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Voce del verbo

Poesie di Sabrina Foschini tratte dalla raccolta omonima (Bergamo, Moretti&Vitali, 2012)

Sabrina Foschini esprime la sua creatività tra i campi della scrittura e quelli delle arti visive, in cui agisce come artista, critica e curatrice, con base a Rimini. Nella sua ultima raccolta poetica ha distillato 40 racconti biblici, in cui i personaggi delle Sacre Scritture si mettono allo specchio, rivelando la profonda umanità delle loro storie. Ascoltiamone alcune, dalla sua stessa voce.

Isacco

Qualcosa gli ha rovinato lo sguardo
gli ha messo un fuoco spento dentro
una cenere bruciata più volte
che ora non posso guardare.
Ieri notte è uscito dalla tenda
ed è tornato con questo sigillo,
una malattia di luna.
Ci siamo inerpicati per ore sul monte
senza mescolare parole.
Se dovessi rivolgermi a lui
non riuscirei a chiamarlo “padre”.
Quest’uomo che mi cammina innanzi
ha guadagnato o perduto un’altra anima
e il cuore è diventato quello
di qualcuno che non mi ama.
Quando siamo giunti sulla cima
ci siamo messi a sommare legna.
Lui non me lo ha domandato,
ho seguito i suoi gesti come un cane
e ne ho radunato un nido
sopra il moncone di pietra.
Poi nel silenzio mi ha preso le mani
e le ha legate tra loro, come zoccoli teneri.
L’ho guardato per scovare un morso
dentro al nodo feroce del suo gesto
ma deve aver trovato l’onda
capace di navigarmi gli occhi.
Ha estratto il coltello con cui tagliava per me
i pezzi migliori del formaggio.
Mi chiedo cosa ne sia stato di mio padre
e quale golem gli abbia vinto il viso.
All’improvviso si è aperta una tenda di luce nel cielo
e ne è uscita una mano dalle forme di un uomo
ma senza il resto pesante del corpo.
Sembrava comandare al pugnale.
Forse era proprio quello lo spirito del genitore
venuto in mio soccorso
e il demone che mi minacciava si è fermato.
Quegli occhi che un tempo ho venerato,
adesso stanno tornando.

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Gabriele

Sono entrato dalla finestra
e mi sono posato nella stanza
così fanno le foglie dei loro alberi
quando il tempo del vino le arrossa.
Ho fatto qualche passo toccando terra
come mi avevano insegnato, per non spaventarla.
Lei era di quelle mortali, senz’ali.
Aveva un viso che ricordava quello di mio padre
ma di una misura ancora più dolce.
Credo che questa differenza si possa chiamare “donna”.
Lei l’ancella del mondo fermo, ed io il messaggero del cielo
ma a vedere la bellezza della sua paura e la grazia della sua difesa
avrei legato sacchi di sabbia ai miei fianchi
per restarle accanto e servirla.
Le ho detto che il raggio che le annunciavo
le avrebbe popolato il grembo
come un astro illuminato.
Lei non conosceva il mistero della nascita,
e io per me, sono un angelo... cosa avrei potuto dirle?
Ha creduto a quello che non conosceva
perché ha sentito che eravamo uguali
nel difetto ad un tale compito.
Ha avuto fede in me, come io ne ho avuta in lei
e in questo ci siamo accompagnati.
Avrei voluto portarla in volo per mostrarla ai miei fratelli
che al ritorno mi avrebbero domandato del suo volto
ed io non sarei stato capace di descriverlo.
Lei ha intrecciato le dita a proteggere la luce che restava.
Io col mio indice le ho sfiorato le mani
nel porgerle il giglio dell’investitura
ed ora sulla punta, porto il suo profumo
di miele che s’incarna.

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Giuseppe

Per molto tempo mi ero appoggiato al mio bastone
in principio nelle salite
ma da quando questa soma d’anni pesa sulle spalle
confido in lui anche nei brevi cammini.
Lo avevo scortecciato e levigato col sudore della presa.
Sono un falegname e conosco il legno
so che conserva a lungo il ricordo della linfa
ma non l’ho mai visto resuscitare come ha fatto
questo mio ramo portato per obbedienza al tempio.
Eppure il giorno dopo la mia verga era fiorita
come un rametto che appena tagliato dal tronco
sia ricoverato nell’acqua, e in premio a questo miracolo
mi è toccata in sposa la bambina.
Dovevate vederla con un viso tutto nuovo, come appena creato
e gli occhi che mai dovevano aver toccato qualcosa di malvagio
per conservare quello stupore universale, quella grazia invincibile.
I capelli poi, più splendenti di un velo, le scivolavano addosso
come rivoli d’acqua illuminati dal sole.
Io l’ho presa per mano e portata nella mia casa.
Non avrei osato toccarla... La mettevo seduta sullo sgabello
poi mi sedevo anch’io a guardarla, senza parlare
persino nella bottega me la portavo appresso a giocare coi trucioli.
Eppure a questa creatura di sogno, questa visione piccolina
il ventre si è gonfiato di spavento e io ho tremato di vergogna
per quello scempio compiuto in segreto da un altro uomo
che non si era fermato come me, alle porte di una tale innocenza.
Ho gridato tutta la mia rabbia e rovesciato il tavolo della cena
avrei voluto batterla, prenderla per le spalle
e farle sputare fuori quel nome.
Ma neppure quella volta ho osato toccarla.
Mi sono coricato a letto e il dolore mi ha addormentato.
In sogno mi è apparso un messaggero delle schiere tempestose
un essere per metà uomo e per metà uccello
che ha steso un balsamo sul mio tormento
e mi ha rivelato di quale natura luminosa sia mia figlio
e di quale straordinaria missione sia stata investita la bambina.
Adesso io non posso fare altro che vegliare su questa eredità celeste
questa famiglia divina di un Padre più grande, questi due cuccioli
che sotto la mia custodia faranno nuovo il mondo.

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Erode

Era un diamante giovane, ancora molle d’acqua,
bambina di carne tenera mi s’arrampicava in grembo
spingendo sui piedi nudi e giocava ad arrotolare
nel fuso delle dita la mia barba.
Frenavo l’eccitazione che svergognava la mia tunica
e provavo a immaginarla al posto di sua madre
nel letto di mio fratello, quando i polpastrelli
sporchi di dattero e latte mi chiudevano le palpebre
e cercavano sulla mappa del volto,
le salite dei miei lineamenti.
Aveva già quegli occhi incandescenti
occhi antichi sopravvissuti a Sodoma
e trapiantati in un vaso puro.
Erano loro di certo, a guidare i suoi movimenti
le mossette delle labbra in perenne offerta
le mani che al mattino durante la vestizione,
sfioravano le ancelle, come frutti da scegliere sul ramo.
Ah, mi mordevo la lingua per non confessare la mia voglia!
Spingevo la madre alle pratiche indiavolate che le piacevano
per riuscire a scovare in quella carne esperta
l’eco interno della bambina, che vi era stata partorita.
Ho resistito, lei sa quanto ho resistito!
Ho preteso l’adulterio di Erodiade
per avere Salomè al mio fianco ed ora lei è quasi donna
con tutte le malizie di una regina,
e le moine d’una tigre falsamente addomesticata.
S’è incapricciata di quell’irrigatore di teste
e vuole la sua, sopra un vassoio
al posto di un agnellino cotto
o d’un gatto sul guanciale.
Sono questi i desideri di una ragazzina?
Volevo spaventare con la galera, la presunzione
di quel profeta da guado, di quel messia a buonmercato
ma per aizzare il desiderio di lei
potrei spiccargli io stesso il capo dalle spalle:
una pannocchia rossa, per il piacere della bambina.

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Musiche:
- Isacco / Jordi Savall, “Statio I, Deploratio I”
- Gabriele / Jordi Savall, “Estas Noches A Tan Largas”
- Giuseppe / Djivan Gasparyan, “A Cool Wind Is Blowing”
- Erode / Jordi Savall, “Taksim (Kanun, Vièle, Oud, Kemence Et Tanbur)”


 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli e Rita Giannini. Lettura di Sabrina Foschini