Racconti d'autore
La copertina del libroLa copertina del libro
Acquaragia
di Stefano Domenichini, Alberto Perdisa Editore, 2010
9 settembre 2010
Perché i piccioni si appoggiano sul davanzale e guardano in casa? E cosa succederebbe se, per una volta, a Pasqua, Cristo decidesse di non risorgere?
Montata con disinvoltura, ingegno e spirito, una carrellata di vicende e personaggi coinvolgenti come un album di musica pop.
Stefano Domenichini è nato a Reggio Emilia nel 1964. È avvocato e vive a Reggio Emilia. Ha iniziato a scrivere pochi anni fa. Acquaragia è la sua prima raccolta.
Sul perché le donne sposano dei cretini
a Federico che ci ha messo il vocabolario e la battuta più bella
In questo racconto non troverete frasi del tipo le donne sposano dei cretini perché solo i cretini si sposano. Questo racconto prescinde dalla verità. In questo racconto troverete un tipo che si chiama Pio. Lui è uno che fa quei mestieri venuti fuori negli ultimi anni, quelli dove si viaggia molto, si ha un sacco di tempo libero e si guadagna una barca di soldi, ma se gli chiedete esattamente come passa le sue giornate state sicuri che non ci capirete niente. Della spiegazione, intendo. E sono pronto a giurare che non vi siete rincoglioniti. Vi assicuro anche che non è come qualcuno di voi sta pensando, che di solito chi guadagna molto senza che si sappia bene quello che fa è un delinquente. A parte che sono discorsi da fabbro, da falegname, da operai che ancora si incazzavano, che qui da quando si sdottoreggia, soprattutto in inglese, certi confini sono saltati, l'essere onesto o disonesto non è più una questione etica, ma un'opportunità legata alle infinite pieghe della vanità. Per esempio, alle donne piacciono i tipi un po' loschi, se la sapete raccontare bene, beh in quei frangenti può funzionare bordeggiare il quotidiano con chiaroscuri ambigui. Ma Pio non è un delinquente, ve lo garantisco, e se l'unica cosa che vi è rimasta impressa della sua spiegazione è che il suo lavoro si basa sulla creatività, bisogna credergli.
Infatti Pio è un tipo originale. Uno di quelli che di Woody Allen apprezza soprattutto il modo in cui suona il clarinetto, tanto per intenderci.
Fisicamente assomiglia a un cantante di un qualunque complesso degli anni ottanta, però con i capelli sgonfiati, bella presenza, con la faccia un po' ovale e il mento appuntito.
Pio è sposato con Mara. Anche lei troverete in questo racconto. Mara è alta, insomma altina, più che altro dipende da quanto siete alti voi, ma una cosa è certa: ha una pelle bianchissima allagata da occhi verdi pieni di luce e capelli neri, lunghi e leggeri come tende di vento. Con questo non voglio dire nulla, ci sarà sicuramente qualcuno tra voi che troverà qualche difetto. Tipo che ha il cranio leggermente schiacciato o roba simile, ma in questo racconto non troverete frasi come se dite questo vuol dire che non vi piacciono le donne.
In questo racconto troverete Pio che sta scrivendo una poesia, perché l'abbiamo già detto che è creativo. Eccolo lì, ha scritto due versi: Il primo uomo che calpesta la luna / Il primo uomo che calpesta una mina, poi si è bloccato. Indossa una canottiera di lana ingiallita e pantaloni felpati blu che se vedesse qualcun'altro ridotto così, apriti cielo, ma per lui è diverso, lui se lo può permettere.
È Mara a distoglierlo, o meglio a liberarlo, dall'impasse che lo aveva allontanato dai rumori della casa. Mara sta urlando. Ce l'ha con i piccioni, con uno in particolare che sta imbrattando un davanzale. Anni prima in città c'era stato il problema degli uccellini: piccoli, quasi invisibili in mezzo al fogliame, abitavano in quantità impressionanti gli alberi che circondano i viali della circonvallazione. Davano la netta e inquietante impressione di essere perennemente agitati: non tacevano mai. Un frastuono assordante, giorno e notte, senza mai dormire, senza mai mangiare. No, qualcosa mangiavano. Lo lasciava intendere l'abbondante produzione di sfoghi intestinali. Da bravi campeggiatori si erano riservati luoghi appositi per l'evacuazione che coincidevano con gli alberi limitrofi alle zone interessate dai semafori. Una tempesta di grumosa lanugine bicolore, che i più ottimisti paragonavano alla Cremciok, ma di contenuto meno basico, inondava i prudenti in sosta. Tutti. Compresi quelli a piedi, in bicicletta e in motoretta ché il casco doveva ancora arrivare, anzi pare che l'idea sia venuta a uno che una volta fece tre volte il giro della circonvallazione senza passare da casa a fare uno shampoo. Ma poi arrivò lui. L'incrocio perfetto tra scienza e progetto. Doveva essere uno che ce l'aveva a morte con gli autolavaggi. Tirò fuori la storia che le piogge acide erano corrosive per la carrozzeria delle automobili, a nulla serviva il lavaggio domenicale. Insinuò anche il dubbio che fossero del tutto inutili le cere protettive che dominavano la scena negli scaffali dei supermercati. A quel punto li, chiunque avesse risolto "il problema degli uccellini ai semafori che cagano sulle macchine" sarebbe diventato sindaco a vita. Le idee non mancavano. Ci fu uno che disse: «L'ho trovata io la soluzione». Quale? «Saliamo tutti sugli alberi e gli caghiamo in testa noi agli uccellini». L'hanno preso per matto e gli hanno offerto una pizza. Quello che successe alla fine fu invece qualcosa di molto inquietante. Una mattina che poteva essere un giorno qualunque i viali erano immersi in un silenzio spaventoso. Chi era passato di lì la notte prima aveva tirato in ballo tutto il repertorio di improperi in mezzo all'assordante infittirsi di collosità intestinali, e adesso niente, non c'era più niente. E nessuno che sapesse dire con precisione, o anche solo con un salto insensato del pensiero, quale fosse stato il momento in cui tutto era sparito. E soprattutto cosa fosse successo e dove diavolo erano finiti gli uccellini e cosa cazzo gli avevano fatto per convincerli ad andarsene. Hanno parlato di dissuasori, di laser e ultrasuoni, ma una cosa è certa: non sono più tornati, manco uno, una scappata, tanto per fare uno scherzo. Sono rimasti solo i piccioni.
La prima volta che Pio aveva visto Mara lei aveva un registratore in mano. Pio aveva accompagnato un'amica alla festa per il settantesimo anniversario di matrimonio di due ultraottantenni; l'amica occupava una qualche casella della parte bassa dell'albero genealogico nato da quell'unione. Il giornale locale aveva mandato un cronista a seguire l'evento. Il cronista era Mara, per l'occasione strizzata in un tubino blu e con una testa di riccioli rossastri che a pensarci adesso non si rifarebbe più. Pio era in una fase molto leggera, proteggeva la propria libertà e viveva con flessibilità i rapporti interpersonali: un grandissimo stronzo, secondo una semplificazione tipica di una scuola di pensiero molto diffusa in ambienti femminili. Durante questo percorso di costruzione della propria individualità, Pio frequentava molte ragazze e spesso, mentre era in loro compagnia, gli capitava di imbattersi in coppie di anziani che passeggiavano mano nella mano. A quel punto li, neanche un terremoto avrebbe evitato che la ragazza di turno assumesse la faccia seria da integralista del batticuore e lo mettesse di fronte al dogma più impegnativo e inattaccabile della storia: lei si sarebbe innamorata solo di uno che quando sarebbe diventata vecchia l'avrebbe tenuta ancora per mano. Pio trovava la cosa insulsa e irritante, ma aveva imparato sulla propria pelle che su questo argomento non si scherzava: annuire con fermezza oppure continuare la serata da solo. Pio notò che anche la cronista doveva essere una seguace del mito dei vecchi annodati, poiché era visibilmente commossa quando sparò al festeggiato la domanda più stupida e scontata che si può: «Qual è il segreto della vostra lunga unione?». E il marito, che sembrava un vecchio tamburo orgoglioso con due bretelle enormi che lo tenevano insieme, la freddò alla grande e le rispose che molto aveva contato la fortuna, ma soprattutto che era stata la miseria ad aver tenuto legata tanta gente. Pio avrebbe voluto abbracciarlo, riguardarselo mille volte al rallentatore mentre inchiodava la bella inviata, la spogliava dicendole più o meno che forse se avessero avuto due lire si sarebbero mandati a quel paese centomila volte per ignorarsi o riprendersi, ma comunque per mettere davvero alla prova quel loro amore. Da quel pomeriggio passò parecchio tempo prima che Pio rivedesse Mara. Fu in quel periodo che gli uccellini scomparvero dalla città e i piccioni iniziarono a farla da padroni.
Vi sono state caste sociali potentissime che devono tutto al senso dell'orientamento dei piccioni. Dietro i loro occhi bovini, arrossati e vuoti, i piccioni nascondono un cervello tecnologico, dotato di molecole a cristalli liquidi in grado di avvertire i diversi campi magnetici. Capiamoci, la bravura sta anche nel sapersi inventare un mestiere, ma i Centri Oracolari, talmente potenti da essere chiamati gli Ombelichi del Mondo, se non fosse stato per i piccioni, avrebbero arrostito montoni per i viandanti e venite, venite che c'è l'olio buono. E invece facevano riti pazzeschi, convention mediatiche all'ombra degli ulivi. A Delfi un sacerdote appariva davanti ai fedeli e li metteva in guardia che a Tebe era andato perduto il raccolto del grano e se uno faceva tanto di dubitare e chiedeva «E a te chi l'ha detto?» «Me l'ha detto Dio, grullino, fai penitenza», e ci azzeccavano sempre, perché le notizie volavano a cento all'ora legate alle zampe dei piccioni, cifrate, criptate e poi valli a tirar giù i postini volanti che Archie Bouge era ancora nitrato che migrava nel ciclo dell'azoto.
| Note | A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri |
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