Racconti d'autore

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Lavoro da ciabattino

Un racconto inedito di Giorgio Bassani

29 ottobre 2009

Vi leggiamo oggi un inedito del grande scrittore ferrarese (1916-2000), autore de "Il giardino dei Finzi Contini" (1962) e "Il romanzo di Ferrara" (1974). Si tratta di un dattiloscritto di quattro pagine, con annotazioni a penna, di proprietà della Fondazione Giorgio Bassani, che l'ha gentilmente concesso al sito degli Emiliano-romagnoli nel mondo.

Lavoro da ciabattino
di Giorgio Bassani

“Lavoro da ciabattino”: è modo di dire toscano, registrato anche dal Tommaseo, nel suo Dizionario; e sta per lavoro male eseguito, fatto in fretta, che uno, a dichiararsene autore, dovrebbe vergognarsi. Eppure, se c’è una frase della lingua che risponda poco o nulla alla realtà delle cose, mi par proprio questa. Non so in Toscana ed è sempre pericoloso, del resto, pensare per classi, per categorie: ma da noi, in Emilia (se, dico, m’è lecito generalizzare attorno ai ciabattini del mio paese) mi sembra di ricordare che non c’è gente, come costoro, tanto dotata di quel senso di individualità che s’accompagna quasi sempre in ogni uomo al gusto e al rispetto del proprio mestiere. Entrare, da noi, nella botteguccia di un ciabattino, nella quale egli lavora da solo, o in compagnia, se mai, d’un solo aiutante, che di solito è un ragazzo apprendista, è sempre, in ogni caso, entrare da qualcuno. I ciabattini del mio paese lavorano in solitudine attorno alle scarpe vecchie del prossimo: e intanto, mentre scorre il lungo inverno padano, pensano ai grandi problemi della filosofia e della storia. Qualcuno di essi - come Hans Sachs - è poeta.

Nemmeno il signor Cesare Rovigatti, dunque, il quale fu per più di vent’anni il ciabattino di casa nostra, a Ferrara, e aveva il suo sgabuzzino in piazza di S. Maria in Vado, giusto di fianco alla chiesa, si vergognava del proprio mestiere. Dal ’39 al ’43 (gli anni, all’incirca, della guerra), nella penuria di amicizie che per me distingue il ricordo di quel tempo, io mi recavo spesso a conversare con lui, nella sua bottega; e non ebbi mai l’impressione, benché io fossi, allora, in fondo, un signorino della più distinta borghesia della città, e stessi per laurearmi, di far visita a persona inferiore, o in qualche modo subalterna. Io mi sedevo sopra uno sgabello di contro al suo, e lo guardavo lavorare. La lampada bassa illuminava vivamente il rozzo deschetto sul quale egli stava chinato dalla mattina alla sera. Il suo lavoro era tra noi, ci separava: ma a soffrire di ciò, oscuramente, ero io, non lui.

Lui al contrario, sembrava proprio che dal metodico armeggio delle sue mani attorno a tacchi e suole prendesse forza, coscienza di sé. Se l’interrogavo, rispondeva pacato, non era mai stato un tipo espansivo: e intanto lavorava. Arrotolati gli spaghi attorno alle palme non meno dure del cuoio dal quale, in precedenza, aveva ritagliato le forme di una suola, egli li tirava con energia misurata; una manciata di piccoli chiodi prendeva dimora nella sua bocca, e lingua e labbra eran pronte, secondo le esigenze, a restituirla a poco a poco alla luce; il martello batteva e ribatteva con automatismo preciso e instancabile, la sorda superficie della calzatura ch’egli teneva ben salda fra le ginocchia strette a morsa: ed ogni gesto che il lavoro gli imponeva non lo impediva, non gli
era mai d’impaccio. L’aiutava a pensare, avrei detto. Un chiodo ficcato nello spessore della suola con un sol colpo di martello gli serviva meglio a momenti, per ribadire un concetto, che qualunque argomento compleme[ntare].

C’erano indubbiamente molte ragioni perchè io mi recassi così spesso dal signor Rovigatti. La penuria di amicizie, ho detto in principio: e mi pare ancora di veder me stesso uscir di casa verso sera, con la nebbia, e cercare con l’occhio, di là dalla piazza, una piccola vetrina illuminata.
La politica, poi: giacché Rovigatti era un vecchio socialista, e tanto bastava per giustificare il mio interesse per lui. Tra i quaranta e i cinquanta, con dei capelli lustri e corvini che gli ricadevano ancora giovanilmente da un lato della fronte pallida, giallastra, Rovigatti aveva fatto in tempo a veder di persona Filippo Turati a non so che congresso del Partito del primo dopoguerra, e a essere bastonato e “oliato” dai fascisti della Celibano nei mesi successivi al delitto Matteotti.
Insieme con l’onorevole Bottecchiari che, benché contrario al Regime era l’avvocato più in vista della città; insieme con la leggendaria e (a causa del provvedimento di libertà vigilata inflittole dalla polizia dopo il carcere e il confino) inattingibile maestra Trotti,  ex direttrice della famosa Scintilla; insieme col gelataio Ninetto, che i fascisti continuavano a bastonare ogni anno, quasi a titolo di commemorazione delle tristi loro imprese di gioventù: insieme con questi pochi, Cesare Rovigatti rappresentava agli occhi del signorino borghese, transfuga della sua classe, la testimonianza di un passato più onesto, più civile del tempo nel quale era nato e cresciuto: e insieme la promessa di un avvenire migliore. Ma non parliamo di ciò: il discorso ci porterebbe fuori dal seminato e implicherebbe divagazioni di carattere troppo privato. Di politica, comunque, Rovigatti lasciava parlare me solo. Quando le dicevo grosse, chinava ancor più la testa sul lavoro, o dava rapide sbirciate fuori, nella piazza dove l’oscurità, frattanto, era venuta addensandosi. “Ma no, non credo, qualcosa di buono l’hanno fatta anche loro” – mi disse una volta. E mentre io lo guardavo  stupefatto, gli occhi gli ridevano di malizia. Io, il figlio dei signori ai quali da quasi vent’anni lui risuolava le scarpe, io ero in casa sua, gli venivo a far visita! Poteva essere generoso, adesso, lui che era stato sempre dall’altro lato della barricata, lui che ci era nato. Poteva riconoscer perfino dei meriti all’avversario che gli aveva rotto la testa a tradimento e l’aveva costretto a ingozzare una pinta di olio di ricino. Certo sapeva d’esser crudele, così dicendo, sapeva di respingere il mio desiderio d’essere con lui, di sentire che lui m’era amico: perché, di scherzosi, gli occhi gli s’eran fatti improvvisamente duri, ostili: come se io, io solo, nonostante le leggi razziali che di recente avevan posto me e la mia famiglia nel numero dei perseguitati del fascismo, fossi responsabile d’ogni cosa: e toccasse a me, ora, di pagarla per tutti.

Eppure, a parte la politica, di cui, come ho detto, egli non amava troppo discorrere, e che tuttavia ci affratellava (sapevo del suo violento anticomunismo di tipo anarchico, romagnolo, e cercavo di sedurlo, talora, parlandogli male di quelli che egli [aveva] chiamato, un giorno, amaramente, “i nostri cari cugini comunisti”; ma lui, allora, attraverso il deschetto ingombro di scarpe vecchie, mi lanciava un’occhiata sospettosa, carica d’ironia…): a parte questo le mie visite gli facevano certamente piacere, solleticavano la sua vanità. Era anche per vanità, per civetteria, che egli stentava a seguirmi sul terreno dell’antifascismo. Sapeva bene che venivo da lui per questo: e di ciò, in segreto, si compiaceva. Ma c’erano molti altri temi di conversazione, che diavolo!, sui quali, dopo tutto, avremmo potuto intrattenerci. La letteratura, per esempio. Mi piaceva Victor Hugo? Che libro insuperabile, Il Novantatrè! In Italia, soltanto il Guerrazzi, col suo Assedio di Firenze, aveva fatto qualcosa di simile, nell’Ottocento. Tra i poeti, soltanto il Carducci del Canto dell’Amore e, di rado, lo Stecchetti, lo riconciliavano con la letteratura italiana che gli pareva tutta, eccetto Dante, di scarsissimo interesse. Ed ora, nel Novecento, come andavano le cose? Lui non aveva tempo di tenersi al corrente: la Biblioteca Comunale la chiudevano alle 7 di sera, molto prima che la sua giornata di lavoro terminasse; ed era peccato, perché se il regolamento fosse stato fatto in modo che anche la povera gente, la gente che lavora, potesse, volendo, istruirsi, lui, scapolo com’era, avrebbe potuto approfittare con vantaggio di quel “pubblico servizio”. Ma io, che avevo tutto il tempo di studiare, e pensavo di mettermi a scrivere, vero? cosa potevo raccontargli di quel che stava accadendo nelle patrie lettere? Ero io, quelle volte, a non voler seguirlo su un tale terreno. Ma non per vanità, né per civetteria, lo giuro: bensì per un senso quasi disperato di impotenza che mi prendeva quando, dopo aver finito di interrogarmi, egli restava per un momento a fissarmi, stringendo le labbra perplesso. “Nulla, non si fa più nulla di buono, di utile”, concludeva Rovigatti convinto, con accoratezza sincera. E il mio silenzio, che gli dava ragione, gli permetteva di parlar di questo e d’altro senza più ironia, senza più cattiveria, di parlar lui, finalmente con una confidenza, un abbandono che rendevan felice anche me.

In fondo, l’argomento che lo metteva più a suo agio era quello del suo mestiere. La mia riluttanza a illuminarlo sullo stato attuale della letteratura nazionale (non era questo il mio mestiere? Non avevo studiato per insegnare nelle scuole la storia della letteratura italiana?) aveva il potere - ed era giusto, pensavo, che così fosse - di eccitare, quasi per contrasto il suo entusiasmo per il proprio lavoro di cui, a prescindere dalla libertà economica modesta, sì, ma sicura, che da esso sapeva ricavar per sé, egli conosceva tutti i segreti. Una scarpa scalcagnata non aveva davvero misteri, per lui. Dal modo come un cliente aveva consumato il tacco, deformato una tomaia, sbucciato una punta, egli risaliva con intuito psicologico profondo, che mi incantava, al carattere di colui. Prima di accingersi a medicare una calzatura, egli usava soppesarla nella sua grande mano, alla luce della lampada bassa che stava fra noi, col sorriso indulgente dell’artista che contempla il proprio personaggio, ed è disposto, pur che viva, pur che gli sia dato di comprenderlo fino in fondo, a vederlo compiere le più grosse ribalderie. “Da questo signore, vede, sarà difficile farsi pagare”, mi diceva egli, per esempio, maneggiando certi scarpini di coppale, strettissimi, che parevan nuovi, e invece nascondevano, sotto le punte affilate segni leggeri di consunzione: e la cautela con la quale li offriva al lume, perché li osservassi bene (la cautela del domatore di serpenti) individuava d’un tratto il proprietario di quegli oggetti, che era un giovane ozioso, appunto, un crudele sfruttatore di donne notissimo in città. “E tu, bella bionda, sta attenta dove corri!”: mormorava ancora, passando il pollice calloso attorno all’alto tacco aguzzo di certe scarpette femminili, di coccodrillo, che una camminatura energetica, esuberante, vittoriosa, aveva fortemente slabbrato. Mi fece vedere, tra le altre, una volta, anche le scarpe dell’onorevole Bottecchiari, “il principe del nostro Foro” (disse proprio così con una tal quale ironia): e gli occhi, mentre le contemplava, gli ardevano di zelo combattuto, di tenace fedeltà. “Una persona di cui, dopo tutto, ci si può ancora fidare, mi creda. Che importa se si è imborghesito? Guadagna, si capisce: una bella casa, una bella moglie…Col suo ingegno, perfino i fascisti lo rispettano, gli fanno la corte. Eh già, un oratore così, a chi non farebbe gola? Ma la tessera che gli volevano dare l’anno scorso, lui l’ha rifiutata”.

E non smetteva, intanto, di rigirar fra le mani le scarpe dell’onorevole Bottecchiari (un paio di scarpe marroni, dalla punta quadrata: le scarpe di un uomo sanguigno, ottimista, dal fisico d’un quintale), a fianco di cui, da giovane, aveva militato nelle file del Partito Socialista di Filippo Turati e di Giacomo Matteotti, e insieme col quale, nel ’24, aveva preso le botte e la purga. Non si vedevano più, da quasi venti anni: ma di recente, incontratolo per strada l’onorevole, gioviale e festoso come d’abitudine, gli aveva gridato dall’altro marciapiede: “Ciao, Rovigatti!”

 

NoteA cura di Claudio Bacilieri.
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