Racconti d'autore
Bologna dopo il bombardamento del 12 ottobre 1944Bologna dopo il bombardamento del 12 ottobre 1944
Morte sotto le bombe
di Vincenzo Palermo (inedito)
3 luglio 2008
Con questo racconto, cari ascoltatori, torniamo ai tempi della guerra. L’8 settembre 1943 l’esercito italiano, abbandonato a se stesso, viene colto di sorpresa e annientato dai tedeschi in poche ore. La Wehrmacht occupa Bologna, i bombardieri angloamericani ne sventrano gli antichi palazzi, mentre nei vicoli medioevali infuria la battaglia tra Brigate Nere fasciste e partigiani della Resistenza. Una lotta all’ultimo sangue, travestimenti e imboscate, fughe spericolate e torture atroci.
Vincenzo Palermo, nato in Puglia ma bolognese d’adozione (dal 1990 vive a Bologna, dove è ricercatore presso il CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche), sta completando il suo primo romanzo sulla storia degli uomini e delle donne che combatterono la battaglia di Bologna, da cui è tratto il brano che vi presentiamo.
Morte sotto le bombe
Quando Matteo arrivò, non fece fatica a trovare Pietro. La gente faceva un lungo giro, per evitarlo, girando la testa dall'altra parte quando poteva per non vedere. Anche le macchine rallentavano e deviavano leggermente, il guidatore spaventato e sconvolto dalla vicinanza della morte.
Avevano lasciato due guardie delle brigate nere a sorvegliare il cadavere. Erano ai due lati di Pietro, i mitra appoggiati col calcio a terra, l'aria annoiata di chi è di corvè.
Pietro era in mezzo, a terra, le gambe larghe, nella posizione scomposta e innaturale dei morti, lasciato lì a monito per gli altri. Aveva gli occhi ancora aperti, e la camicia gli si era strappata sul davanti, a mostrare la canottiera consumata con la collana regolare di fori sul petto, ogni foro un centro nero con un'aureola di sangue attorno.
Faceva freddo, e gli alberi sembravano scheletri anch'essi. Matteo passò dall'altro lato della strada, cercando di fare finta di niente, camminando regolare. Sperava che i militi fascisti non vedessero che stava piangendo.
Dopo aver passato il cadavere di Pietro di duecento metri, si fermò.
Non sapeva che fare, finché quei due rimanevano a sorvegliare il cadavere. Avrebbe voluto avere una pistola, per coglierli di sorpresa, ma non l'aveva.
Rimase lì, a soffiarsi sulle mani congelate, guardando da lontano il suo amico morto, per almeno un'ora. Venne in suo aiuto l'allarme antiaereo, che cominciò a suonare ripulendo le strade di gente e autovetture. I due militi alzarono di scatto la testa verso l'alto, a cercare un nemico ancora invisibile, si consultarono rapidamente e non ci misero molto a decidere di andarsene. Rimase Matteo, padrone del campo.
Si caricò in spalla il cadavere di Pietro, e seguì le indicazioni per il più vicino rifugio antiaereo, mentre già si sentiva il rombo dei motori, da sopra la coltre di nuvole.
Il rifugio non era molto più di una cantina sprofondata sotto un palazzone, era buio e puzzava di sudore. C'era già molta gente, ma Matteo si fece posto. La vista del cadavere zittì tutti quanti. Uno fece per protestare, gli voleva dire di lasciarlo fuori, che tanto era morto lo stesso, ma Matteo lo guardò duro e disse: - Sta' zitto, sono partigiano.
Rimase lì, a custodire Pietro, per tutta la durata del bombardamento, che fu lungo e poderoso. Le bombe scuotevano come terremoto il rifugio, e a ogni esplosione la gente gridava, e piangeva, aspettando la morte. Al buio del rifugio, non poteva neanche vedere Pietro in faccia, ma lo accarezzava con un dito, cercandogli sulle labbra il suo tipico sorriso.
Quando uscirono fuori, via Irnerio aveva cambiato faccia. I palazzi sventrati, le macerie sulla strada e la polvere, l'odore di bruciato nell'aria. Le persone cominciavano ad arrampicarsi, su per le macerie, come formiche, cercando i loro beni, i mobili sopravvissuti, e le persone care. Stava cominciando a fare buio, e a quella luce Bologna sembrava un girone dell'inferno, con poveri dannati che si movevano e piangevano in quel paesaggio di distruzione. Matteo si portò Pietro tra le braccia sino a casa, dove lo consegnò alla vedova. C'erano anche dei vicini, e degli amici, che avevano saputa la notizia.
- Grazie - disse la Luisa - e ora vattene, e non tornare più! Verranno qui, a cercare, ancora.
Matteo l'abbracciò forte, senza sapere cosa dire. Quello era un addio. Mentre si distaccava, la Luisa gli puntò gli occhi in faccia, due occhi azzurri circondati da rughe, rossi per il pianto, e con un dito gli fece uno svelto segno della croce, sulla fronte.
- Meritatelo - gli disse bisbigliando - meritati il fatto di essere ancora vivo.
E poi lo spinse lontano, fuori dalla casa, verso il buio di quella notte funesta.
I palazzi sventrati di Bologna, alla luce della luna, sembravano manufatti antichi di una civiltà perduta. Nonostante il coprifuoco, Matteo sentiva ancora gente muoversi, tra i muri diroccati, gridando spesso il nome di qualcuno, a cercarlo sotto le macerie. Anche i nazisti, quella notte, lasciavano liberi i bolognesi di piangere i loro morti.
Vagò a lungo per le strade di Bologna, piangendo e camminando. Si sentiva, in quel momento, l'uomo più solo del mondo. Come un morto che cammina in mezzo a una distesa, infinita, di cadaveri.
Era lontano da casa, in un paese che non conosceva, in mezzo a una guerra di cui non si era mai curato davvero, ma che non riusciva a tenere fuori dalla sua vita. Avrebbe voluto trovare un buco, e rimanerci dentro, con gli occhi chiusi, le orecchie tappate, senza sapere più niente di quello che succedeva fuori. Ma la morte di Pietro, e tutto il resto, erano lì nella sua testa, a dimostrargli che nessun uomo è un'isola, e che se cacci il mondo fuori dalla porta, lui entra dalla finestra.
Oh, Signore, disse quasi pregando, per la prima volta da quando era ragazzo. Fu un'invocazione profonda, sentita.
Indicami la strada. Fammi sapere che devo fare. Io non so neanche se credere in te. Sono sempre bastato a me stesso, senza bisogno di vocazioni, o di ideali. Io non ho niente. Che devo fare? Piangere, combattere, scappare?
Passò sotto un palazzo diroccato, colpito in pieno da un'esplosione. La forza dell'urto era stata così tremenda da mandare in aria un povero cavallo, che era per la strada, ficcandolo dentro un buco del terzo piano. Sporgevano solo la testa e le zampe di dietro del cavallo, messe ad un angolo impossibile rispetto al corpo. L'animale aveva ancora gli occhi aperti, e sembrava fissarlo, come una testa impagliata appesa al muro. L'assurdità della composizione sembrava accordarsi ad arte col resto della scena.
Io non voglio fare del male a nessuno. Cioè, non volevo, e ora non so. E' possibile vivere dunque senza combattere? Oppure è necessario che facciamo tutti qualcosa? Io non mi sento di combattere, ho paura per me e per gli altri.
Un urlo di donna spazzò l'aria, lontano ma ben udibile.
Ma d'altra parte, se nessuno fa niente, niente succederà. Aveva forse ragione, Pietro, a dire che comunque tutti possono cambiare il corso delle cose.
Posso, io, aiutare a cambiare la storia?
Voglio tentare.
| Note | A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Mascia Foschi |
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