Racconti d'autore

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La strategia del destino

di Andrea Villani, Ugo Mursia Editore, 2010 (prima puntata)

8 luglio 2010

Uno sguardo impietoso sulla provincia italiana e sui suoi nuovi miti e valori, condensato in una serie di storie che si intrecciano dal tramonto all’alba: dodici ore che sconvolgono la vita del paesino termale sull’Appennino emiliano che fa da oscuro palcoscenico alle vicende di Samantha e Gianluca, una coppia alla vigilia delle nozze; di Lazzaro, studente di giorno e tormentato pittore la notte; dei fratelli Barid, albanesi, uno perfettamente integrato e l’altro spacciatore; degli anziani Guglielmo e Benito, ex partigiani custodi di un terribile segreto. Nel giro di una notte le loro vite cambiano completamente, ma ne prenderanno coscienza solo all’alba, quando un sibilo inquietante emerso dagli antichi pozzi termali sotto i loro piedi “spalancò la bocca dell’inferno. Ancora rombi e boati. Il paese vomitò le proprie interiora…”.

Andrea Villani, nato nel 1960, ha pubblicato il romanzo La notte ha sempre ragione, diversi racconti per antologie, riviste e quotidiani, ha scritto per il teatro e fondato il periodico “Terre Verdiane News”.

Cap. II

Acqua immobile e obliqua
lago spento.
E il balbettio lontano delle solite piccole luci
intraviste tra i rami storti del parco.
Maledetti i miei occhi
e questo sguardo visionario.
Maledette le mie orecchie
e questo sentire oltre.
Maledetta la mia commozione
e questo corpo tremulo.
Maledetta questa terra piana
che venero in versi.
Lontano dagli uomini
che vivono nella confusione
del giorno dopo giorno.
Poiché la notte ha sempre ragione.

 

Dalle 20 alle 21

Borgo delle Terme sembrava un mollusco andato a male. Chiuso in un'ostrica argentata. Un paese na­scosto alle proprie intenzioni, semichiuso d'inverno e semiaperto d'estate. Un paese che aveva dimenti­cato le proprie origini padane, emiliane. Cooperati­viste e partigiane. Figlio di un pensiero grande, nipote di un pensiero sbiadito. Corrotto. Stuprato pri­ma dai fascisti, poi deluso dai compagni. Sempre te­nuto a bada dai preti. Derubato e defraudato. Paese, fiction, delle signore country trendy che andavano a ritirare i bambini a scuola, uno alla volta, con auto tanto grandi da poterne contenere almeno quindici. E invece no: quindici SUV per quindici bambini. Con i loro zainetti Invicta e le merendine gusto finti frutti di bosco e colorante. Cellulari minuscoli, quasi invisibili, dalle suonerie irritanti. E mariti ossessio­nati dal lavoro, dalle rate e dalla programmazione delle vacanze estive e invernali. Collusi con le pro­prie maledizioni. Complici dei loro aguzzini. Custo­di perenni del proprio inferno.

Il paese si era ormai esteso a colpi di centri com­merciali e capannoni prefabbricati. Stava diventan­do una specie di astronave di plexiglass incastrata in mezzo a una pianura che al sole brillava come lamie­rino ondulato. Da quelle parti erano nati Giuseppe Verdi, Giovannino Guareschi e Giandomenico Ro­magnosi, mica gente qualunque. Un patrimonio di storia e arte che le nebbie cercavano ancora di na­scondere e proteggere. In centro si ergeva lo stabili­mento termale Porteri: tra i più suggestivi del mondo. Marmi, grés ceramici, luci, sculture, affre­schi, lucernari. Esempio unico d'art déco termale. Una cattedrale d'arte in un deserto del pensiero.

La Caffetteria La Sorgente era a pochi metri dal Palazzo delle Terme, ed era, per quel paese, un ci­melio prezioso. Al mattino, quando i clienti erano ancora pochi, si poteva meglio immaginare, tra i vel­luti delle seggiole inizio Novecento e le sale affresca­te, l'ambiente originale. Ma le note di sottofondo dei pianisti erano state sostituite dalle suonerie dei cel­lulari e dall'arroganza delle risate degli arricchiti con le speculazioni immobiliari.

Viviana e Samantha entrarono nella caffetteria. Il tempo di ordinare un paio di cocktail e vennero rag­giunte dalle amiche in libera uscita.

«Yeeeheeaaaeee» urlarono tutte insieme.

«Abbiamo prenotato il ristorante» dissero in coro la Titti, la Chicca, la Cicci e la Patty.

«Quale?» chiese Samantha.

«Alla Taverna del Lupo.»

«Fin lassù?»

«Era l'unico posto con una saletta a parte ancora libera.»

«E a che ci servirebbe la saletta?»

«Lo vedraaiii... »

«Devo preoccuparmi?» fece Samantha fingendo timore.

«Ma daiiii» strillarono ancora.

«Vestita da sposa o no, preferisco evitarla sino al­l'altare» mormorò Gianluca Braita, che vide la sua futura moglie passare tra l'auto e la vetrina. Mise la mano in tasca ed estrasse le chiavi, le puntò verso il Cayenne che si illuminò emettendo una specie di guaito. Aprì il portellone e mise i pacchi nel porta­bagagli. Prese un fazzoletto di carta, si chinò verso il cerchione destro anteriore, ci sputò sopra e tolse una macchia di fango secco. Si accese una sigaretta, at­traversò la strada e s'incamminò in direzione oppo­sta a quella di Samantha. Pochi passi e sentì dietro di sé una voce che lo chiamava.

«Gianluca, aspettami» gridò il titolare della rino­mata profumeria Le Essenze.

Si chiamava Paolo Tinelli. Grossista di profumi, sa­ponette e sali da bagno, possedeva un occhio di vetri­na a Borgo delle Terme e un altro in città. Tinelli era sposato da molti anni con una donna decisamente so­vrappeso. Ma pareva gli piacessero gli uomini, specie quelli belli come Braita. Era consigliere comunale e vi­cepresidente della locale unione commercianti, per cui non aveva mai dichiarato le proprie tendenze sessuali. Su di lui si vociferava soltanto. Nulla di più. Tinelli era sempre riuscito a tenere alte le carte perché, con tutte le balle che si raccontavano in paese, c'era sempre il beneficio del dubbio e il concetto di verità era qualco­sa di relativo. Braita però era il suo tallone d'Achille.

«Domani ti sposi. Che peccato» disse Tinelli por­tandosi una mano alla camicia e afferrando la stoffa all'altezza del cuore.

«Immagino il dolore» commentò Braita sbuffan­do un alito di fumo.

«Tu scherzi, ma io soffro sul serio.»

«Sì, ma fallo in silenzio» disse Braita guardandosi in giro preoccupato.

Tinelli gli si avvicinò all'orecchio. «L'addio al ce­libato passalo con me.»

Braita rise. «Sono già impegnato per stasera.» «Vediamoci un'altra volta.»

«Paolo, è meglio se lasci perdere.»

«Peggio per te» fece l'altro fingendo il broncio. Ma Braita era già in fondo alla strada.

 

Lazzaro arrivò sotto casa, parcheggiò l'auto graf­fiando il paraurti contro il marciapiede e salì in casa. «Papà? Ci sei?»

Nessuna risposta.

«Papà?»

Nulla.

«Papaààà» urlò.

Ancora nulla. Percorse il corridoio sino al tinello, da dove proveniva una luce fioca e tremolante. Mise dentro la testa con timore mentre il cuore gli batte­va forte.

Stavolta è andato.

«Papà?»

Il vecchio Merli girò piano la testa verso il figlio. «Che c'è?»

«Cazzo babbo, potresti anche rispondere.»

«Stai uscendo?»

«A dire il vero, sono appena rientrato.»

Lazzaro passò una mano sulla fronte del padre. Poi su quei capelli bianchi come ghiaccio perenne.

«Perché non spegni la televisione e te ne vai a dor­mire?»

«No, è appena iniziato il film.»

«Come vuoi. Sei tu il capo.»

Il vecchio sorrise e volse lo sguardo alla tivù. Sta­vano trasmettendo La notte brava di Bolognini. Laz­zaro ne guardò alcune sequenze. Percepì il fascino in bianco e nero di Rosanna Schiaffino ed Elsa Marti­nelli. In un attimo fu conquistato dalla loro arte e sensualità. Quindi pensò a Valeria Marini e Alba Pa­rietti e gli venne una tristezza della madonna. Andò in camera e accese lo stereo. Mozart, concerto 3 K216 per violino e orchestra. Aprì i cassetti dell'ar­madio, prese mutande e calze, poi scelse una camicia scura e un paio di jeans. La camicia aveva il collo sfi­lacciato. Si tolse i vestiti, si fece una doccia e tornò in camera. Ancora gocciolante si affacciò alla finestra.

Nel cielo stelle a non finire. Finì di vestirsi e salutò il padre, che non rispose. Diede un'occhiata in giro, come gli capitava spesso di fare prima di uscire, poi spense la luce del corridoio e chiuse la porta di casa. Prima che il cancro si portasse via la madre, e Mario Barani la sorella, la famiglia Merli era diversa. Ora che le due donne erano state sottratte da due diver­se tipologie di tumore, nell'appartamento si avverti­va un forte senso di abbandono. Ma grazie alla Gina, che veniva tre volte alla settimana per due soldi a fare le pulizie, si poteva ancora beneficiare di un certo ordine. La camera di Anna, però, era diventa­ta una specie di bottega d'arte dove Lazzaro studia­va e dipingeva. Certe volte se ne stava rintanato per settimane.

Un giorno era entrata la Gina e si era messa a fis­sare un quadro. Puro astrattismo del quale la povera donna, per quanto si sforzasse, non riusciva a coglie­re il senso. Era rimasta sgomenta un paio di minuti con gli occhi socchiusi come a volerlo intendere per forza. Poi era svenuta. L'avevano trovata a pelle di leone al centro della stanza.

«È rimasta inebriata dalla pittura, questo dimo­stra che anche una persona ignorante, quando l'arte è autentica, può recepirne la forza. È un classico caso di sindrome di Stendhal» aveva detto Lazzaro all'infermiere accorso insieme all'ambulanza.

«Veramente si tratta di un'intossicazione dovuta ai componenti chimici dei colori. In questa stanza non c'è aria, giovanotto, apra le finestre per corte­sia» gli era stato risposto.

 

All'angolo tra via Del Mulino e via D'Azeglio c'era una viuzza che spesso puzzava d'orina rancida. Lì c'era il Bar di Omar, un baretto con un banco stri­minzito, due tavolini e quattro sedie zoppicanti. La gente spesso doveva restarsene fuori con la birra o il bicchiere di rosso in mano anche d'inverno. Dopo qualche consumazione faceva meno freddo. All'inter­no, sulle pareti, erano incollate con lo scotch almeno duecento foto di clienti alterati dall'alcol. Duecento espressioni identiche. Ridenti e spalancate. Buona parte della gioventù borgotermese, verso fine settima­na, la sera, si trovava davanti al Bar di Omar, che era un quarantenne minuto con le gote sempre arrossate. Occhi piccoli e incavati che lo facevano stupido. In realtà si trattava di un barista piuttosto astuto. Un professionista navigato che ingozzava i ragazzi di bru­schette d'ogni tipo. Piccanti o salate. L'obiettivo era quello di generare tanta sete. Che lui era sempre pron­to a sedare con boccali di birra. O con vino a tre euro al bicchiere. Nel suo bar, certe sere, verso le otto e mezza, i toni erano addirittura aggressivi. Tipo stadio a fine partita.

Braita sentì le loro urla ancora prima di svoltare l'angolo. Beppe Prati e Christian Vezzulli erano nella bolgia da un po'.

«Non sarete mica già sbronzi a quest'ora?» chiese loro Braita.

«Ma che sbronzi? Ce ne vuole ancora» rispose Vezzulli dondolante. Aveva la faccia paonazza e l'ali­to che puzzava di birra.

«Andiamo bene» fece Braita, poi scosse il capo frastornato. Non era ancora pronto a tutto quel casi­no. Allora ordinò un Nero d'Avola per mettersi su­bito alla pari. Lo trangugiò e ne prese un altro. Nel bar c'era odore d'alcol e sudore. Gli occhi degli av­ventori sgranati nel nulla. Le grida tanto ostentate da riassumersi in un unico grande urlo. Che non pareva di gioia.

Prati indossava una giacca di pelle scura sopra a dei jeans neri piuttosto stretti. Capelli cortissimi e barba della stessa lunghezza. Vezzulli, slanciato dal suo abito scuro, sembrava più alto del solito. I ca­pelli gli scendevano su occhi neri e infossati. En­trambi avevano le sopracciglia ridotte a striscioline. Identiche a quelle di Braita, che in quel momento appoggiò il bicchiere sul banco del bar per la secon­da volta.

«Quel frocio di Tinelli ci ha provato ancora.» «Non molla, la profumiera.» «Già.»

«E che voleva?»

«Voleva questo» esclamò Braita portandosi la mano all'inguine.

«Ma quello è già stato opzionato da sua sorella» disse barcollando Vezzulli indicando Prati. «Battuta infelice» rispose Braita.

Vezzulli cambiò discorso. «Davvero Tinelli ci ha riprovato?»

«Te l'ho appena detto. Voleva uscire con me sta­sera.»

«Scusa, perché non lo portiamo con noi? Sai le ri­sate.»

«Buona idea. Ma ne ho una migliore.»

Braita assunse un'espressione da furetto. «Altri tre Neri d'Avola» urlò.

Poi mise una banconota sul banco. «Andiamoceli a bere fuori» disse.

NoteA cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.
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