Racconti d'autore
Montroni in libreriaMontroni in libreria
Libraio per caso
di Romano Montroni, Marsilio, 2009 (prima puntata)
18 febbraio 2010
Ci vediamo alla Feltrinelli… A Bologna ci si dà appuntamento in libreria, presso il libraio più famoso d’Italia, Romano Montroni, dal 1963 al 2005 direttore della Feltrinelli di piazza Ravegnana, sotto le due torri, e ora della libreria della Coop all’ex cinema Ambasciatori. In questo suo secondo libro, “Libraio per caso”, Montroni racconta la sua vita tra autori e lettori.
Nella prima puntata vi leggiamo l’introduzione del giornalista e scrittore Michele Serra, scritta nel 2003 in occasione del conferimento a Montroni del “Nettuno d’oro” da parte del Consiglio comunale di Bologna, che racconta dello “spirito conviviale” intorno alla cultura che ci rende ancora cara questa città.
Nella seconda puntata, è il libraio che fa una veloce carrellata degli scrittori conosciuti durante i suoi quarantacinque anni di attività, chiamati a presentare le loro opere in libreria, e spesso invitati a cena a casa sua e della moglie Piera.
Libraio per caso
di Romano Montroni
INTRODUZIONE
di Michele Serra
Quando sono arrivato a Bologna, ormai parecchi anni fa, ho imparato subito che i luoghi nei quali ci si dava appuntamento con gli amici erano fondamentalmente due: il primo era la piazza, o meglio il grande rialzo rettangolare detto Crescentone, forse il solo luogo urbano al mondo che sia stato soprannominato, a furor di popolo, ispirandosi alla gastronomia. Il secondo era la Feltrinelli sotto le Due Torri, la casa pubblica di Romano Montroni, la bottega più rinomata di Bologna.
Siccome me la passavo da intellettuale, ho subito pensato che darsi appuntamento sopra un Crescentone, cioè sopra l'enorme simulacro di una focaccia lievitata e fritta, fosse meno dignitoso che darsi appuntamento davanti a una libreria. Mi illudevo così di poter scegliere tra Bologna la grassa e Bologna la dotta, in favore della seconda. Non sapevo ancora, da milanese ignaro e un po' esangue, che le due nature della città sono in realtà inscindibili, le due facce della stessa medaglia, e che le migliori conversazioni, in questa città, si fanno con le gambe sotto il tavolo, magari, se si è educati, badando a non parlare con la bocca piena.
«Vediamoci domattina davanti alla Feltrinelli» è diventato, così, il mio rendez-vous abituale. Aspettando gli amici si guardavano le vetrine, o si entrava in quel dedalo di libri a sbirciare le novità e magari a controllare che i titoli degli altri autori non formassero pile troppo alte, che facevano ombra ai libri tuoi o dei tuoi autori preferiti.
Romano c'era sempre, o quasi sempre. Impossibile non notarlo: il modello Montroni è mettere un grosso libraio in una piccola libreria, in controtendenza rispetto alla moda commerciale contemporanea, che prevede piccoli librai sperduti in enormi librerie, i famosi megastore che, per quanto mi riguarda, detesto cordialmente.
Ho sempre pensato che la stazza insigne di Romano Montroni avesse, fondamentalmente, due funzioni. Una, inibitoria, era far intendere da subito a quelli come me, che magari da studenti, per sete di cultura e per mancanza di quattrini, avevano fregato qualche libro in qualche libreria nascondendolo sotto l'eskimo di ordinanza, era far intendere a quelli come me, dicevo, che il libraio c'era, era presente, ed era anche molto robusto. La seconda funzione, commerciale e promozionale, era far capire al clientelettore che non era solo nelle sue scelte, che nel labirinto delle parole, sotto le Due Torri, avrebbe sempre trovato una guida, un Virgilio disposto ad accompagnarlo lungo i gironi non sempre paradisiaci della produzione culturale.
Questo deve essere un bottegaio. Un artigiano dell'incontro umano, un ospite e un conversatore, uno che magari quel giorno ha le sue paturnie, i suoi problemi, ma è comunque disposto a salutarti, a essere gentile, a farti sentire a casa tua perfino in quel luogo complicato, e a volte intimidatorio, che è la cultura. Nessuna fredda strategia di marketing potrà mai sostituire la figura umana del bottegaio, specie se questi è un libraio, che deve essere affabile come un oste ma attento come uno psicologo, amichevole ma autorevole, informato ma non spocchioso, perché il torto peggiore che un libraio può fare al suo cliente è fargli sospettare di essere più colto di lui.
Romano Montroni è, ai massimi livelli, questo genere di libraio, e non per caso è diventato il libraio più famoso d'Italia, maestro per le nuove leve, punto di riferimento per chiunque voglia mettere in piedi con qualche criterio una vetrina, degli scaffali, una bottega dove si vende quell'affascinante e complicato pane che sono le parole.
In una città bottegaia e intellettuale, Romano è la felice sintesi dello spirito urbano, e Bologna fa benissimo a riconoscere in lui un suo figlio emerito. Perché se la Feltrinelli è la casa pubblica di Montroni, grande merito conviviale e culturale va riconosciuto anche alla sua casa privata in via San Petronio Vecchio, dove Romano e sua moglie Piera ricevono gli amici bolognesi e i tantissimi amici di passaggio.
La mensa di casa Montroni, che è generosa e meritatamente frequentata, è l'ideale retrobottega della libreria sotto le Due Torri. È un classico andare alle sei in Ravegnana alla presentazione di un libro e ritrovarsi verso le otto da Romano e Piera con gli autori e con altri amici per continuare la chiacchiera, per bere e per mangiare. Mi ripugna chiamarlo "salotto" quell'appartamento bolognese pieno di libri, quadri e bottiglie di vino al quale sono così grato per la sua ospitalità, il suo calore, la sua gentilezza. "Salotto" puzza di mondanità querula, di posa sociale. L'agio che si respira in casa Montroni è invece lo stesso che si respira in libreria: è fatto di apertura umana, di cordialità, e di cosmopolitismo, perché Bologna è una provinciona, sì, dove ci si conosce tutti o quasi, ma è anche un crocevia geografico e culturale come ce ne sono pochi. Sotto il tavolo da pranzo dei Montroni hanno messo le gambe scrittori di mezzo mondo. Ci puoi incontrare gli intellettuali del Mulino, i professori universitari, politici, giornalisti, artisti, urbanisti. Ci sono i cattolici e ci sono i massoni, c'è la borghesia rossa, persone di matrice culturale e ideologica spesso profondamente diversa, comunque disposti a conversare e magari a prendersi civilmente per i fondelli, ma in un clima profondamente diverso da quello rissoso e aspro che si respira nel paese e nelle cronache giornalistiche.
Da Montroni ho incontrato e conosciuto Romano Prodi, Roversi Monaco, Cervellati, mezza Alma Mater, mezzo municipio, una buona fettina di parlamento, molta parte dell'editoria italiana, Renato Zangheri e una sfilza di ex sindaci, Angelo Panebianco e Salizzoni (così nomino, diplomaticamente, anche il centrodestra), insomma tutta la Bologna attiva in cultura e in politica.
Mi sono spesso interrogato su questo aspetto cordiale e conviviale, ma anche consociativo e compromissorio, di questa città. Ha i suoi pregi e i suoi difetti. Dei difetti oggi non voglio parlare, non perché sono ipocrita, ma perché oggi è festa, e nelle feste si sorride e ci si complimenta.
E Montroni, comunque, di Bologna incarna i pregi: la cordialità, l'elasticità culturale, la capacità di usare la propria identità ideologica non come una barriera, una porta chiusa, ma come una ragione di curiosità per l'altro. Certo, il bottegaio è un mestiere. Ed è un mestiere che induce a sorridere anche a chi, magari, non ti è simpatico, o professa idee che ti indispongono. Ma non basta il mestiere per mettere su bottega con la disponibilità umana, la fantasia e il successo che Montroni ha saputo meritarsi. Ci vuole uno spirito, un animus, davvero aperto e generoso, perché saper mettere a proprio agio i clienti, gli ospiti, gli amici, non è una qualità che si può simulare, non è qualcosa che si impara in uno stage o frequentando un corso aziendale.
È una qualità umana. È la misura di una persona. E Montroni ne dispone in misura proporzionale alle sue dimensioni corporee, che sono vaste e rassicuranti. Guai a quella città, a quella società, che si illude di poter fare a meno di queste facoltà civili, di questo spirito conviviale. La freddezza inospitale dei megastore, degli ipermercati che stanno via via soppiantando l'antica civiltà di bottega, di piazza, di strada, di caffè, minaccia di cambiare in peggio, irrimediabilmente in peggio, la cultura italiana profonda, che è piena di difetti, di inadempienze, di arretratezze, ma è gravida di socialità, di calore umano, di amore per la relazione, per l'incontro, per la stretta di mano.
Devo soprattutto a Romano Montroni, oltre a un'amicizia della quale mi onoro, la possibilità di essermi sentito bolognese, anche bolognese, dopo pochi giorni che ero arrivato qui. «Ci vediamo alla Feltrinelli» è stata la chiave che mi ha permesso, da subito, di orientarmi in una città per me ancora sconosciuta. Perché se è vero, come dice Dalla, che «nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino», a me invece è successo di perdermi: e di ritrovarmi perché, dietro un'insegna, dietro una vetrina, dietro uno scaffale, vedevo svettare il testone biondo di Romano, riconoscevo il suo sorriso, avvertivo nella sua presenza la presenza di uno spirito urbano ospitale, gentile, contento di vedermi quanto io ero contento di vedere lui.
Bologna, 15 novembre 2003
Dal discorso pronunciato nella Sala del Consiglio comunale di Palazzo d'Accursio in occasione del conferimento del Nettuno d'oro a Romano Montroni.
| Note | A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri |
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