Racconti d'autore

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Racconti per non impazzire

di Ennio Montesi, Mursia, 2010

1 luglio 2010

Nella biografia di Ennio Montesi ci sono uno scambio epistolare con Henry Roth e l’apprezzamento che Federico Fellini fece dei suoi racconti. Si chiamano, giustamente, Racconti per non impazzire, questi pubblicati dall’editore Mursia e dedicati dall’autore in primo luogo a Fellini: immaginare l’inconcepibile e fantasticare sull’irrealizzabile salva dalla follia di un mondo basato sul principio di realtà. I racconti di Montesi scardinano dall’interno questa "ottusità" del reale, la cui perdita è data già per acquisita dai filosofi e dagli scienziati. Ma quel che è più grave – per dirla con Jean Baudrillard – è la perdita dell’illusione, dell’organizzazione simbolica del mondo, di cui invece c’è ancora traccia nella prosa di Montesi, aggrappato al Rex che passa nella notte di Rimini come all’umano troppo umano di Nietzsche.

Racconti per non impazzire
di Ennio Montesi

L'appuntamento

Era vestito in modo strano, se un abito di trent'anni fa può essere definito strano. Un abito liso che doveva essere appartenuto a qualche defunto parente, forse un bisnonno o chissà chi. Era avvolto in una sciarpa dalle trame tirate in fili attorcigliati. Il suo viso era giovane, fresco e minuto. Forse era proprio quella la sua caratteristica più evidente, il viso piccolissimo. Sembrava quasi un volto di bambino appiccicato, per errore della sorte, sul corpo di un adulto. Anche il modo di guardarsi intorno era quello di una persona infantile. Lo si vedeva dagli occhi smarriti che in con­tinuazione frugavano ovunque incuriositi.
Il suo nome era Michele Gestri. Ben poco si sape­va di lui, tranne che viveva da solo nello stanzone di un vecchio edificio pericolante abitato, oltre che da lui, anche da topi, ragni e scarafaggi.
Michele non aveva amici né alcun tipo di relazione con chicchessia. L'unico contatto umano, che si per­metteva di tanto in tanto, era quando andava a com­perarsi qualcosa da mangiare o andava a raccogliere della legna per la sua stufa. Nessuno del quartiere sa­peva nulla di lui, del suo passato, chi fosse, da dove venisse, niente di niente. Pian piano la gente si era abi­tuata a quel niente e non ci faceva più caso. Dicevano che Michele era un ragazzo emarginato con delle ro­telle fuori posto. Un ragazzo sfortunato. Tutto qui.
Michele guardò nel vecchio cipollone che teneva legato alla tasca con un grosso spago. Erano quasi le sei del pomeriggio.
«Sono quasi le sei, devo sbrigarmi, non devo far tardi» si disse Michele affrettando il passo. Aveva ai piedi delle buffissime ghette fuori moda di tre colo­ri differenti.
Svoltò in una strada, ne imboccò un'altra. Giunse davanti alla bottega di un orefice. Osservò con di­screzione all'interno. Attraversò la strada, salì l'altro marciapiede e si appoggiò al muro di un edificio. At­tese. Estrasse dalla tasca del cappotto un pupazzetto di feltro colore pervinca con in testa una cuffietta arancione bordata di rosso. Lo tenne tra le mani a coppa come per proteggerlo dal freddo. Infilò in bocca un pezzo di liquirizia. Disse a bassa voce ri­volto al pupazzetto: «Fa un bel freddo, ma è quasi l'ora, fra poco verrà. A te piace Obal? Non trovi che sia bella? A me piace molto» lo riscaldò con l'alito.
Il pupazzetto sembrò guardarlo coi suoi occhi di perline colorate.
Michele riprese: «Non essere geloso Obal, sai che anche a te voglio bene».
Obal non disse niente.
Vennero le otto. La gente incominciò a diradare. I negozianti abbassarono le saracinesche. Michele tornò a casa.
Il giorno seguente tornò al solito posto e si mise in attesa. Ingannava il tempo chiacchierando con Obal. Obal era un buon ascoltatore, per questo a Michele piaceva.
«Sai, forse oggi la vedremo, è molto bella e a me piace tanto, vedrai che piacerà anche a te, farete pre­sto amicizia voi due.»
I negozi chiusero e la via divenne nuovamente de­serta. Michele tornò a casa.
Trascorsero dei mesi. Michele era puntuale ai suoi appuntamenti mancati. Dalle sei alle otto di sera se ne stava sempre davanti al negozietto di quell'artigia­no orefice ad aspettare. Aspettava accostato al muro, vociferando, senza farsi sentire da altri, con Obal in mano. Se il freddo era molto intenso Obal stava in tasca, sempre stretto nella sua mano.
L'orefice si accorse di quel tipo inconsueto che fa­ceva la posta tutte le sere davanti al suo negozio. Ne parlò con la moglie.
«Forse sta aspettando qualcuno» commentò l'an­ziana signora al marito.
«Sì, è quello che ho pensato anch'io, ma non è co­sì. A una certa ora se ne va via, da solo come è ve­nuto. Solleva il bavero del cappotto e sembra perfi­no che parli tra sé.»
«Dici che è un poco di buono?»
«Non lo so, proprio non lo so. Ieri ho aspettato a chiudere per vedere fino a che ora si fosse trattenu­
to, beh è restato lì, col freddo che faceva, fino a
quando non me ne sono andato.»
«Forse è stata una coincidenza.»
«In tutta la via ero restato soltanto io col negozio
aperto, non c'erano altri, tutte le insegne erano spente.» «Credi che dovremmo avvisare la polizia?» «Bisogna essere prima sicuri che sia lì per noi.»
Passarono altre settimane. Michele era al suo posto come sempre. Il vecchio orefice si fece coraggio e, in­dossata una giacca di lana, uscì dal suo negozietto.
«Scusi signore» osò il vecchio «ho notato che lei è qui da un bel pezzo, sta forse aspettando qualcuno dei dintorni? Non ha freddo?»
«Sì è freddo, ma non importa» rispose Michele. «Sono ben coperto. Sto aspettando sua figlia.»
L'orefice rise, non riuscì a trattenersi: «Mia fi­glia?! » esitò.
«Sì, per l'appunto.»
«Ma... ma guardi che io non ho una figlia.»
«Ce l'ha, ce l'ha, eccome se ce l'ha» corresse Mi­chele in tutta calma.
«Le assicuro che si sta sbagliando, e di grosso!»
«A me sua figlia piace, so che è una gran brava ra­gazza, senza grilli per la testa. Anch'io sa, sono a posto, ho un buon lavoro, faccio il marmorino, scrivo sulle lastre di marmo il nome e le date delle persone che muoiono. È un lavoro di precisione sa, non ci si può sbagliare sennò si deve buttare via la lapide.»
L'orefice non trovò le parole per continuare. Mi­chele dopo un po' riprese: «Io le chiedo di potermi fidanzare, non se ne pentirà. Ho anche qualche ri­sparmio da parte».
«Sta scherzando, vero?»
«No» sorrise Michele.
«Lei si sta confondendo con qualcun altro» si guardò attorno «con qualche altro negoziante, ne sono certo!»
«No che non mi sbaglio. Sono sicuro di quel che dico. Io l'ho vista sua figlia, abbiamo anche parlato e mi è piaciuta subito. Voglio sposarla.»
«Io, io... io non ho figlia, né figli» sussurrò l'orefi­ce in un filo labilissimo di voce. «Siamo solo io e mia moglie, mi creda, deve credermi, glielo giuro.»
«Lei me la vuole nascondere, non so per quale ra­gione. Ma io aspetterò qui fin quando non verrà da me. Starò qui buono buono al mio posto ad aspetta­re, prima o poi verrà.»
L'orefice si ritirò sconsolato nel negozio. Rac­contò alla moglie quell'incredibile storia. Anche la moglie ne restò un po' sconvolta. Guardò fuori dalla vetrina quel ragazzo dal viso di bambino vestito con abiti vecchi e consunti e se ne commosse.

Trascorsero diciassette anni. Michele era sempre lì, più paziente che mai. Neanche Obal era tanto pazien­te quanto lui. Infatti si era tutto sfilacciato, aveva perso un occhio e uno strappo a sette sulla gamba fa­ceva fuoriuscire pezzetti di stoffa, dei quali era gonfio.
L'orefice e sua moglie erano notevolmente invec­chiati. Si erano ormai abituati a quella presenza davan­ti al loro negozio, più di quanto credessero. Un paio di volte che Michele tardò all'appuntamento i due vecchietti si preoccuparono in modo spropositato.
La moglie a volte dava a Michele un dolce fatto in casa, avvolto in un tovagliolo bianco dalle righine ce­
lesti. Michele apprezzava molto quei regali e ringra­ziava con tutto il cuore. Portava con sé il tovagliolo a casa. Lo lavava e, dopo qualche giorno quando la donna e l'orefice gli si accostavano di nuovo per chiedere come stava o solo per salutarlo, lo rendeva loro pulito e stirato.
Si era creato come uno speciale legame d'affetto tra Michele e i due vecchietti. Mai però Michele aveva messo piede nel negozio. L'orefice avrebbe de­siderato tanto farlo entrare soprattutto quando pio­veva a dirotto o quando il soprabito di Michele era tutto imbiancato dalla neve, ma non sapeva come dirglielo. Temeva, anzi, che qualcosa si sarebbe rotto per sempre tra di loro, come un patto che non fosse stato rispettato fino in fondo.
La donna preparava spesso delle focacce di riso perché sapeva che a Michele piacevano molto. L'o­refice gli aveva fatto assaggiare anche del vino pre­giato che aveva in cantina da chissà quanto tempo. Michele apprezzava e accettava tutto quanto di buon grado, in termini molto nobili.
Un giorno riconsegnando un tegamino, che gli era stato prestato dalla donna, ringraziò cerimonioso come suo solito. L'orefice non volle saperne di rin­graziamenti, dicendo che ormai doveva considerarsi di casa.
«Grazie, papà» esclamò Michele «sei molto buono, siete tutti molto buoni, io voglio bene a vostra figlia, un giorno la farò felice» fece una pausa. «An­che a voi sento di volere tanto bene.»
L'orefice rientrò in fretta nel negozio e pianse di nascosto dalla moglie. Il cuore gli si struggeva dal dolore nel vedere quell'uomo lì fuori a tutte le sta­
gioni ad aspettare qualcuno che non sarebbe mai ve­nuto, qualcuno che neanche esisteva.
Erano ormai più di vent'anni che Michele si reca­va tutti i giorni all'appuntamento e non sembrava af­fatto cambiato dallo spirito del primo giorno.
La donna si ammalò. Michele fu molto rattristato di non poter più vederla. Chiedeva tutti i giorni al­l'orefice circa le sue condizioni di salute, se aveva o no migliorato. L'orefice non ce la faceva più, dal canto suo, a tirare avanti il negozio da solo. La vista gli si era notevolmente abbassata e non era davvero cosa da poco per un orefice. I clienti erano diminui­ti. Aveva più volte pensato di chiudere il negozio e vendere la licenza. Era però un'idea che lo addolo­rava e rattristava profondamente. In questo modo non avrebbe mai più veduto Michele.
La moglie non poté più muoversi, fu costretta per lunghi periodi a letto. Di notte, quando delirava, chiedeva di Michele, di suo figlio Michele, del per­ché non andasse a trovarla. L'orefice faceva molta fa­tica a farla calmare.
Egli, un giorno, parlò con Michele: «Senti, Mi­chele» rischiarò la voce che gli si stava rompendo in gola «perché non te ne vieni a casa nostra, sì, voglio dire potresti venire da noi, potresti aspettare lì, per te sarebbe lo stesso».
Michele lo guardò con diffidenza. Abbassò lo sguardo, toccò Obal nella tasca, tirò un lungo respiro.
«Ma, papà» Michele obiettò «tua figlia mi ha detto di aspettarla qui.»
«A me... a me ha detto... ha detto che... che puoi aspettarla anche a casa nostra, sì, per lei è la stessa cosa.»
Michele rifletté.
«Sì» approvò con un sorriso «è giusto il tempo che ci fidanziamo in casa.»
«Potresti anche portare le tue cose, abbiamo una stanza vuota, potresti star lì se vuoi.»
«Le mie cose? Io non ho cose. Soltanto questi abiti, una stufa, un letto, un tavolo e una cassapanca piena di cianfrusaglie. E poi non sono nemmeno miei.»
«Allora...» gli occhi dell'orefice si velarono di la­crime. Erano le lacrime più belle della sua vita. «Al­lora, puoi venire anche adesso... verrai, vero?»
«Sì, posso venire. Andiamo, papà.»
La mano di Michele strinse quella dell'uomo. Quel contatto riscaldò il cuore stanco e malinconico del vecchio.
«Andiamo figliolo» si avviarono. Michele restò con loro per tutta la vita.

NoteA cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.
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