Racconti d'autore

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Romagna Graffiti

di Sauro Mattarelli, Diabasis, 2008
(seconda puntata)

11 marzo 2010

Un piccolo libro, questo Romagna Graffiti di Sauro Mattarelli, che sorprende per la capacità dell’autore di “filosofeggiare” sulla Romagna, ritratta attraverso la lente del ricordo ma lontano dai cliché, per far risaltare l’unicità di un microcosmo che coniuga nonno Amedeo e Bruegel, il camerone laico dei repubblicani e le vahiné di Gauguin, le chiacchiere di osteria e Rabelais. Dalle vicende d’infanzia in una famiglia contadina, fino all’arrivo impetuoso della modernità – dai solchi alle stelle, potremmo dire – la Romagna si fa lieve graffito, profilo che sfuma, terra e sangue che inteneriscono i ricordi.

Romagna Graffiti
di Sauro Mattarelli

Un foulard verde

Questa storia è stata concepita come un acquisto per l'eternità, non (qualcosa) da udirsi per il trionfo nella gara di un giorno.

Tucidide, La guerra del Peloponneso

 

A dispetto dell'alato corsiero che cavalco, l'orgogliosa «De Rosa» che scalpita, e per me di pianto e di rossore macchia la guancia, per la rabbia e la vergogna.

Ennio Dirani (con riferimento carducciano)

 

Era una calda sera di primavera e il solito gruppo si ritrovava a chiacchierare all'aperto, davanti al camerone. Si discuteva se fosse meglio portarsi a letto una splendida donna a patto che nessuno (per ovvi motivi) potesse saperlo o se, al contrario, fosse più eccitante che l'impresa dive­nisse di dominio pubblico.

I più propendevano per questa seconda versione: non c'era gusto altrimenti. Il fatto non esiste se nessuno lo conosce. Fu Chec, quella volta, spinto dai fumi del vino, a parlare sopra le righe. Prima si vantò delle sue conquiste facendo riferimento a insospettabili signore sposate. Spiegò posizioni, predilezioni, specialità, stili. Incalzato dagli astanti raccontò gli amplessi con le sue amanti, aggiungendo sempre nuovi dettagli, sciorinando nomi e cognomi, prestazioni, mancanze dei mariti, tendenze, esigenze, segreti. Alcove inesplorate si erano aperte come in un film por­nografico senza tralasciare nessun particolare.

In paese si conoscevano tutti. Molti erano imbarazzati. Alcuni, per sdrammatizzare, insinuarono che quelle di Chec fossero solo fanfaronate. Ma lui, punto sul vivo, diede una gran manata sul tavolo: «perbacco, posso dimo­strare all'istante le mie affermazioni!» Esclamò.

Tutti risero.

Egli insistette.

Si guardò attorno con circospezione, controllò i presenti, superò un'ultima, labile, titubanza, selezionò alcuni amici fidati e disse che fra tre quarti d'ora sarebbe passata in bicicletta la "irreprensibile" e bellissima moglie di Because (che a quel tempo non si chiamava ancora così). La sua nuova fiamma avrebbe avuto un fazzoletto al collo. Verde significava via libera: un nuovo appuntamento, una copu­la da consumare in pochi minuti con passione, trasporto, voluttà. Rosso voleva dire impedimento, marito in circola­zione, rinvio a un momento migliore.

Un semplice ed efficace segnale convenzionale, intimo e delicato come la seta del tessuto svolazzante, si sarebbe fra poco trasformato in una pubblica confessione di colpa.

La voce si diffuse irrefrenabilmente. Qui non si trattava più di smargiassate. Chec stava esibendo una prova inconfutabile.

Il gruppo divenne presto una piccola folla. Curiosi ven­nero perfino dalla sezione comunista e dai caffè dei paesi vicini. La turba si assiepò ai lati della strada in attesa, come accadeva per l'arrivo delle gare ciclistiche di cui tutti erano appassionati, pochi competenti.

Puntuale, la signora Because sbucò in lontananza.

Pedalava ignara e disinvolta.

Tra gli astanti si levò un mormorio che diventò presto un tripudio di urla quando ella transitò, sorpresa e imbaraz­zata, tra le due ali di folla acclamante; come un vincitore al giro d'Italia.

Attorno al suo bel collo svolazzava, bene in mostra, un vistoso fisciù. Verde.

Scrosciò un applauso aritmico che voleva essere ironico se non fosse stato macchiato dalle invettive anonime, volgari e vigliacche che forse nascondevano passioni inconfessabili.

Rossa in viso, spinse più forte sui pedali; ma quei metri le dovettero sembrare chilometri in salita.

I più generosi la paragonarono a Baldini e a Pambianco. Solo che le specialità (scalatore, passista, velocista) erano parafrasate in chiave erotico-sessuale. Gli altri si limitava­no a gridare parole che non dovevano neppure essere sussurrate.

Comprese, finalmente. Troppo tardi.

Frastornata, lasciò che le sottane salissero più del dovuto, poi, improvvisamente, si tolse il foulard; lo sventolò come il trofeo che spetta al vincitore e lo lanciò a Gonmi che, con scarsa fantasia, citando De André, l'aveva appena chiamata «bocca di rosa», per alludere alla sua presunta "specialità". Piangeva, ma pare che, nella gazzarra generale, avesse trovato la forza per gridargli in faccia: «regalalo a tua moglie, che forse serve anche a lei».

Ilarità generale. Nuovi frizzi. Un tumulto. Qualcuno la corresse: «il primato in questo campo se lo disputano la moglie di... e quella di...».

Poi la cagnara si attenuò, la folla si disperse spandendo la notizia ai quattro venti.

Sull'intero paese scese, infine, una quiete pesante.

Because era andato in città quella sera e, incredibilmente, venne a sapere solo molti giorni dopo e in maniera vaga, quello che tutti seppero subito nei dettagli, fin oltre i confini nazionali.

 

 

Guazzabuglio

Ella non è gelosa, giacché la gelosia
discende quasi sempre dalla testa mentre ella ama coi sensi.

Alfredo Oriani, Oro incenso e mirra

 

La costanza, tiranna del core, detestiamo qual morbo crudele
sol chi vuole si serbi fedele; non v'ha amor, se non v'è libertà.

Rigoletto (testo di Francesco Maria Piave, musica di Giuseppe Verdi)

 

La gelosia, i tradimenti, le conquiste erano argomento di svago e di scherzo, ma fino a un certo punto. Nei tempi pas­sati si erano insinuati tarli poi sfociati in tragedie: liti, mal­trattamenti, percosse, perfino omicidi.

Nessuno sa precisamente come la gelosia fosse penetrata così profondamente in Romagna, tanto da connotarla alla stessa stregua del Sangiovese, dei cappelletti e dei passatel­li artusiani. Qualcuno sosteneva che l'avesse istigata "la Ma­riola", cioè il comportamento innato delle donne; altri ac­cennavano all'eccessiva, grossolana, suscettibilità dei ma­schi, rinfocolata dai divieti e dalla severità risalente all'epoca del dominio papalino. I più colti avevano perfino tentato la via interpretativa esoterica, facendo riferimento alla forma triangolare dell'Emilia-Romagna (sectio aurea?), tanto si­mile alla Sicilia, terra passionale e gelosa per antonomasia.

Non a caso i vitelloni della spiaggia romagnola attribui­vano punteggi aggiuntivi a chi (rischiando la vita o il ma­trimonio riparatore) portava a letto una siciliana in occa­sione della «coppa dell'estate»: un trofeo che spettava a co­lui che riusciva a documentare il maggior numero di conquiste in una stagione estiva.

«Una squallida gara di quantità e non di qualità» l'aveva definita con sprezzo Greg, ritenuto da tutti il migliore sciupafemmine della zona, che si era però piazzato solo terzo.

Non mancavano neppure le ipotesi di possessione demoniaca per spiegare inganni, tradimenti e corna. Tant'è che a Sarsina schiere di esorcisti hanno sempre lavorato a ritmi elevati, perché con Dio ci si prendeva fin troppo spesso qualche libertà; ma col Diavolo non si poteva scherzare, specie se si coricava con mogli e figlie. Pare comunque che anche qualche prete di campagna (e perfino di città) abbia contribuito, più che a consolare, ad alimentare so­spetti. Non sono infatti mai mancati figli che rassomigliavano stranamente ai padri spirituali invece che ai padri legittimi. D'altra parte, il galantomismo in queste contrade non precludeva il gallismo; e con i maschi dediti assiduamente alla "caccia", non si poteva supporre che tutta la "selvaggina" fosse... d'importazione.

«E' bisagna mudér gal... bisogna cambiar gallo...» azzardò un giorno Rafél nei confronti di una bella e irreprensibile signora che non aveva ancora avuto figli.

«A j'ò pruvé, mo un' i azuva (Ho provato, ma non giova)» rispose lei senza scomporsi, pur col marito presente.

Battute salaci, che avrebbero fatto gridare allo scandalo fino a pochi anni prima.

Sta di fatto che, col trascorrere del tempo, dato che i tratti genetici e razziali non possono essere scanditi da labili confini, la virtù della gelosia si è notevolmente affievolita anche in Romagna. Il passaggio del fronte, il turismo di massa, i nuovi sistemi, i ritmi produttivi, la promiscuità con tedeschi, scandinavi, inglesi, di cui si è sempre ammirata l'aplomb, almeno apparente, hanno cambiato i costumi. Le tensioni familiari non furono più generate da veri o presunti tradimenti, ma da solitudini, abbandono, senso di precarietà, iperlavoro, frenesia, inappagate voglie di coccole. A farne le spese soprattutto ragazzi, bambini, vecchi: da una Romagna eccessivamente possessiva a una estremamente permissiva il passo fu breve.

Anche nella sfera sessuale sembrarono convivere diverse velocità: quella campagnola, fatta ancora di antichi pregiudizi, venati da perbenismi di facciata, pettegolezzi, frizzi e corna tradizionali; quella litoranea, priva ormai di tabù, giunta ad accettare tutto, incluse le relazioni omosessuali, le prostitute, gli scambi di coppia e gli eccessi delle droghe. Nacque una morale d'importazione in materia di sesso: dettata prima dall'immigrazione collina-città, poi dallo stanziarsi di meridionali e, infine, di extracomunitari. Un guazzabuglio di usi, costumi e religioni da cui era davvero arduo cogliere elementi identitari.

Certo, nell'era dei telefonini e delle e-mail, volate sul tra­guardo come quella, perentoria, della moglie di Because non se ne videro più.

 

NoteA cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.
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