il palazzo, del resto, non c’è nessuno che sappia dare qualche informazione. Alla fine, ottenuta una mancia, si ricordano. Mi vien da pensare alla macchia d’inchiostro del dottor Lutero, che il custode del castello ha cura di rinfrescare di tanto in tanto. È vero che la gran parte dei viaggiatori, con la loro mentalità da garzoni di bottega, si entusiasmano davanti a simili vestigia. Ero diventato di pessimo umore, tanto che m’interessai ben poco a un bell’istituto accademico, fondato e arricchito da un cardinale nativo di Ferrara; mi confortai tuttavia vedendo nel cortile alcuni antichi cimeli.
[...]


Cento, 17 [ottobre 1786] sera

In una migliore disposizione d’animo scrivo oggi dalla città natale del Guercino; ma anche la cornice è ben diversa. Una simpatica cittadina, ben costruita, di circa cinquemila abitanti, produttiva, linda, vivace, posta in una pianura coltivata a perdita d’occhio. Secondo la mia abitudine salii prima di tutto sul campanile. Un mare di cime di pioppi; in mezzo ad essi, e a breve distanza, tante piccole fattorie, ciascuna circondata dal suo podere. Terra eccellente e clima mite. La sera d’autunno era così bella come a noi d’estate raramente è concesso d’averne. Il cielo, rimasto coperto tutto il giorno, andava rasserenandosi, le nuvole si spostavano verso i monti a nord e a sud, e per domani spero in una bella giornata.
Qui per la prima volta ho visto gli Appennini, ai quali mi sto avvicinando. Da queste parti l’inverno dura solo i mesi di dicembre e gennaio, l’aprile è piovoso, e quanto al resto il tempo è buono, secondo come va la stagione. La pioggia non dura mai a lungo; questo settembre è stato però migliore e più caldo dell’agosto. Guardando a sud salutai di cuore gli Appennini, perché ormai ne ho abbastanza delle pianure. Quando scriverò domani, sarò ai loro piedi.

Il Guercino amava la sua città, secondo il costume degli italiani, che coltivano in sommo grado questo patriottismo di campanile: bel sentimento, dal quale è nata tutta una serie di preziose istituzioni, in particolare un visibilio di santi locali. Sotto la direzione di quel maestro sorse qui un’accademia di pittura. Egli ha lasciato parecchi quadri che formano ancora, e a buon diritto, la gioia dei suoi concittadini.
A Cento il nome del Guercino è sacro, sulla bocca dei piccoli come dei grandi.
Mi piacque molto il quadro che rappresenta l’apparizione di Cristo risorto alla Madre. In ginocchio dinanzi a lui, ella lo guarda di sotto in su con indicibile fervore, e con la sinistra tocca il suo corpo, subito sotto la ferita malaugurata che deturpa l’intera immagine. Egli ha cinto con la sinistra il collo di lei, e per meglio vederla piega un po’ il corpo all’indietro, il che conferisce alla figura alcunché non dirò di sforzato, ma d’innaturale, restando tuttavia soavissima. Lo sguardo di silenziosa tristezza ch’egli le rivolge è incomparabile: si direbbe che il suo nobile spirito rievochi i dolori da lui stesso e da lei patiti, che la resurrezione non ha ancora cancellato.
[...]
Il Guercino è un pittore intimamente probo, virilmente sano, senza rozzezze; le sue opere si distinguono anzi per gentile grazia morale, per tranquilla e libera grandiosità, e per un che di particolare che consente, all’occhio appena esercitato, di riconoscerle al primo sguardo. La levità, la purezza e la perfezione del suo pennello sono stupefacenti. Per i panneggi usa colori particolarmente belli, con mezze tinte bruno-rossicce, assai ben armonizzanti con l’azzurro che pure predilige.
[...]


Bologna, 18 ottobre [1786], notte

Stamane, partito da Cento prima di giorno, sono giunto qui dopo un non lungo tragitto. Un servo di piazza sveglio e ben informato, appena seppe che non intendevo trattenermi a lungo, mi portò di gran carriera attraverso strade e vie e mi fece visitare tanti palazzi e tante chiese, che a fatica riuscii a segnare nel mio Volkmann [la guida turistica] ciò che avevo visto, e chissà se queste fuggevoli note mi basteranno in seguito per ricordare tutto. Ora però voglio fissare nella mente alcuni punti luminosi, dai quali ho tratto il più alto appagamento.
E in primo luogo la Santa Cecilia di Raffaello! Lo sapevo già anche prima, ma ora l’ho constatato con gli occhi del corpo: egli ha sempre fatto esattamente quello che avrebbero voluto fare gli altri, e per il momento preferirei non dir nulla del quadro, se non che è suo. Cinque santi in fila, che non ci comunicano nulla, ma la cui esistenza è così assolutamente presente da farci augurare al quadro eterna durata, pur accettando l’idea di perire noi stessi. [...]

Verso sera finalmente mi sottrassi a questa vecchia, rispettabile e dotta città, alle sue folle di gente che, protette dal sole e dal maltempo grazie ai portici fiancheggianti quasi tutte le vie, possono andar su e giù, attardarsi a curiosare, far compere e badare agli affari. Salii sulla torre [degli Asinelli], chiedendo ristoro all’aria pura. Che meraviglioso panorama! A nord si vedono i colli presso Padova, più in là le Alpi svizzere, tirolesi, friulane, insomma l’intera catena settentrionale, che oggi però era coperta di nebbia. Verso ponente un orizzonte sconfinato, in cui spiccano solo le torri di Modena. Verso levante una pianura uniforme fino al mare Adriatico, che al levar del sole diventa visibile. Verso sud le colline preappenniniche, coltivate e coperte di verde fino alle cime, popolate di chiese, di palazzi, di ville come i colli vicentini. Il cielo era purissimo, senza la più piccola nube; solo al suo ultimo confine saliva un velo di foschia.
Il torriere m’assicurò che ormai da sei anni quella nebbia non scompariva dall’orizzonte; prima, col cannocchiale, egli poteva distinguere benissimo le colline di Vicenza con le loro case e chiese, mentre adesso, anche nelle giornate più limpide, vi riusciva raramente. È questa nebbia che, fermandosi di preferenza sul versante settentrionale della catena, fa della nostra cara patria [la Germania] la vera terra dei Cimmèri. Mi fece pure notare, a prova della buona posizione e dell’aria salubre della città, che i tetti sembravano ancora nuovi, con le tegole senza la minima traccia di muschio o di umidità. Va riconosciuto che i tetti sono davvero puliti e belli, ma forse vi contribuisce in parte anche la bontà dei laterizi, che in questa regione, almeno nei tempi antichi, venivano prodotti con eccellenti metodi di cottura.

La torre pendente [la Garisenda] è bruttissima da vedere, e tuttavia è molto probabile che sia stata costruita così a bella posta. Mi spiego questa stravaganza nel modo seguente: ai tempi dei torbidi cittadini ogni grande costruzione era come una fortezza, sulla quale ogni famiglia potente erigeva una torre. Con l’andar del tempo l’usanza prese un significato di lusso e di prestigio; ciascuno voleva far pompa anche di una torre, e quando le torri diritte diventarono troppo comuni, se ne costruì una inclinata. E in verità l’architetto e il proprietario hanno raggiunto il loro scopo: l’occhio sorvola sulle molte torri diritte e slanciate e cerca quella storta. Più tardi salii anche su questa. Gli strati di mattoni sono collocati orizzontalmente. Con un calcestruzzo che faccia ben presa e con chiavarde di ferro si posson fare anche delle strampalerie.


[testo tratto dal volume: “Viaggio in Italia”, traduzione di Iolanda Dilena, Bologna, Calderini, 1971]


 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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