Racconti d'autore

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O Cesare o nessuno

di Maurizio Messori, Alberto Perdisa Editore, 2009 (seconda puntata)

2 settembre 2010

"Cesare Perdisa, il più veloce pilota su strada di tutti i tempi" così ebbe a dire Mauro Forghieri, indimenticabile progettista di tante Ferrari vincenti. Però, soffermarsi soltanto sulle eccezionali doti di driver del bolognese, tra i più giovani debuttanti in Formula 1 di tutte le epoche, sarebbe riduttivo. Egli, infatti, fu viveur, play boy, giocatore, scommettitore a tempo pieno e imprenditore di successo. Tutti lo ricordano per le sue gesta goliardiche, la sua generosità ed il divertimento che profondeva a piene mani. Attraverso questo libro si ripercorrono le tappe più significative della sua vita che fu ad un passo da un romanzo.

Maurizio Messori (Bologna, 1949) ha al suo attivo numerosi articoli e libri d'arte. Negli ultimi anni si è cimentato in biografie di campioni delle due e quattro ruote. Sue sono le biografie di Umberto Masetti, Tarquinio Provini, Odoardo Dino Govoni, Alfonso de Portago.

QUATTORDICESIMA SCOMMESSA

Agosto. Tanti anni fa. Caldo boia, afa che anche di notte non fa dormire i bolognesi e non solo. Chi è al mare, però, si difende meglio, chi è al mare basta che si rechi sulla spiaggia e la brezza soffiata dal dio Poseidone lo avvolge con rinnovato piacere. L'Italia del dopoguer­ra è un Italia piena di promesse e premesse, è un Paese che ha voglia di vivere, per dimenticare gli orrori della guerra, che firma cambiali e fuma ancora sigarette ame­ricane, per una sorta di emulazione nei confronti di chi ci ha liberati. A dire il vero c'è anche la gomma da ma­sticare, che prende il nome dalla nazione da cui arriva. Poi i balli, alternativi ai nostri, la musica di Glenn Miller, i locali dove intortare donne di altre nazioni, balere ro­magnole che si contendono il primato dello spasso con quelle toscane. È in una di queste, targate Cattolica, che due giovanotti di bell'aspetto e dai modi sufficientemen­te raffinati siedono a un tavolo aspettando "prede". Non c'è ancora l'etilometro in uso sulle strade per cui si può bere un bicchierino di whisky in più del consentito odierno. Ah, dimenticavo: questi due ragazzi si chiama­

no rispettivamente Cesare Perdisa e Alfredo Ferrari, det­to Dino. Bene, seduti con la tela del ragno già tessuta, "imprigionano" due giovani teutoniche alte come la vo­glia di stringerle per sapere com'è fatta la Germania. Meglio: le sue figlie. Beh, l'eloquio agli italiani non man­ca anche se, per la verità, la lingua tedesca non è il loro forte, tuttavia con l'aiuto delle femmine che biascicano un po' la nostra parlata, sono a posto o quasi. Piacere, piacere, io mi chiamo Dino, io Cesare, io Ingrid e io Gertrud. Passano i minuti e volano le ore. Fuori, par­cheggiata, dorme la 1100 TV del figlio del Commendatore. È giunta l'ora di fare una passeggiata in macchina per esibire alle giovani il talento sportivo e il cielo che più stellato di così si muore, con le Perseidi che a sciami cadono infuocando il cielo. Prende il volante Dino, la Fiat è abbastanza sportiva, con il fanale di profondità posto al centro della mascherina e l'abito bicolore. Partono alla volta di Riccione percorrendo la Via Emilia, l'autostrada è ancora un sogno. Ferrari pigia sull'accele­ratore, Cesare è impegnato in un colloquio con le bion­de. In questo il bolognese è imbattibile, parla, seduce, incanta. È giovane, ma ha un'esperienza al proposito pari a un cinquantenne e oltre. Dino vede in lontananza una curva quasi a gomito, decelera, scala le marce, fre­na. Non l'avesse mai fatto: la vettura si arrabbia di brut­to, si imbizzarrisce come un cavallo pazzo, vorrebbe disarcionare gli occupanti che per lei sono inutili, scivo­la sull'asfalto e finisce la nottata in un campo. I quattro si chiamano a vicenda, poi, fatto l'appello e constatata solo qualche ammaccatura sui loro giovani corpi, escono da quella che era una 1100 TV di belle speranze, fino a un minuto prima.

«Cesare, tu che conosci bene mio padre e quindi la sua irascibilità, digli che non ero io alla guida, bensì una delle ragazze.» Perdisa guarda il cielo, la cui bellezza notturna gli fa vibrare i sentimenti più reconditi e più nobili, quindi pensa. È affezionato a questo ragazzo tranquillo e socievole, poi d'impeto replica: »E sia, inter­cederò io presso tuo padre e gli riferirò quello che tu mi hai suggerito.»

A Maranello espone a Ferrari ciò che ha promesso a Dino. Il Commendatore ascolta assorto il bolognese, lo seziona attraverso le lenti scure, tace. Perdisa attende il verdetto con un po' di timore e apprensione.

«Caro mio,» sentenzia il modenese, «sa quello che le dico? Mi ascolti bene e ne faccia tesoro: le donne non devono guidare, devono essere guidate.» Quindi lo con­geda con una stretta di mano vigorosa e con un sorriso malizioso. Cesare sale sulla sua auto, si domanda se il Drake abbia bevuto la balla o sia stato al gioco. Non lo saprà mai, anche se aspetta la notte per porre la doman­da a un astro che forse gli risponderà.

TRENTADUESIMA SCOMMESSA

"Cesare Perdisa: il più veloce pilota su strada di tutti i tempi." Chi proferì questa frase non fu un carneade o un tifoso acritico del corridore. Fu l'ingegner Mauro Forghieri. Ripeto: Mauro Forghieri. Rifletto su quanto da me scritto e formulo una riflessione. Penso che il bolo­gnese avrebbe meritato di più in termini di vittorie, so­prattutto in Formula 1. Giuliano Canè mi dice che non ne ha avuto il tempo, che la sua breve carriera di pilota non gli ha permesso di dimostrare quanto bravo fosse. Penso abbia ragione, penso che "le ruote scoperte" an­dassero indagate meglio da Cesare, ma gli avvenimenti che si sono susseguiti con una velocità cara a Perdisa gli hanno proibito di salire podi a lui spettanti. Per il pluri­vittorioso Canè, Perdisa sottostò agli ordini di scuderia che il padre gli impose. Entrare in pianta stabile all'Eda­gricole. Forse fu questa la ragione principe dell'abban­dono precoce di Cesare, ma la morte di Castellotti e il Gran Premio di Cuba fecero il resto. Si disse, a ragione, che il bolognese inventasse le corse a cui partecipava. Non era, insomma, un ragioniere che seguiva pedissequamente le traiettorie degli antagonisti o addirittura le proprie, la fantasia che traboccava dalla sua testa gli permetteva di compiere "numeri" ad altri proibiti. Fatto sta che lasciò troppo presto. Tuttavia, questo fatto lo rende ancora più affascinante al pari del letterato Rimbaud che, a diciannove anni, si accorse di essere il più grande di Francia e cambiò esistenza andando a fare il mercante di schiavi e puttane in Abissinia. Al pari di Dino Campana che, a neppure trent'anni, dopo aver scritto i Canti Orfici, diede la sua vita a un manicomio. Ma anche Cesare Pavese, dopo aver vinto un Premio Strega con un libro superbo, a quarant'anni o poco più, disse basta e in un anonimo albergo torinese si uccise. Sono geni precoci, anticipatori di epoche e perciò in­compresi ai più. Perdisa aveva cominciato ad amare le automobili da subito, le aveva comprese e loro avevano compreso lui. Perfetta simbiosi. In un amen se ne erano andati Collins, Castellotti, Musso, De Portago, Hawthorn, e lui sopravvisse a loro. Se avesse continuato, probabil­mente, avrebbe ingrossato la fila dei piloti deceduti. Il destino scelse per lui attraverso imposizioni umane. Presentimenti che divennero realtà crude e sgualdrine gli fecero dire: Basta, ora basta.»

Quanto gli sia costato l'abbandono lo si può solo intuire da alcuni suoi scritti. Segreti perché, penso, li confidò a se stesso, nella consapevolezza di comprenderli appieno solo lui. Aveva ragione. Per quanto uno si sfor­zi nel cercare di spiegare i perché, ci sono sempre dei "ma" che si sovrappongono. Per Cesare, poi, tutto veniva moltiplicato esponenzialmente. Non si pianse mai addosso, davanti all'evidenza più limpida, abiurava. Non c'era niente d'illecito per lui, tutto sembrava gli fosse dovuto, prendeva l'imprendibile, riceveva più di quanto dava. Sottile arte. Un sorriso, un'incazzatura, un urlo e un sussurro erano fra loro miscelati così bene che otte­nere l'impossibile era per lui cosa normale. Quando altri si piegavano, lui si alzava e dritto e risoluto si incammi­nava, anzi correva verso la meta. Che fosse un traguar­do, un affare, un letto con una donna o un tavolo da gioco poco importava. Il rilevante era arrivarci, possibil­mente primi.

Gli amici Gino Paoli e Fred Bongusto lo attendevano nei locali dove si esibivano. Se in sala era presente Cesare davano il meglio di loro, era una spalla insostituibile. Poi, animava le serate con barzellette, scherzi, frasi opportune e non, mimi, gesti e gestacci, silenzi anticipa­tori di una rimbombante risata, prese in giro e filosofia spicciola da dimenticare un'ora dopo o anche prima. Tuttavia, sapeva anche ascoltare, ma solo chi riteneva un dotto, da lui cercava d'imparare qualcosa che andas­se ad arricchire il suo bagaglio culturale. Se sui libri era stato ed era una frana, la sua intelligenza attingeva da menti illuminate. Prima fra tutte, ancora una volta e per sempre, quella del padre che chiara era davvero. Si at­torniava di amici tonti e di amici forniti d'intelligenza fine. Aveva bisogno della sua corte, aveva bisogno dei suoi Rigoletti e dei suoi Duchi di Mantova. Ma anche di Traviate. Attingeva nel vasto repertorio che la vita di tutti i giorni gli riservava. Andava alla costante ricerca di teatri e siparietti sui quali esibirsi. Gli andavano bene i ristoranti o i box. Meglio, molto meglio, le alcove. Quando una donna gli mormorava "mi chiamano Mimi", lui rispondeva "all'alba vincerò". Il fatto è che era vero.

CINQUANTESIMA SCOMMESSA

Nigth club "La Capannina". Colli bolognesi. Tempio del divertimento della gente bene. Chi non lo è, si illude di esserlo. Si paga il biglietto di entrata, si consuma un rum, si parcheggia l'utilitaria magari abarthizzata un po' lontano dalle sontuose Rolls o Ferrari e il gioco è fatto. Quasi. Anno Domini imprecisato. L'amica che mi rac­conta l'episodio ha la memoria in tilt. Comunque, circa vent'anni fa. Lei è una bella donna, sulla cinquantina, tratti emiliani decisi, ma lievi. Ossimoro della gente alla quale appartengo anch'io. Per destino o per una casua­lità che tuttavia amo. Dentro "La Capannina" c'è un uomo seduto che beve e fuma. Sguardo assorto, da cac­ciatore di prede. La bella mora è in compagnia di un'ami­ca della quale non mi rivela il nome. Perché? Anche loro sono sedute a un tavolo, ma essendo convinte salutiste non fumano né bevono. A distanza di anni la pelle rin­grazia, i polmoni anche. L'uomo si alza dal suo "trono" per andare, o almeno ci prova, a espugnare il fortino nel quale vivono momentaneamente le due femmine. Si siede al loro tavolo, l'eloquio e gli argomenti non gli difettano di certo, e inizia il gioco di seduzione nei con­fronti della mia amica tralasciando l'altra. Inizia a tessere la sua tela, presentandosi come ex pilota, seduttore an­cora in attività, giocatore ineguagliabile grazie alla bra­vura, e io aggiungo anche grazie al culo, scommettitore nella vita e per la vita, frequentatore di posti esclusivi che vanno da Montecarlo a Cortina passando per Milano Marittima e Monghidoro. Solo che quello che racconta è tutto dannatamente vero, non è un millantatore da stra­pazzo, come quelli che dicono balle a profusione per intonare la bella o quasi bella o proprio brutta di turno. Lui no. Lui racconta la sua vita con una naturalezza che si coniuga alla verità più vera. La mia seducente amica rimane affascinata, lui chiede di ballare e lei accondi­scende, lasciando in stand bay l'altra leggermente invi­perita. L'uomo è profumato al punto giusto, vestito al punto giusto, pettinato al punto giusto. Se poi parla del­la sua Maserati parcheggiata fuori dal locale tanto "in", il suo fascino si moltiplica esponenzialmente. Ballano e l'uomo la stringe a sé in maniera elegante, non allupato come i ballerini di dancing dai nomi esotici fanno. "Spometi" dell'ultima ora, playboy della bassa che più bassa non si può. A rendere l'atmosfera più idilliaca ci pensa Gino Paoli e il suo gruppo che, manco farlo ap­posta, intonano un lento dopo l'altro. Lei guarda l'uomo con curiosità, ascolta la sua esistenza da favola interrotta da silenzi sapientemente voluti dal diavolo. Poi arriva la mezzanotte, Cenerentola ha paura di perdere la scarpet­ta e fugge. Non ci sono scale se non i quattro gradini che separano il locale dalla strada. Il principe Cesare la insegue e le dà un suo biglietto da visita con su riportati i numeri telefonici. Dice, anzi declama: «Se sei intelligente, telefonami.»

In questa mattina tarda, in questo paese della Padania non dimenticato né da Dio né dagli uomini, davanti a due sontuosi cràfen che accarezzano le papille gustative, l'amica che ha vent'anni in più rispetto all'inizio di quella favola non mi svela l'epilogo. L'arcano ha inizio, meglio continua.

NoteA cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri
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