Racconti d'autore
Andrea VillaniAndrea Villani
La strategia del destino
di Andrea Villani, Ugo Mursia Editore, 2010 (terza puntata)
22 luglio 2010
Uno sguardo impietoso sulla provincia italiana e sui suoi nuovi miti e valori, condensato in una serie di storie che si intrecciano dal tramonto all’alba: dodici ore che sconvolgono la vita del paesino termale sull’Appennino emiliano che fa da oscuro palcoscenico alle vicende di Samantha e Gianluca, una coppia alla vigilia delle nozze; di Lazzaro, studente di giorno e tormentato pittore la notte; dei fratelli Barid, albanesi, uno perfettamente integrato e l’altro spacciatore; degli anziani Guglielmo e Benito, ex partigiani custodi di un terribile segreto. Nel giro di una notte le loro vite cambiano completamente, ma ne prenderanno coscienza solo all’alba, quando un sibilo inquietante emerso dagli antichi pozzi termali sotto i loro piedi “spalancò la bocca dell’inferno. Ancora rombi e boati. Il paese vomitò le proprie interiora…”.
Andrea Villani, nato nel 1960, ha pubblicato il romanzo La notte ha sempre ragione, diversi racconti per antologie, riviste e quotidiani, ha scritto per il teatro e fondato il periodico “Terre Verdiane News”.
Braita e Prati avevano dovuto bere un altro paio di Ceres a testa prima di trovare il coraggio di chiedere a un paio di ragazze di appartarsi con loro nelle stanze ai piani superiori.
«Okay. Cento euro a testa. C'è una sola stanza libera. Venti minuti e si smamma.»
«Un po' caro, no?»
«Prendere o lasciare, non abbiamo tempo da perdere.»
I due si guardarono, poi salirono le scale con le ragazze. Due rumene di una ventina d'anni, Elviria e Sibila. La prima portava una parrucca biondo platino. Era piuttosto alta e aveva le labbra sottili, quasi inesistenti. L'altra era di poco più bassa e aveva i fianchi larghi. La sua parrucca era rossa e portava una fascia in lamé sulla fronte. Avevano ballato tutta la notte e puzzavano un po'.
Entrarono in una stanza con un paio di divanetti in panno scuro, la moquette sollevata negli angoli e pareti che una volta dovevano essere bianche. Braita prese dal portafoglio due banconote da cento e le porse alle ragazze.
«Noi non prendiamo soldi» lo gelò Elviria.
Braita non capiva. A quel punto bussarono alla porta. Entrò un tipo sulla sessantina. Basso e corpulento, con un mazzo di rose in mano.
«No, no. Fuori di qui» gli intimò Prati.
L'uomo lo guardò severo. Le ragazze fulrninarono Prati con lo sguardo.
«Due, grazie» disse Sibila.
L'uomo sfilò due rose dal mazzo e le allungò a Braita. «Fanno duecento euro» disse. Poi sorrise. A quel punto Braita capì l'antifona e gli allungò i soldi. L'uomo uscì e chiuse la porta.
Le ragazze s'inginocchiarono davanti ai due, una accanto all'altra, e iniziarono ad armeggiare con le cinture dei pantaloni. Da sotto provenivano schiamazzi e musica.
«Così?» mormorò Prati «senza neppure un bacetto?».
Braita si girò verso di lui. «Ma vai a cagare» fece. Poi chiuse gli occhi.
Le ragazze, anche volendo, in quel momento non avrebbero potuto rispondere.
Tinelli, attraversando il ponte di legno, rischiò di cadere in acqua. Gli s'incastrò un tacco tra due assi e cadde carponi. Si rialzò e sfilò il piede dalla scarpa. Si tolse anche l'altra e seguì i due uomini a piedi scalzi. Si nascose dietro a un cespuglio di ligustro e si mise ad ascoltare trattenendo il fiato. Quando il più vecchio smise di parlare, Tinelli si tolse la parrucca e alzò gli occhi al cielo come se avesse voluto raccontare quella storia a qualcuno. Si accorse invece di un'infinità di stelle. E capì che quella storia, lassù, la conoscevano da sempre.
Vezzulli continuava ad affondare in un'immensità di coriandoli di velluto colorato. Devo tornare a galla.
Allora iniziò a nuotare, con forza, verso la superficie. Sbatté le braccia in modo disordinato e cominciò a risalire. Più sbatteva le braccia e più veloce saliva. I coriandoli assumevano tonalità più luminose.
Ci sto riuscendo, ancora poche bracciate.
Allora ci mise più forza fin quando si verificò un'esplosione di colori. Era uscito da quel fiume di coriandoli. Ma continuò a nuotare.
E allora levitò. Cominciò a volare in un cielo azzurro senza nuvole e senza orizzonti. Senza nulla su cui precipitare.
Sto volando, sto volando. Ed è bellissimo.
Non c'erano strati di atmosfere. Nessun nord né sud. Ovunque era solo cielo.
«Tu eri convinto che io fossi una povera idiota, senza neppure avermi parlato per più di cinque minuti?» disse amara Samantha.
«Non ho mai pensato tu fossi una povera idiota» rispose Lazzaro. «Mi hai solo dato l'impressione di essere un po' sciocca. Perdonami» aggiunse «ma tutte le volte che ci è capitato di parlare avevi un atteggiamento così puerile. Quelle tue amiche poi...».
«Le mie amiche, cosa?»
«Lasciamo perdere.»
Samantha rimase in silenzio poi, dopo qualche metro, continuò: «Riguardo le mie amiche non posso darti torto».
«Guarda che le tue amiche te le sei scelte tu.»
«Avessi mai scelto qualcosa nella vita» sussurrò allora Samantha.
Lazzaro lasciò cadere la cosa. «Lasciatelo dire: a volte sembri uscita da una trasmissione di Maria De Filíppi.»
«Ma che dici? Non le guardo mai.»
«Peggio, allora vuol dire che non sei come loro per emulazione. Ma proprio per convinzione.»
Lazzaro si pentì di averlo detto. Non era né il caso né il momento. Ma la tensione si era allentata, Samantha si era in parte calmata.
«Non ti facevo così prevenuto. A me eri simpatico. Strano, ma simpatico.»
«Definisci strano.»
«Diverso.»
«C'è una bella differenza.»
Nel silenzio assurdo di quella notte si poteva ascoltare il rumore del torrente che scendeva a valle. Costeggiarono il corso d'acqua che correva parallelo alla strada. Poi videro le luci di un paio di fanali. L'auto procedeva lenta. Quando fu loro vicina, Lazzaro la riconobbe. « È la mia» disse.
«E che ci fa in giro da sola?» chiese allora Samantha. Lazzaro sorrise e la strinse forte tra le braccia.
«Hai ancora freddo?»
«Un po'.»
Poi fece segno a Barid di fermarsi.
Guglielmo si avvicinò a Benito e gli appoggiò una mano sulla spalla. L'altro non si mosse. Stette accovacciato per un po'. Poi sollevò la testa e guardò l'amico. Aveva occhi minuscoli, spenti. Si alzò e cercò di pulirsi i pantaloni. Benito lo fissava come fosse l'ultimo essere vivente rimasto sulla terra. Poi chiese: «E adesso che facciamo?».
«Non credo di comprendere la tua domanda, ma cercheremo di vivere questi anni che ci restano come abbiamo sempre fatto.»
«Per quanto mi riguarda è cambiato tutto. Sono felice che mi sia rimasto poco da vivere.»
«Non potevi sapere.»
«Ma ora so di avere vissuto una vita diversa da quella che mi sarei meritato. Credevo di avere salvato la vita di un innocente e di avere sparato a un mostro. Invece è proprio il contrario. Tutto ciò che ho avuto da te è stato in cambio di complicità. Non per riconoscenza.»
«Non sono un mostro, Benito. L stato un incidente. E anche se non lo fosse stato, la tua sarebbe stata complicità involontaria.»
«Non del tutto, Guglielmo.»
«Che intendi dire?»
Benito aveva le labbra contratte. Prese un ultimo sorso di vinaccia, poi rovesciò la fiaschetta.
È finita.
Si avvicinò all'amico, gli sfiorò il colletto della camicia, poi ritrasse la mano con gesto asciutto. Girò le spalle e pianse. Un pianto lieve, ma disperato.
Elviria alzò il capo e guardò Prati negli occhi. «Che c'è che non va?» gli domandò.
«Non ne ho più voglia» disse Prati richiudendo la lampo.
«Perché sei impotente» ghignò Braita che aveva già finito e che guardava la scena mentre Sibila masticava chewingum. «O magari frocio» infierì.
Prati arrossì e rimase zitto. Poi si alzò e uscì dalla stanza.
«Voglio ben vedere» mugugnò scendendo le scale «con due persone che ti guardano sghignazzando e biascicando gomma da masticare».
Braita gli arrivò a fianco e gli mise una mano sulla spalla. «E dai» fece «stavo scherzando».
Senza salutare Sibila ed Elviria, si avviarono verso l'uscita del locale. Intravidero una delle ballerine coricata sulla pedana. Aveva le gambe divaricate e le muoveva a tempo di musica facendole ruotare a pochi centimetri dal naso dei clienti. Attorno a lei, in quella folla di maschi eccitati e ubriachi, si era creato uno spazio di disperata attenzione.
«Le chiavi dell'auto, per favore» chiese Braita a un tizio butterato che stava dietro il banco dell'ingresso.
«Quali chiavi?» domandò l'altro.
«Le chiavi del mio Cayenne.»
L'uomo si sfregò il mento. «C'è un motivo per cui dovrei averle io?»
«Certo, ho dato le chiavi al parcheggiatore per spostare l'auto. Immagino le abbia riportate qui» «Non è possibile.»
«E perché?»
«Perché non esiste alcun parcheggiatore.»
Un fremito gelido percorse la schiena di Braita. «Ma...» balbettò «quel tipo con la maglietta del vostro locale allora chi era?».
«Non so, aveva una maglietta uguale a queste?» chiese l'altro tirando fuori un pacco di magliette incellophanate con scritto sopra Lucrezia Bolgia. «Costano dieci euro, ne vuoi una?»
A Braita schizzarono gli occhi dalle orbite e si mise a correre. Scansò per un pelo una ragazza, urtò un cameriere e usci dal locale. Al posto del suo Cayenne era parcheggiata una Fiat Croma.
La foschia del mattino permeava terra e cielo.
Barid intravide una coppia di ragazzi avvicinarsi. Scalò la marcia e accostò. «Lazzaro.» «Barid, dove eri finito?» «Sali, ti prego.»
Lazzaro capì che c'era qualcosa che non andava.
Il dolore stava masticando il volto dell'albanese. «Che è successo?»
Barid non rispose. Non voleva sentire quello che
stava per dire.
«Che è successo?» lo incalzò Lazzaro. «Mio fratello è morto.»
Ai margini di quello stesso mattino Frisullo si ritrovò in prossimità di Firenze. Le sue palpebre si attraevano come calamite.
Devo farcela, sono quasi arrivato. Ancora pochi chilometri.
Da lontano Firenze gli parve come avvolta da un manto di vapore acqueo. L'aveva sfiorata un migliaio di volte senza mai attraversarla.
Provò un po' di vergogna come se lei, al contrario, avesse notato qualche differenza.
«Puttana e snob» disse Frisullo lasciando alle spalle la città.
Come si dice di una donna bellissima, ma che non si lascia conoscere.
| Note | A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri. |
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