Racconti d'autore

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Le rose nel Torrente e altri cinque racconti

Estenio Mingozzi - Bononia University Press

16 ottobre 2008

Suddiviso in sei racconti, il volume di Estenio Mingozzi è l'ennesima prova di una scrittura libera da qualsiasi schematismo e in grado di cogliere i momenti magici che caratterizzano la nostra vita. Spesso traendo spunto da storie realmente accadute, l'autore si rivela un fervido narratore della quotidianità e della semplicità del vivere.

Estenio Mingozzi è nato e abita a San Lazzaro di Savena (Bologna). È un architetto molto apprezzato in Italia e all'estero. Fin da ragazzino amava la poesia e la scrittura: la lettura lo ha salvato dalla disperazione nei lager. Si diletta nello scrivere. Fra i volumi già pubblicati: L'anima dei cavalli (Marsilio, 1996); L'anima degli alberi (Marsilio, 1997); Il mistero di quella bottega (Marsilio, 1999); La fortezza sul Guadalquivir (Marsilio, 2000); Le isole della memoria e altri racconti (Marsilio, 2002); Il cestino del pane (Libroitaliano World, 2007).


Le rose nel Torrente

Quasi tutte le mattine, quando si sporgeva dalla fi­nestra per aprire e fissare le persiane, la signora Lau­ra si fermava un poco a guardare la bella vallata, coi gomiti appoggiati sul davanzale. Lo faceva an­che d'inverno o quando la nebbia la teneva come sospesa nel vuoto, fra le due tende ricamate che la separavano dal mondo.

Sotto la finestra, lungo il muraglione inclinato del palazzo, correva veloce un torrentello con l'ac­qua così limpida e fresca che d'estate le veniva voglia di bersela a manate, come faceva da bambina. Dopo i temporali quel torrente si intorbidiva e portava via foglie e rami. Qualche volta anche animali morti. Non erano molti, tanto che Laura li ricordava an­cora tutti: un grosso rospo, un piccione con un' ala spezzata, una lepre col suo leprottino appena nato ancora attaccato al cordone ombelicale, un fagiano maschio con una bellissima coda. L’ultimo era stato un gattino rossiccio che andava via a zampe aperte e con la coda distesa. In quella camera la signora Laura, che stemperava coi primi capelli grigi la sua prorompente bellezza, dormiva da sola. Il marito, che aveva il brutto vizio di fumare il toscano anche a letto, si era sistemato nella stanzona affrescata, in fondo al corridoio.

Una bella mattina di maggio, mentre stava in­dugiando alla finestra più del solito per gustarsi i profumi e i canti della primavera, Laura vide pas­sare tre rose rosse. Una dopo l'altra, alla distanza di qualche secondo. Non era mai successo prima. Ma ancora più strano era il fatto che le rose avessero il gambo molto lungo, come quelle che vendono i fiorai di lusso. Non solo, ma tutte tre procedevano con il gambo davanti, come se qualcuno le avesse posate nell'acqua con molto garbo. Poco alla volta, man mano che passavano i minuti e le ore, quel mi­stero diventava sempre più inquietante. Tre rose da sognare anche di notte, come un messaggio o una magia da decifrare ad ogni costo. Perché di una cosa era certa: che non si poteva trattare di un caso. Da quella mattina Laura cominciò a sostare più a lun­go alla finestra, con gli occhi fissi sul torrente. Lo conosceva fin da bambina in tutto il suo percorso, fino alle sorgenti sotto la montagna dove una volta, sbucando da un cespuglio, aveva sorpreso una volpe che stava tranquillamente abbeverandosi assieme ai suoi due cuccioli. Lei e la volpe avevano gridato in­sieme, dalla paura.

A monte della sua casa, duecento metri più in su, il torrente sfiorava soltanto un'altra villa così mas­siccia che sembrava quasi un castello. Era disabitata da anni e l'avevano anche messa in vendita ma nes­suno si era ancora fatto avanti perché correva voce che fosse invasa dai fantasmi. Di quelli di tipo al­legro che di notte ballavano il tango e sbattevano i coperchi.

La domenica dopo, mentre stava alla finestra a rimuginare, passarono ancora tre rose. Presa dallo sgomento pensò di parlarne subito al marito ma, siccome non riusciva mai a trovare le parole giu­ste, finì per rimandare di giorno in giorno fintanto che quel segreto andò a occupare uno spazio impor­tante nella sua vita. E intanto le rose continuavano a passare, quasi ogni giorno. Era arrivata al pun­to che, quando non le vedeva, provava una sottile delusione.

Un pomeriggio di giugno mentre Laura, con la testa infilata nel casco della parrucchiera, stava leg­gendo una rivista, una anziana cliente cominciò a chiacchierare con la sua vicina. Le raccontava che la villa dei fantasmi aveva trovato finalmente un com­pratore. Meglio così perché i fantasmi in libertà è bene che incontrino al più presto un altro padrone. Laura diede un sobbalzo e si mise ad ascoltare con molta attenzione. Seppe così che il ricco compra­tore si era insediato da più di un mese ma nessuno l'aveva ancora visto perché non usciva mai di casa. Viveva da solo, su una sedia a rotelle, con il maggiordomo, l'autista e due persone di servizio. Una impiegata della banca, che l'aveva visto di sfuggi­ta, affermava che era un bell'uomo, con due occhi stupendi. Si sapeva che era uno del posto, tornato ricco dall'America. In paese gli era rimasto solo un vecchio amico di infanzia, che lo andava a trovare.

Laura venne a sapere che si trattava di Andrea, una passioncella da adolescente troncata dai suoi sul nascere perché lui era figlio di un sensale ubria­cone. Solo qualche timida carezza e qualche bacio in punta di labbra, niente di più. Ma la passione era tanta e i sogni volavano in alto, intrisi di speranze e di poesia. Laura ne aveva sofferto molto ma Andrea era arrivato addirittura alla disperazione. Dopo un tentativo di suicidio aveva cambiato città. Poi si era saputo che era partito per il Venezuela, dove aveva comprato per caso un terreno zeppo di petrolio. Ora se ne stava rintanato in quella villa assieme ai suoi fantasmi e alla servitù, senza il coraggio dì farsi vedere, ridotto in quello stato.

Per quasi un anno, di tanto in tanto, le tre rose continuarono a passare. Era ormai diventato un omaggio di rito e lo aspettava con ansia, subito dopo che aveva spalancato le persiane. Ma adesso, che non erano più un mistero, quelle tre rose la riempivano di tenerezza. Aveva ripreso a leggere le poesie del Petrarca che avevano studiato da ragazzi insieme, guardandosi negli occhi. Brandelli di immagini ormai fuori dal tempo come «...da be' rami scendea (dolce ne la memoria) una pioggia di fior sovra 'l suo grembo...». La poesia che ritorna­va dopo tanti anni di silenzio, in quella casa dove si parlava soltanto di soldi, dì carriere e dì politica.

II giorno del suo compleanno era ansiosa di ve­rificare se Andrea se ne sarebbe ricordato. Chissà, dopo tanto tempo... Aveva spalancato le persia­ne un po' prima del solito ma l'acqua correva ve­loce trasportando soltanto qualche foglia ingiallita anzitempo.

Faceva già fresco e stava per richiudere i vetri, colma di amarezza, quando vide arrivare una fila interminabile di rose, alla stessa distanza e tutte col gambo ìn avanti. Cominciò a contarle col cuore in subbuglio. Alla fine ne mancava solo una al nume­ro degli anni che compiva ma immaginò subito che poteva essersi impigliata o che lei stessa si fosse sba­gliata nel contarle.

Presa dalla commozione Laura pensò subito di scrivergli una lettera per ringraziarlo ma non le ve­nivano le parole. Tentò più volte, fino a quando si rese conto che era impossibile trovare le frasi giuste per colmare quell'abisso che ormai separava i loro ricordi e le loro vite.

Fu poco tempo dopo, all'improvviso, che il torrente smise di trascinare rose. Passarono così quindici giorni e Laura, tutte le mattine, continuava a guardare l'acqua che correva via senza più mandarle quel messaggio che le illuminava le giornate. Una mattina che il marito era fuori città e poteva sfogarsi, restò a lungo appoggiata al davanzale piangendo come una bambina disperata per quella vita senza figli e senza amore, ormai vuota e inutile.

Il giorno dei funerali, nella chiesa erano state occupate solo le prime panche. C'era anche Laura ma seduta lontana dagli altri per non mostrare la sua commozione. Aveva detto al marito: «In fondo è il nostro vicino ed anche una persona perbene. È in paese da poco e non lo conosce nessuno. Non è bel­lo che la chiesa sia vuota».

Il marito aveva brontolato: «Ma in paese chi lo conosce? Chi l'ha mai visto? Sembra quasi che ab­bia voluto venire a morire proprio qui, chissà per­ché. Comunque, se proprio vuoi, vacci da sola. Lo sai che io odio i funerali...».

All'uscita Laura rivolse, come tutti, le condo­glianze al maggiordomo. Poi aggiunse, parlando­gli pianissimo all'orecchio: «La ringrazio. Penso che fosse lei... con quelle rose...». Il maggiordomo fece segno di sì, abbassando appena il capo. Poi le bisbi­gliò: «...Aveva un grosso binocolo e dalla sua came­ra teneva d'occhio le sue persiane. Appena lei le spa­lancava mi diceva: vai... e io correvo giù a calare le rose nel torrente. Con il gambo in avanti, come vo­leva lui... Ogni settimana andavo a comprarle lon­tano da qui, da un fiorista fuori mano. Il signor An­drea non mi ha mai spiegato il perché lo dovessi fare ma, ora che finalmente la vedo, capisco tutto...».

Poi, dopo averle tenuta a lungo la mano stretta fra le sue, il maggiordomo si avviò con pochi altri dietro la bara, verso il cimitero.
NoteA cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri e Mascia Foschi.
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