Racconti d'autore
Andrea VillaniAndrea Villani
La strategia del destino
di Andrea Villani, Ugo Mursia Editore, 2010
(seconda puntata)
15 luglio 2010
Uno sguardo impietoso sulla provincia italiana e sui suoi nuovi miti e valori, condensato in una serie di storie che si intrecciano dal tramonto all’alba: dodici ore che sconvolgono la vita del paesino termale sull’Appennino emiliano che fa da oscuro palcoscenico alle vicende di Samantha e Gianluca, una coppia alla vigilia delle nozze; di Lazzaro, studente di giorno e tormentato pittore la notte; dei fratelli Barid, albanesi, uno perfettamente integrato e l’altro spacciatore; degli anziani Guglielmo e Benito, ex partigiani custodi di un terribile segreto. Nel giro di una notte le loro vite cambiano completamente, ma ne prenderanno coscienza solo all’alba, quando un sibilo inquietante emerso dagli antichi pozzi termali sotto i loro piedi “spalancò la bocca dell’inferno. Ancora rombi e boati. Il paese vomitò le proprie interiora…”.
Andrea Villani, nato nel 1960, ha pubblicato il romanzo La notte ha sempre ragione, diversi racconti per antologie, riviste e quotidiani, ha scritto per il teatro e fondato il periodico “Terre Verdiane News”.
X
Questo autunno adolescente
altro non è che un velo di torpore
dolcezza evanescente che stagna
tra nebbie, asfalto e rovi;
tempo di castagne.
Non è innocente questa pianura
fatta di motori
suono di fisarmonica e campane.
Non sono innocente io
che alla perfezione di un Dio occulto
ho scelto un ego difettato.
Dalle 2 alle 4
Lazzaro e Samantha si allontanarono dalla cascina. L'odore dei lilium aveva un effetto stordente. Samantha zoppicava, la caviglia si stava gonfiando e il dolore era più intenso.
«Ora mi dici che ci fai qui?» chiese Lazzaro. «Più tardi. Adesso voglio solo andarmene.» «Come vuoi.»
Lazzaro guardò Samantha dall'alto verso il basso. Aveva i capelli arruffati e il vestito da sera lercio e lacerato. E un'espressione impaurita da gatto selvatico che in passato non aveva mai notato.
Davvero» insistette Lazzaro cercando lo sguardo della ragazza «che ti hanno fatto? Me lo puoi dire».
«Nulla» mormorò lei abbassando le palpebre.
Poi riaprì gli occhi e puntò quelli di Lazzaro, che per la prima volta le parvero profondi e buoni. Samantha portò le mani al volto. Nascose lo sguardo. Poi il pianto la travolse come un fiume che sfascia una diga di cartone. Si accasciò a terra, appoggiò la fronte alle ginocchia e iniziò a singhiozzare. Lazzaro si abbassò e con timore inesperto le appoggiò una mano alla nuca. L'accarezzò piano.
«Puoi stringermi forte se vuoi» mormorò Samantha tra un singhiozzo e l'altro «ma non farmi altre domande».
Un fiume di coriandoli di velluto si mise in movimento. Sopraggiunse, placido, un vecchio piroscafo bianco con un'immensa ruota che girando schizzava i coriandoli a entrambi i lati della poppa.
«Comandante» chiese a quel punto Tom Sawyer.
«Sì?» rispose Mark Twain.
«Mi sa che ci siamo persi.» «Mi sa anche a me.»
«Questo non è il Mississippi.»
I capelli del comandante Twain erano più arruffati del solito. Si allungò il baffo sinistro con la mano destra, mentre con la sinistra afferrava il timone.
«Hai ragione, mozzo. Questo fiume si chiama Po» farfugliò il comandante Twain.
«Come lo sa?» chiese Tom Sawyer, che stava sul ponte a piedi nudi e con un cappello di paglia a larghe falde calato sulla testa.
Il comandante diede una lunga occhiata attraverso il cannocchiale. « È scritto su quel cartello» disse.
Nel centro del fiume di coriandoli era piantato un cartello con scritto:
«Po, affluente del Mississippi Per il mare sempre dritto».
Vezzulli a quel punto sgranò gli occhi.
Ho sbagliato strada.
Tentò di legarsi le mutande attorno alla testa.
Mani robuste lo afferrarono.
Che volete? Lasciatemi.
Due energumeni attraversarono il locale trascinando il corpo nudo di Vezzulli. Un terzo raccolse i vestiti e li seguì.
Dove mi portate?
Uscirono tra risate e sguardi compassionevoli. I due lo abbandonarono sul retro tra il cassonetto dell'immondizia e quello della carta.
«Modalità d'utilizzo» lesse ad alta voce focalizzando lo sguardo. Le palpebre erano appiccicate. «Inserire solo carta, cartone e tetrapak. No plastica o altro materiale.» Biascicava parole incollate. La sua voce era diversa. Fragile come quella di un neonato.
Il terzo gorilla gli rovesciò addosso i vestiti e le scarpe.
Ho un po' freddo.
Il piroscafo era ormai all'orizzonte. Alla foce del fiume di coriandoli, oltre spiagge di sabbia rosa, conchiglie bivalve e rottami arrugginiti. Aspettatemi...
Pellicani azzurri dal becco color argento cantavano vecchie romanze stonate. Il piroscafo svanì in nebbie gelatinose.
Mentre Vezzulli affondava tra i coriandoli di velluto.
Tony parcheggiò nella strada che costeggiava il parco. Spense il motore e le luci del Mercedes. Nessuno in giro.
Rimase seduto a fissare la luce fioca di un lampione, poi scese dall'auto, chiuse la portiera e si frugò in tasca. Afferrò il pacchetto delle sigarette. Vuoto.
Merda!
Accartocciò il pacchetto e lo lasciò cadere a terra. Stirò le ossa della schiena allargando le braccia e spingendole indietro, emise un gemito e s'infilò nel parco.
Samantha riuscì a calmarsi un po'. Si alzò e reggendosi a Lazzaro, insieme, raggiunsero i margini che costeggiavano la strada comunale che portava al paese. Samantha si lasciò prendere la mano da Lazzaro e la strinse forte. Osservò il profilo del suo volto, dalla fronte al mento, una curva tenue ma decisa. Sguardo bambino e naso duro da apache.
Attorno a loro era tutto un bisbiglio d'animali e insetti. L'erba scorreva sotto la suola delle loro scarpe. «Cos'hai sotto il braccio?» chiese Samantha con la voce ancora rotta dal pianto. «Tele.»
Samantha riuscì quasi ad accennare un sorriso. «Dipingi?»
«Solo di notte.»
«Per questo sei in giro per i campi a quest'ora?»
«Hai freddo?» le chiese allora Lazzaro anziché rispondere.
«Un po'.»
«Non ho che la mia camicia.»
«Non ti preoccupare. È l'ultimo dei problemi.»
Lazzaro accelerò il passo.
«Ho anche fame» fece a un tratto Samantha.
«Non hai cenato?»
«Prima non mi andava.»
«Si trattava del tuo addio al nubilato, se non sbaglio.»
«Lo era.»
«Non lo è più?»
«No.»
«Che è successo?»
Samantha si fermò in mezzo al sentiero. «Hai presente» disse come se a quel punto fosse riuscita a chetare quel dramma ancora vivo «quando la domestica apre le finestre della stanza ed entrano luce e aria fresca?».
«Io non ho la governante che spalanca le finestre.»
«Vale anche se te le spalanchi da solo» concluse Samantha rimettendosi in cammino.
Il rombo di un motore li raggiunse e i fanali illuminarono parte della valle. Pochi secondi e l'auto sparì dietro la prima curva.
«Lazzaro, vorrei chiederti una cosa» fece ancora Samantha «ma non so se è il caso».
«Certo che lo è.»
«Ma se non sai neppure quello che sto per chiederti.»
«Se hai un dubbio è sempre meglio chiarirlo.»
«Quando mi vedi resti per ore a fissarmi. Però non mi hai quasi mai rivolto la parola. Perché?»
«Le tue amiche saranno convinte che sono innamorato dite.»
«Infatti.»
«Lo immaginavo, ma non è così. Mí dispiace.» «E com'è invece?»
Lazzaro si fermò, appoggiò a terra le tele e le accarezzò il profilo delle guance. «Hai un viso bellissimo» sussurrò. «Voglio dipingerlo.»
«Tutto qui? Non ti piaccio?»
«Molto, ma non nel senso che intendi tu. Il fatto è che» rispose Lazzaro imbarazzato «ti ho sempre giudicato un po' sciocca».
«Maria si avvicinò e mi chiese se poteva aiutarmi a lanciare il pane secco ai cigni» disse Guglielmo.
«Ma allora la incontrasti prima dell'arrivo di Bertoli» disse Benito interrompendolo.
«È così.»
«Mi hai sempre detto di essere arrivato in un secondo momento e di avere visto Bertoli molestare Maria. Di averlo aggredito per difenderla così come io feci poi con te» balbettò Benito.
Guglielmo oltrepassò il ponte ed entrò nel parco. Intravide le siepi disposte a file parallele che s'intersecavano formando un labirinto contorto. Guglielmo s'inoltrò in quel labirinto trascinando i piedi. Poi si arrestò come fosse caduto in trance. «Un tempo» disse «ai lati di questo sentiero erano disposte alcune pietre ornamentali. Ed è qui che è morta Maria».
«Lo so» disse Benito guardando l'amico che si reggeva a malapena. Anziché sorreggerlo, gli allungò la fiaschetta della vinaccia.
L'altro l'allontanò con un gesto infastidito. «Non ne ho più bisogno» disse.
«Come preferisci.»
Guglielmo fece ancora alcuni passi, poi si voltò. «Le passai il sacchetto del pane. Lei prese alcuni pezzetti e li lanciò ai cigni. La guardai: era bellissima.»
«Era una bambina.»
«Aveva quasi tredici anni.»
Benito si fece serio. «Era una bambina, Guglielmo» ripeté.
«Un fiore che stava sbocciando.»
Benito ebbe un tremito di disagio. Fece scorrere le mani lungo le tempie. Poi le strinse come se temesse che la testa si potesse staccare dal resto del corpo. E volesse impedirle di rotolare via. «Che successe allora?»
Guglielmo continuò: «Non feci nulla. Guardai soltanto quel corpo minuto e aggraziato, quegli occhi così belli da fare male. Quella cascata di capelli profumati come la primavera».
«Stai parlando di una bambina e lo fai come si trattasse di una donna» mormorò Benito.
«Non la toccai, se è questo che temi, le sfiorai solo il viso. Un tocco leggero, impercettibile, ma che bastò per spaventarla. Si girò verso di me e cercò di allontanarmi. Solo allora le afferrai un braccio. Volevo rassicurarla, ma lei si divincolò e corse verso queste siepi. Le andai dietro.»
«Perché?» sbottò Benito. «Avresti dovuto lasciarla fuggire.»
«Perché volevo tranquillizzarla. E perché mi attirava giocare a nascondino tra le siepi.»
«Tu sei pazzo» urlò Benito «un pazzo maniaco».
«No» gridò Guglielmo «non le feci nulla di male».
«È morta, l'hai ammazzata.»
«È caduta, Benito, è scivolata battendo la testa su una maledetta pietra. Non l'ha ammazzata nessuno.»
Benito era sconvolto. «E Bertoli?» chiese.
Guglielmo gli mise addosso i suoi occhi spalancati d'angoscia. «Quando Maria cadde sentii un tonfo e un rumore secco. La raggiunsi, mi chinai su di lei e la raccolsi. Aveva il cranio sanguinante e gli occhi sbarrati e capii che era già morta. Mi guardai attorno e non vidi nessuno, allora mi alzai e feci per andarmene. Fu a quel punto che Bertoli apparve come un fantasma alle mie spalle. Mi spinse via con rabbia e si chinò su di lei. Quando capì cos'era successo urlò che ero un bastardo e cercò di colpirmi. Iniziammo a lottare.»
«Io arrivai in quel momento, dunque. Pensai ti stesse aggredendo, vidi il corpo della bimba e gli sparai» lo incalzò Benito, pallido di paura.
È così che è andata» concluse Guglielmo.
Benito cominciò a tremare. Poi a muoversi frenetico. Camminò avanti e indietro per il sentiero tirando calci alla ghiaia e agitando le braccia. «Se tu non l'avessi inseguita, se tu non l'avessi spaventata, lei non sarebbe morta» gridò. Poi si arrestò e portò le mani al volto. Si piegò su se stesso come se un fulmine lo avesse centrato in pieno al petto: «E io non avrei mai sparato a Bertoli».
Guglielmo si asciugò gli occhi con il dorso della mano e Benito si sedette nell'erba. La notte si strinse attorno a loro in un silenzio profondo. Oltre il parco, i contorni di quella piccola città sembravano
tratteggiati a matita)
| Note | A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri. |
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