Racconti d'autore

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Manituana

di Wu Ming, Einaudi, 2007.
Prima puntata

7 gennaio 2010

1775, all'alba della rivoluzione che generò gli Stati Uniti d'America, quando New York è ancora una colonia inglese, i figli e i nipoti di Sir William Johnson e della sua sposa mohawk Molly Brant combattono, da lealisti, contro i coloni che si sono ribellati al Re e vogliono le terre degli indiani. Dovranno affrontare un esodo verso il Canada e ancor più lontano, a Londra, dal Re che credono difenda i loro diritti.
Nella capitale dell'Impero le gang di strada adottano a modo loro i costumi mohawk, con effetti stranianti, ed è appena l'inizio dell'avventura: generazioni e contraddizioni si intrecciano, molle potenti e sotterranee premono e incalzano sotto le ideologie, le illusioni, le vite. Baronetti inglesi protettori degli indiani, indiani delle Sei Nazioni che leggono Diderot nei boschi, città e costituzioni pellerossa, donne di sapere e potere, gentildonne inglesi selvagge, avventurieri americani, lord inglesi malinconici, pirati, gang di strada. L'America quale noi la conosciamo prende corpo, ma rimane aperta la principale libertà che una narrazione possa indicare: quella di immaginare un altro mondo, affidato alla forza generatrice e visionaria delle donne, più forte di ogni violenza e sopraffazione.
Questo libro del collettivo bolognese di scrittori Wu Ming – una vera e propria officina di cantastorie che precedentemente aveva assunto il nome collettivo di Luther Blissett – racconta una storia dalla parte sbagliata della storia: un romanzo epico sulla nascita di una nazione e lo sterminio dei mondi possibili, alternativi. Il libro si intitola Manituana che in lingua irochese significa "Il giardino di Dio".

Manituana
di Wu Ming

43.

 Quando sentì la scheggia conficcata sotto l'occhio, Hen­ry Hough decise che non avrebbe fatto la fine del topo. Il tempo scorreva a vantaggio del nemico. Confidare sulla ra­pidità era stato l'unico errore di un piano semplice.

L'avanguardia di Sullivan aveva perso contatto con il grosso dell'armata. I cannoni non erano riusciti a supera­re un guado e c'era stato bisogno di costruire un ponte. Quelli davanti, intanto, avevano guadagnato almeno una giornata di marcia.

L'idea era di attaccarli sulla pista, farli prigionieri e poi riprendere posizione con gli altri per la grande imboscata. Se Joseph Brant fosse giunto in fretta con i rinforzi da Nia­gara, tanto meglio. Altrimenti avrebbero fatto da soli.

John Butler aveva approvato l'idea. L'accerchiamento era andato liscio, ma quei venti bastardi s'erano rintana­ti dietro un pugno di rocce, e a quanto pare erano i tira­tori piú dritti d'America. Non c'era verso di snidarli, e prima che finissero le munizioni gli altri potevano essere lì. Quattromila uomini e una batteria di cannoni. La fine del topo.

Hough raggiunse i Butler, che spiavano i nemici da die­tro un tronco.

- Possono tenerci qui quanto vogliono - ringhiò. - Dobbiamo stanarli.

Walter Butler lo guardò in cagnesco, mentre il padre stringeva la mascella nervoso.

- Maledizione a noi - urlò in faccia a Hough. - Se ci sfuggono, avvertono Sullivan e l'imboscata fallisce.

Hough guardò oltre il fumo degli spari. Poteva distin­guere i capelli rossi di uno dei cecchini. Valutò la distan­za in una settantina di passi. Bisognava andargli addosso, non c'era alternativa. Costringerli a mollare quelle dan­nate rocce, spingerli ancora verso la squadra di Secord, co­me uccelli nelle reti. La superiorità numerica era schiac­ciante, se partivano insieme non avrebbero sacrificato piú di venti uomini. Sperò di non essere nel numero.

Lanciò il grido d'attacco e balzò allo scoperto.

Mentre iniziava a correre con le armi in pugno, vide che gli altri lo affiancavano veloci. Fece fuoco davanti a sé, senza nemmeno puntare.

Pochi passi e l'impatto rischiò di buttarlo a terra.

I bastardi non s'erano lanciati verso la rete, ma contro i battitori. Gli uccelli non lo facevano mai.

Vide suo fratello sputare sangue, infilzato da una baio­netta.

Sguainò il coltello da caccia e si scagliò in avanti, colpì l'avversario alla gamba, al braccio, al collo, finché non stra­mazzò.

Si strinse al fratello che annaspava a terra. Gli cinse le spalle per sorreggerlo.

Il sangue gli tinse le mani, la giubba, la faccia. - Cristo santo, Johnny. - Henry. Sto crepando, Henry...

- Johnny -. Cercò di sollevargli la testa che ricadde iner­te. - Johnny.

Il corpo del fratello giacque esanime tra le sue braccia.

La squadra di Secord rientrò per ultima all'accampa­mento. Portavano uomini malconci, con una corda al collo.

- Abbiamo preso questi quattro, altri undici sono ri­masti per terra - disse Secord. - Se li abbiamo contati be­ne all'inizio, ne sono scappati cinque.

Le ultime parole ferirono i guerrieri come una coltella­ta. I sopravvissuti avrebbero allarmato Sullivan, l'aggua­to sfumava e la capitale dei Seneca distava meno di dieci miglia. Senza poter contare sulla sorpresa, non c'era mo­do di evitare la distruzione. L'armata ribelle avrebbe svol­to il suo compito, con lo scrupolo che la rendeva già leg­genda. La porta occidentale della Lunga Casa sarebbe crol­lata, e dalla soglia i cannoni di Sullivan avrebbero puntato Fort Niagara.

John Butler taceva tetro. Lanciò un'occhiata ai prigio­nieri. Ordinò di portare i due bianchi nella sua tenda e la­sciò gli Oneida ai guerrieri, perché sfogassero la rabbia. Henry Hough gli si parò davanti. - Perché devono divertirsi soltanto loro?

Butler lo fissò negli occhi e quello che vide lo fece rab­brividire.

- È l'usanza con i prigionieri - disse. - Gli indiani agli indiani.

Secord spuntò alle spalle del compare, piazzandosi vi­cino all'ingresso della tenda dove avevano portato i ribel­li. Walter Butler affiancò il padre, pronto a scattare.

- I bianchi ai bianchi, - disse Hough.

Butler capi. Lanciò occhiate intorno, nessuno faceva caso a ciò che stava accadendo. I guerrieri danzavano in cerchio. Avevano sfilato gli intestini dall'addome di uno degli Oneida e con quelli lo legavano al tronco di una quercia.

Il sudore gli colò negli occhi. Anche Hough era madi­do, sollevò appena la tesa del cappello e passò una mano sulla pelata, per poi tornare a fissarlo.

Butler sentì il figlio spostare il peso in avanti, ma lo fermò con la mano.

- All'inferno, sibilò, prima di allontanarsi trascinan­do Walter per la manica.

 Sulla soglia attesero che gli occhi si abituassero alla pe­nombra. Riconobbero i prigionieri, seduti, le mani legate dietro la schiena. Secord andò a mettersi in un angolo, trovò dei sonagli di tartaruga e cominciò ad agitarli. Hough si ac­costò a quello biondo e lo guardò a lungo.

- Sono il tenente Boyd, dell'esercito continentale ame­ricano. Mi dichiaro prigioniero del capitano Brant.

Hough annuì serio.

- Tenente. Vorreste diventare capitano? O magari co­lonnello? - Estrasse il pugnale e prese a pulirsi le unghie.

Il prigioniero lo guardò incredulo.

- Io no, - proseguì Hough. - Niente gradi, niente fir­ma. Da questa guerra me ne vado quando mi pare e nes­suno può dirmi niente.

Si volse all'altro uomo legato, che occhieggiava la lama nervoso. Henry Hough fece uno scatto e gli tagliò di net­to una narice.

Il sangue schizzò sulla tenda. Le urla non richiamaro­no nessuno.

Boyd si contrasse, la faccia pallida e terrorizzata. Secord agitò ancora i sonagli, con falsa allegria.

- Io sono qui per due motivi soltanto, - riprese Hough.

- Il primo era difendere casa mia, giù a Oquaga, ma qual­cuno dei vostri l'ha bruciata.

Si avvicinò ancora al tenente, gli afferrò i capelli sulla nuca e gli infilò in bocca una manciata di terra. Poi con l'indice prese a scavargli un occhio, con la stessa mecca­nica determinazione che avrebbe usato per cavare il noc­ciolo da una pesca.

- Il secondo è che ci ho preso gusto, - disse mentre l'un­ghia affondava nell'orbita.

Il tenente gemette, deglutf la terra, provò a parlare, ma una seconda infornata lo rimise zitto.

L'altro si fece coraggio. Il sangue gli colava sul collo e sul petto. Disse che avevano informazioni da barattare in cambio della vita. Rimediò un pugno in bocca e l'invito a esprimersi con franchezza, se il labbro spaccato glielo con­sentiva.

- Fateci parlare con il capitano Brant, - annaspò il te­nente prima che l'altro parlasse.

Hough li guardò, e senza una parola uscì dalla tenda. Tornò poco dopo. Secord non suonava più, i prigionieri erano nudi e uno singhiozzava.

Il tenente parlò in tono concitato all'indiano che gli si parava davanti.

- Capitano Brant, in cambio della vostra clemenza pos­siamo rivelarvi i piani del generale Sullivan.

- Cosa dice? - chiese il Seneca rivolgendosi a Secord nella sua lingua.

- Non importa. Vai avanti.

L'indiano approntò le braci. Hough tirò fuori dalla bi­saccia un sacchetto di orecchie di porco e si mise a masti­carle insieme all'amico, godendosi la scena. Secord riac­ciuffò i sonagli e riprese a scuoterli, per coprire le urla.

Alla fine, il tenente alzò una mano. Secord si interruppe.

Hough deglutì il boccone, si avvicinò e raccolse i sus­surri del prigioniero.

- Bene, tenente Boyd, ci tenevate che il capitano Brant sapesse questo - disse. - Glielò riferirò, avete la mia pa­rola.

- Pietà, - riuscí a biascicare Boyd.

La testa cadde in avanti, sul petto di Hough, che pre­se ad accarezzargli i capelli dorati, ignorando le suppliche del prigioniero.

- Ascolta. Casa mia non c'è piú, questo te l'ho già det­to, e nemmeno mio fratello. Era uno stupido, ma gli vo­levo bene ed era tutta la mia famiglia. Magari l'hai ucciso tu, magari no. Il caso ha voluto che tu capitassi sulla mia strada proprio oggi. L'insondabile volontà di Dio. Per noi due la guerra finisce qui. Ti porto con me a Geneseo. Ac­coglierai il tuo generale come si conviene.

 44.

 Correvano da quattro giorni. Si erano concessi appena il tempo di mangiare e riposare, quanto bastava a recupe­rare le forze. I piú vecchi iniziavano a rimanere indietro. Philip aveva deciso di marciare in coda alla colonna, per es­sere certo che nessuno crollasse.

Anche i ragazzi erano stanchi. Non avevano mai af­frontato una fatica simile.

Non mancava molto ormai, Geneseo distava una ven­tina di miglia. L'indomani avrebbero raggiunto il campo di Butler per riunirsi al grosso del contingente.

Poteva essere l'ultimo momento di riposo prima dello scontro.

Seduto in mezzo al bivacco, Philip osservò i volti uno a uno, come davanti a un affresco. I corpi mandavano un'ener­gia che non aveva il sapore del sangue e del piombo. Pare­vano gli abitanti di una città sconosciuta, in marcia per fer­mare un uragano o un'inondazione.

Guardava i ragazzini dagli occhi increduli e non li im­maginava lottare al coltello. Li vedeva nel bosco, a caccia del cervo, o a nuotare in un fiume. Guardava i guerrieri at­tempati e non si domandava quanti nemici potessero ucci­dere, ma dove avrebbero portato le famiglie all'inizio dell'in­verno. Li vedeva circondati di figli e nipoti, morire nel vil­laggio dei padri, non coperti di polvere e sangue. Guardava i volontari bianchi che scortavano Joseph, e vedeva mer­canti, contadini, fabbri e falegnami.

Aveva occhi nuovi. Forse avrebbe visto le stesse cose anche sulla faccia dei nemici.

Gli uomini di Sullivan erano tedeschi, olandesi, inglesi whig e irlandesi, esuli corsi, mercenari svizzeri, guide Onei­da e Tuscarora. Di sicuro alcuni combattevano per un prin­cipio, altri per la paga, altri ancora per gloria o paura. C'era chi aveva seguito il fratello maggiore e chi s'era arruolato contro il parere del padre. Alcuni odiavano, altri cercava­no un tornaconto. Philip sapeva del motto che Sullivan por­tava sugli stendardi: «Civiltà o morte». I suoi soldati lo gri­davano in coro, per brindare alla distruzione. Lo gridava­no alle case di pietra e ai campi coltivati, agli abiti di lana e ai fucili. Lo gridavano a un'alleanza di popoli che s'era data una legge di pace, in un tempo remoto. Lo gridavano, per dire che chiunque non fosse uguale a loro meritava lo sterminio. Eppure nemmeno tra loro si assomigliavano.

Philip tornò a guardare la pianura. Dopo molte lune era di nuovo pronto a combattere, anche se non c'era piú un popolo da difendere.

Noi dobbiamo vivere, ripeté Esther nella sua mente.

Se mai quello che stava per succedere gliel'avesse con­cesso, sarebbe tornato indietro a cercare quel nuovo ini­zio.

 Anche le sentinelle che segnalarono il loro arrivo sem­bravano contagiate dall'umore dell'accampamento. Aria di smobilitazione.

Joseph condusse la colonna di vecchi e ragazzi intorno ai fuochi ancora accesi, perché riposassero e mangiassero qualcosa. Philip lo affiancò e gli sfiorò il braccio. Indicò i pali di guerra: sotto un nugolo di mosche, due Oneida sventrati. I piú giovani li guardarono impressionati.

Joseph si irrigidí e vide John Butler venirgli incontro.

- Le novità non sono buone, Joseph Brant.

In poche frasi raccontò dell'attacco fallito all'avan­guardia nemica.

Joseph resse il colpo.

- Sullivan è troppo furbo per lasciarsi sorprendere, ora che è stato avvertito - aggiunse Butler. - Non possiamo reggere una battaglia in campo aperto. Sono troppi. Ge­neseo è spacciata.

Joseph guardò Philip. Vide la propria delusione rifles­sa negli occhi dell'amico. La corsa era stata inutile. Indicò gli uomini che toglievano le tende. - Dove vanno?

- A casa, - rispose Butler, mentre osservava l'accozza­glia giunta da Niagara. - Rimanda indietro questa gente. Che tornino dalle loro madri -. Scorse le capigliature gri­gie. - E dai figli, - aggiunse. - Non possiamo fare piú nien­te. È finita, Joseph. I Seneca combattevano per Geneseo, nient'altro. Ora torneranno a crepare di fame e di freddo a Fort Niagara -. Azzannò il tabacco. - Anche i nostri vo­gliono tornare a casa. Quelli che ne hanno ancora una. Gli altri li porto con me a Oswego. Quando Sir John scenderà da Montreal con i rinforzi, riprenderemo la guerra.

- Abbandonate Fort Niagara?

Butler sospirò e si fece piú vicino, come se volesse con­dividere un segreto.

- Abbiamo estorto informazioni ai prigionieri. Non è Niagara l'obiettivo di Sullivan.

Joseph rimase zitto, valutando l'informazione piú ina­spettata.

- Punterà a est, - aggiunse l'irlandese.

Nel silenzio che seguì i pensieri di Joseph viaggiarono veloci, percorsero la pianura fino alle Cinque Dita, e poi ancora oltre, fino alla valle del Mohawk.

- Vuole distruggere le altre città, - disse Butler. - Spaz­zare via tutto.

Joseph fissò le braci. La tentazione di piegare le spalle era forte. La stanchezza del viaggio stava per avere il so­pravvento. Le forze erano impegnate a tenere a bada l'an­goscia.

Pensò che le Sei Nazioni presto sarebbero state cene­re. Abbandonate al loro destino dagli alleati. Prima Guy Johnson. Poi Sir John e Daniel Claus. Infine John Butler. Aveva combattuto al suo fianco fino all'ultimo, ma ormai anche per lui gli indiani erano una palla al piede di tremi­la affamati.

La voce del figlio richiamò l'attenzione di Butler. Wal­ter era pronto, i Ranger si stavano disponendo in colonna. - Vieni con noi, - disse il vecchio irlandese. Joseph restò immobile.

- Ti aspetteremo a Oswego - aggiunse Butler, scuro in volto.

Dietro di lui i Ranger si misero in marcia, silenziosi e stanchi. Anche i Seneca partivano alla spicciolata, piccoli gruppi di guerrieri sparivano lungo il sentiero.

Joseph controllò le provviste e l'acqua nella borraccia.

- Sullivan va a est - disse rivolto a Philip. - La prima città sul suo cammino è Cayuga. Ci sono i miei figli lag­giú. Mia madre.

- Sono quasi novanta miglia.

- Riporta gli anziani e i ragazzi a Niagara - ordinò Jo­seph.

- Sono venuti fin qui. Troveranno la via del ritorno - rispose l'amico, infilando la tracolla del fucile. - A Cayu­ga ci sono vecchi e bambini. Dobbiamo portare via tutti. - Noi due soltanto?

Philip indicò alle sue spalle. Sembra di no.

Joseph si volse e vide Kanatawakhon fermo a pochi pas­si, appoggiato alla canna del fucile, pronto a partire.

Senza altre parole i tre uomini si incamminarono ver­so il margine del campo, ma le figure di due guerrieri si pa­rarono davanti a loro sul sentiero.

- Volete andare contro Sullivan da soli? - chiese Oronhya­teka.

- Andiamo a salvare i miei figli, - rispose Joseph.

- Un'impresa degna d'essere ricordata? - chiese Kane­nonte.

- Degna di un figlio del clan del Lupo.

Kanenonte sorrise, mentre Oronhyateka lanciava l'ulu­lato di guerra.

 

Corsero attraverso la piana e nel fitto degli alberi, incal­zati dal crepuscolo e dalla sorte, un'armata di cinque uomi­ni e molti fantasmi.

Corsero per salvare un pugno di anime dall'Apocalisse. Corsero, perché cosí era scritto. Ora che il tempo finiva, ogni cosa trovava compimento.

 

NoteA cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri