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N°27-LO SGUARDO ALTROVE, STORIE D'EMIGRAZIONE

Lazare Ponticelli, il piacentino di Francia che ha Verdun negli occhi.

Veterano della Grande Guerra, Lazare Ponticelli va verso i 109 anni ed è il più vecchio emiliano-romagnolo al mondo.

“Vero, aperto, finto, strano / chiuso, anarchico, verdiano / brutta razza, l’emiliano...”, canta Francesco Guccini in una celebre canzone. Razza di scorza dura, l’emiliano di montagna: come Lazzaro Ponticelli, che ha fatto l’emigrante, la guerra mondiale (la prima) e nella vita ne ha viste di tutti i colori, dal momento che viaggia verso i 109 anni. Nel novembre scorso gli ha dedicato un articolo Le Monde. Motivo: è stato l’unico dei sei reduci francesi della Grande Guerra ancora viventi a partecipare – e sulle proprie gambe – alla commemorazione della battaglia di Verdun.

Nato a Bettola, sull’Appennino piacentino, il 7 dicembre 1897, Lazzaro Ponticelli è emigrato poverissimo in Francia che non aveva ancora dieci anni, nel 1907, salendo su un treno a Piacenza per raggiungere i fratelli. A Parigi ha fatto lo spazzacamino e lo strillone di giornali, i tipici lavori degli italiani. “Distribuivo L’Intransigeant tra il Bon Marché e la Bastiglia – ha raccontato a Le Monde. Il giorno in cui è stato assassinato Jaurès in rue du Croissant (il 31 luglio 1914), mi sono andate via subito tutte le copie”. L’indomani, giorno della mobilitazione generale, Ponticelli si arruola nella Legione straniera mentendo sull’età. “Ho voluto difendere la Francia perché mi aveva dato da mangiare” – dice. Combatte nelle Argonne, dove non fa che scavare: fosse dove sotterrare i morti e trincee di un’interminabile guerra di posizione. Ha ancora impressa nella memoria la scena di un soldato ferito nella terra di nessuno che urlava, imprigionato nel filo spinato. “I barellieri – racconta – non osavano uscire. Io non ne potevo più. Ci sono andato con una pinza. Sono subito caduto su un ferito tedesco. Mi ha fatto due con le dita. Ho capito che aveva due figli. L’ho preso e portato verso le linee tedesche. Quando loro si sono messi a sparare, ha gridato di smetterla. L’ho lasciato vicino alla sua trincea. Mi ha ringraziato. Sono tornato indietro, verso il ferito francese. Stringeva i denti. L’ho trascinato fino alle nostre linee con la sua gamba di traverso. Mi ha abbracciato e mi ha detto: 'Grazie per i miei quattro bambini'”.

Ponticelli si trova nei pressi di Verdun alla fine del 1915 quando, con l’entrata in guerra dell’Italia, gli viene detto che dovrà arruolarsi oltralpe. Lui non ne vuole sapere, si nasconde a Parigi finché, scoperto, viene caricato su un treno e portato a Torino da due gendarmi. Lì viene preso in custodia dagli italiani che, in quanto montanaro, lo mandano a combattere tra gli alpini sul fronte trentino. La sua trincea è a soli trenta metri da quella nemica. Sepolti nella neve, italiani e austriaci non hanno nessuna voglia di spararsi addosso e simpatizzano. “Loro ci davano il tabacco, che scambiavano con le nostre pagnotte. Quando lo stato maggiore l’ha saputo, ci ha dislocati in una zona più dura”.  

Nel 1916, sul Monte Cucco, resta due giorni interi dietro la sua mitragliatrice. Fa duecento prigionieri. Dei colpi d’obice lo colpiscono al viso e resta accecato dal suo stesso sangue. Viene curato e torna al fronte.

Finita la guerra, Lazare Ponticelli ritorna in Francia per mettersi in società con i fratelli, tutti emigrati a Nogent-sur-Marne, un piccolo comune della banlieue parigina che tra gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento ha visto radicarsi molti montanari dalle valli piacentine, l’alta Val Nure e la Val Ceno (allora in provincia di Piacenza, oggi di Parma). E’ la Nogent dei “ritails”, come venivano chiamati in senso spregiativo gli immigrati italiani, quella descritta da Pierre Milza e Marie-Claude Blanc-Chaléard: “Le sere d’estate tutta la comunità si raduna all’aperto. Si dispongono le sedie nei cortili e davanti alle porte. Gli uomini non hanno avuto il tempo di cambiarsi e sono ancora bianchi di polvere o grigi di calce. Si discute e si canta fino a che scende la notte...”. I piacentini in genere lavorano come “gessini” e muratori nelle imprese edili, prima come garzoni addetti ai raccordi in gesso, poi come operai specializzati, capomastri e infine imprenditori.

Lazzaro Ponticelli fonda con i fratelli un’impresa per la pulitura delle ciminiere che oggi è una multinazionale dell’impiantistica, la Ponticelli Frères. Abita a Kremlin-Bicêtre in Val-de-Marne dal 1922. Ogni anno, l’11 novembre, si reca a piedi al monumento ai caduti del suo paese. “Tutti questi ragazzi uccisi, non posso dimenticarli!” – dice. Nel 1996 la Francia gli ha conferito la Legion d’onore. Con l’inglese Henry Allingham, è rimasto l’ultimo legionario che ancora partecipa alle commemorazioni della Grande Guerra. Oggi Lazzaro Ponticelli è il secondo italiano più vecchio al mondo, preceduto solo da un altro emigrato, Anthony Pierro, lucano che vive negli Usa.

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