Racconti d'autore
La pratica
di Gabriele Astolfi, Giraldi Editori 2011
26 aprile 2012
Un beffardo e crudele ritratto dell'ambiente impiegatizio, dei rituali tristi o esilaranti (a seconda dei casi) della burocrazia e delle vite degli "addetti" che assomigliano alle scartoffie, agli archivi e ai sottoarchivi, ormai computerizzati, che trattano, è il fulcro de "La pratica" di Gabriele Astolfi, che lavora in banca e, per sfuggire alla noia, scrive racconti e romanzi.
All'inizio era terra e acqua, poi vennero gli animali e l'uomo. L'uomo prese coscienza di sé e dei suoi simili, scalò le vette della ragione e scandagliò le profondità della fede. Ma, a dispetto di tanta fatica, ancora stenta a specchiarsi negli altri. A riconoscere in essi le sue angosce, e a ritrovare le altrui nelle proprie. Per essere, finalmente, obiettivo. Realizzare che ogni umana vicenda, la più insignificante cosucola che fa da inciampo all'ordinario fluire dei terreni eventi non è mai la stessa per tutti, ma cambia secondo l'umore di chi v'inciampa. In breve, che tutto è relativo.
Ecco perché la porta dell'ascensore che andava chiudendosi, per Filo che ci stava dentro era mezza chiusa, mentre per la sconosciuta che vi correva incontro nella speranza di infilarla era mezza aperta.
Fu Filo che, sentendo un ticchiettìo in avvicinamento, appurato che non gli veniva dall'orologio, anticipò con la mano il destino. Offrì il più veloce dei palmi alla luce fredda della fotocellula, che ne impressionò la linea della vita. Quando la porta, ormai quasi chiusa, si convinse a riaprirsi, un lampo scarlatto gli strapazzò il bene della vista. Il tempo di mettere a fuoco il cristallino e lo strapazzato vide rosso.
Davanti a lui, in carne e curve, la ticchettatrice. Una rossa efelidata inguainata in un completo scosciato rosso ciliegia guarnito con calza nera, scarpa rossa e tacco a spillo.
Filo non avrebbe saputo dire il tempo in cui era rimasto a fissare quel rutilismo cangiante, quelli che aspettavano l'ascensore ai piani sì.
"Grazie" rosseggiò lei inforcando la porta.
"S-si figuri" bisbigliò Filo tachicardico. "C-che piano?" "Qual è il piano della direzione?"
"Q-quello più alto, l-l'ultimo".
"Allora l'ultimo" esclamò lei in un'orgia di "elle".
"L-l'ultimo" ripeté Filo, ormai tutt'uno con la balbuzie. "L-l'accompagno", e pigiò il bottone più alto.
Mentre l'ascensore saliva, l'estemporaneo accompagnatore si accorse di non aver mai trovato così interessanti i numeri dei piani che si illuminavano uno dopo l'altro, i vetri fumati come le sue lenti, il nome tantrico della ditta che curava il funzionamento scivolistico-sciovinista dell'impianto, le unghie non proprio fresche di taglio delle mani e la punta squadrata delle scarpe. In compenso la periferia dell'occhio gli correva, non vista, a farsi un giro non autorizzato su quelle curve al sangue.
La rossa calzava due guanti attillati di pelle cremisi, che stringevano l'uno una borsetta, l'altro una cartella. Entrambe del suo colore preferito. Un cappotto rosso vinato giaceva penzoloni a cavallo del braccio su cui poggiava la cartella, innaffiando di rubino il rosso di questa e i rossi di tutto il resto, e accendendo il profondo decolleté della giacca. Quando si portò uno di quegli indici incandescenti a due labbra scarlatte e ne addentò l'estremità, Filo sentì mancargli la gamba d'appoggio.
La rossa passò poi ad addentare a tempo di vamp la punta del medio e dell'anulare; quindi tirò di colpo la mano, e il guanto le rimase vizzo fra i denti.
Filo deglutì il grumo di saliva più duro a inghiottirsi di tutta la sua vita di inghiottitore, mentre lei recuperava il protoplasma di guanto con le dita rossoungulate della mano rimasta nuda.
"La saluto" occhieggiò la rossa, raggiunto il piano nobile. "E... grazie per avermi aperto".
Sull`aperto" Filo sentì mancargli l'altra gamba, che si addormentò di costa a quella già mancata.
"Ah, già che è così gentile, da che parte sta l'ufficio del direttore?" sfrigolò in preda a un turgore vermiglio.
"D-deve prendere il corridoio a destra. L'ufficio rimane in fondo a destra. C-comunque ci sono le frecce".
"Che buffo, anche l'ufficio del mio capo è a destra!" sbottò carminea, e le ridacchiarono le efelidi.
Gli uffici dei direttori sono sempre a destra, pensò Filo mentre lei usciva ticchettando. Anche nei palazzi circolari. E dopo aver guardato sfumare la perfetta pendola di quel didietro a luci rosse, decise che era ora di tornare coi piedi per terra. Pigiò il bottone col due e rientrò ai piani bassi.
Di palazzi circolari in città se ne vedono pochi; di palazzi tutti a vetri anche meno. Di palazzi circolari tutti a vetri uno solo, il Pallazzo. Un ammasso di vetri ammattonati che è lo specchio delle intenzioni di chi ci lavora: essere trasparenti per chi sta fuori e arrotondare sempre gli spigoli.
Visto dall'alto il Pallazzo era come un grande occhio che scrutava il cielo. Un occhio di vetro. Dal basso invece somigliava a un'enorme mongolfiera o al figlio illegittimo di un dirigibile.
Non era la prima volta che Filo accompagnava qualcuno al piano della direzione. Mai nessuno però con addosso tanto rosso così ben distribuito. E a tutti dava la stessa indicazione: "Corridoio a destra; ufficio in fondo a destra".
Una volta un sindacalista ci trovò da ridire. "Piuttosto che
andare a destra me lo taglio" rimbeccò a Filo. "Grazie per il passaggio, amico, ma io dal direttore ci vado da sinistra".
Il direttore però, una volta appresa la direzione di marcia, gli ordinò di tornare indietro e di fare il giro al contrario.
"Questo è un sopruso!" protestò il sindacalista.
"No, questo è andare alla mano!" verbalizzò il primo cittadino del Pallazzo. "Se non si va alla mano è l'anarchia, il disordine, il caos. Perciò...!" e con l'indice delle grandi occasioni gli intimò il dietro-front.
Il sindacalista, considerato con chi aveva a che fare, girò sui tacchi e fece il giro dalla parte giusta. Da quel momento girò dalla parte giusta anche la sua vita lavorativa. Fu cooptato fra i sindacalisti di corte.
Un'altra volta fu un impiegato a trovarci da ridire. Un certo Bastiano, contrario per principio a ogni forma di coercizione. "Perché dal direttore devo andarci di qua?" chiese a Filo che gli indicava la destra. "Io voglio andarci di là".
"Non so" balbettò Filo ammainando l'indice della mano guida, mentre cercava di trovare in soffitta una risposta articolata ed esaustiva alla domanda. "Qui è sempre stato così" disse soltanto, essendo la domanda senza risposta.
Ma Bastiano seguì il suo istinto, fece il contrario. Il direttore, per ripicca, si negò. Bastiano allora, capita l'antifona, la volta dopo negò se stesso: fece il contrario del contrario. Andò per dove si voleva che andasse. Poi il direttore aveva fatto mettere le frecce, e la gente girava a destra senza più chiedere. Se però Filo avesse saputo chi era la rossa e per conto di chi veniva, avrebbe saputo anche che l'artefice di quel senso obbligato avrebbe rinnegato sull'istante la sua sindrome destrorsa, pur di evitare il ciclone che stava per investire il Pallazzo e i suoi controvoglia destrorsi inquilini coatti.
Ore otto, ventisette primi e rotti. Ovieffe e Fettunta non avevano messo piede in ufficio, che già s'erano scambiate due sbadigli uguali e contrari, che le portarono dritto al minuto ventotto. Dopo aver deglutito la coda solida del proprio sbadiglio, si miagolarono un "ciao" insalivato, che prese la strada di un nuovo, prolungato sbadiglio con cui raggiunsero i ventinove. Quindi sprofondarono sulle girevoli, prostrate da quel primo approccio al lavoro.
Ovieffe era fatta a uovo di Colombo con due piedini del trentasei, mentre Fettunta aveva le curve di un'aringa con due fette del quarantatre. Ciascuna avrebbe voluto il poco di bello che aveva l'altra, Fettunta i piedini di Ovieffe e Ovieffe il figurino scarnito di Fettunta, lasciando all'altra il resto. Anche se ciascuna, con ipocrisia tutta impiegatizia, sminuiva il difetto della collega, e anzi ne metteva in luce il lato eccentrico.
Dopo una partita a due fra sbadigli deformanti e sguardi allucinati - una partita finita in parità, senza vincitori né vinti -, le proprietarie di scrivania a fronte cominciarono a dare segni di ripresa delle funzioni vitali più complesse. Per gradi, partendo dalle più semplici.
"Che hai fatto iersera?" chiese Fettunta a Ovieffe.
"Ho guardato alla tivù il film della serie Donne in graticola. La storia di una donna che viene picchiata dal marito ogni volta che apre bocca. A un certo punto lei si stufa, lo molla, trova un lavoro, fa carriera e si mette con un altro. Ma non è felice, sente che le manca qualcosa. Beh, vuoi saperlo?, le mancano le botte del marito. Torna da lui, che la perdona, dopo averla gonfiata, si capisce, ed è felice. Ho pianto tanto. Soprattutto alla fine".
"Anch'io mi sciolgo davanti alle storie a lieto fine".
"Pensa che mio marito non mi tocca con un dito. Neanche quello piccolo".
"Perché, il mio sì?"
"Cosa chiedo in fondo? Uno schiaffetto ogni tanto, qual che parolaccia. Una bella litigata. Tanto per mettere un po' di pepe, farmi sentire che mi ama ancora".
"I mariti sono tutti uguali. Buoni solo a farsi servire". "Se non ci fosse la televisione..."
"Bisognerebbe inventarla!" esclamarono in coro, con una risata per applauso.
"Beh, mettiamoci al lavoro" suggerì ottativa Ovieffe. "Giusto" convenne seria Fettunta.
E mentre Ovieffe si attaccava al telefono per ordinare la spesa, Fettunta, ligia a maritai consegna, chiamava la suo cera per i convenevoli di rito.
"Già al lavoro?" ammiccò Filo passando di sguincio.
| Note | A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri. |
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