Racconti d'autore

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Sull'Adriatico con gli dei

Di Valeria Cicala - Racconto presentato alla mostra Vetus litus di Cattolica

13 agosto 2009

La riva ormai si intuiva. Il suo corpo dolente, sfibrato, avvertì la sabbia più compatta a cui abbandonarsi. Ancora due o tre onde, poi affondò i polpastrelli raggrinziti tra i granelli tiepidi di sole. Era salvo, il dio Nettuno non l’aveva abbandonato! Ma che ne era dei suoi compagni e della nave, la gloriosa Stella maris carica di anfore odorose di vino e di olio?

Erano salpati dalla Sicilia colmi di grano biondo, di vettovaglie, ma anche di oggetti preziosi. Quando ormai si scioglieva l’ancora, si erano uniti a loro due mauretani. Anche adesso Filocle rivedeva, familiari, le loro facce. Forse perché raccontavano, in un approssimato latino, di aver lavorato a lungo in una grande, bellissima villa, nell’interno dell’isola, realizzando con minuscole tessere dei pavimenti straordinari con scene di cacce e di giochi, piene di colori. Avevano con sé alcuni deliziosi piccoli mosaici in pasta vitrea che riproducevano dei delfini che giocavano con le ninfe. Erano stati incerti, dicevano, se tornare al loro paese sulle coste dell’Africa. Ma avevano ricevuto una allettante offerta di lavoro a Ravenna. E si erano decisi ad ’imbarcarsi con quella che era la prima nave a far scalo a Classis. Non è dato sapere cosa gli dei ci riservano!

Gli occhi gli bruciavano terribilmente. Continuava a stringerli guardando ora in direzione del mare che, quieto e ignaro, si distendeva in un verde cristallino fino all’orizzonte, per addensarsi in una linea blu, ora verso la spiaggia, deserta, che non lasciava intuiredal suo angolo di visuale  profili di alture prossime.

Nella sua testa stordita voci, persone, e il sibilo del vento, che gonfiava il mare, si sovrapponevano. Una cosa era certa: era vivo, sebbene non riuscisse a capacitarsi su come si fosse salvato, disperatamente avvinghiato ad un lacerto di legno. Non aveva idea del tempo che era rimasto fra i flutti, ma il sole era sparito almeno due volte e una luna imperfetta aveva accolto stelle che sembravano tanto vicine.  

La tempesta aveva ingoiato il suo senso del tempo e dell’orientamento. Eppure per lui quella era la rotta di casa. Ricordava che avevano lasciato da diversi giorni il capo di Era Lacinia, quando qualcuno dei compagni, mentre pulivano il ponte della nave, aveva buttato lì che, se avessero fatto sosta ad Ariminum fino al plenilunio, così aveva bofonchiato il timoniere, forse potevano godersi lo spettacolo all’anfiteatro di quella città. Ci partecipavano i gladiatori che avevano preso a Brundisium. Anzi, era il caso di farseli amici, pensò Filocle, per non dover spendere troppi sesterzi. Si guardò ancora attorno. Possibile che fosse il solo ad essersi salvato? La voce del mare sommessa e assolata non spezzava il silenzio che solo rispondeva alla sua ansia di ritrovare qualcuno.

Aveva sete. Avevano avuto sete anche i marinai a poppa, la sera che arrivò la tempesta. Ma quella notte non si era bevuta acqua. Le lingue erano divenute più sciolte. Ai primi lampi il vecchio Ierace aveva fatto notare che erano ormai vicini al promontorio della Focara. Era un punto difficile anche quando il mare appariva tranquillo……Forse era bene invocare Giove che là aveva un santuario, suggerì l’anziano marinaio. Ma la leggerezza donata dal vino rendeva audaci i compagni che scherzarono sulla paura di Ierace e un po’ anche su Giove.

Filocle c’era andato in quel tempio, arrampicato tra cespugli di ginestre e grandi pini. Era successo molti anni prima, quando prestava servizio su una nave della flotta imperiale. Era un  tempio di pietra bianca, quella che arriva dall’altra costa di questo mare. All’interno dell’edificio ricordava le dediche incise su oggetti: piccole lastre, arule, ciotole: erano gli ex voto portati dai pellegrini. Spesso erano persone che prendevano il mare per lavoro o per affari o che tornavano da viaggi felicemente conclusi. Scioglievano voti al signore degli dei, lasciavano offerte. Anche lui aveva chiesto protezione a Giove.

Quella sera, però, risate e battute ebbre accolsero l’invito ad onorare la divinità. Un brivido, quasi un presagio, aveva attraversato il corpo di Filocle. Forse era, solo superstizione, ma ebbe paura. Rivide l’arula, posta in quel santuario, su cui era incisa un acclamazione a Giove Sereno, Iuppiter Serenus: si diceva che l’avesse posta un anziano mercante. Aveva viaggiato a lungo tra l’Egeo e il Mediterraneo e ringraziava Giove per avergli concesso, benigno, mare tranquillo e venti propizi.

Riuscì ad alzarsi sulle gambe, ora, sulla sua destra, si accorse che terso e scuro si ritagliava nel cielo il profilo di un’altura. Per Giove, era proprio finito a non molte miglia da quel santuario! Si ricordò di una vecchia leggenda che raccontavano i marinai greci: narrava di un uomo gettato in mare che la pietà degli dei aveva salvato inviando un delfino che sul suo dorso lo aveva portato a riva. Forse non era proprio così. Forse la confondeva con un’altra storia, sempre di mare, di un delfino che aveva ingoiato un anello prezioso. Poco importava. Quando i viaggi durano intere settimane i racconti aiutano a riempire la distanza. Lui di delfini non ne aveva visti, ma quell’asse di legno l’aveva ugualmente tratto in salvo! Mai scherzare con il mare e con…Lo squillo insistente di una suoneria telefonica, che riproduceva le prime note di “Moonlight serenate”, lo fece risvegliare bruscamente e poco ci mancò che il cellulare finisse in mare. Alessandro guardò, ancora assonnato e infastidito, il display: era Valentina, doveva risponderle!

“Ma dove ti sei cacciato? Fai le vacanze al mare?” – lo aggredì una voce carica di risentimento- “ ti ricordi che dobbiamo consegnare al museo la sceneggiatura definitiva del video tra due giorni?” Proseguì senza dargli tempo di rispondere.

“Il girato non è sufficiente e dobbiamo creare una sorta di racconto per presentare i materiali! La festa del mare comincia sabato, il video va trasmesso quel giorno all’inaugurazione della mostra. Il direttore del museo vuole che gli ex voto del santuario di Giove...”

“Si, lo so” - la interruppe tranquillo Alessandro – siano proposti insieme ai mosaici con i delfini trovati durante il recupero della nave romana, al largo del promontorio”

“Appunto, non abbiamo molto tempo e dobbiamo farci venire un’idea” Incalzò Valentina

Con flemma mediterranea Alessandro riprese “ Sono uscito con la barca proprio per fare un sopralluogo. Le riprese iniziali le facciamo qui, tra Cattolica e Rimini”.

Non era il caso di spiegare a Valentina che una improvvisa “pennica”, lasciandosi cullare dal tepore marino di un pomeriggio di giugno, aveva risolto il “vuoto creativo” per il video commissionato, all’ultimo momento, dal comitato scientifico della mostra.

“Mi è venuta un’idea” - mentì disinvolto – “la voce fuoricampo di un marinaio, scampato al naufragio della nave racconterà la storia della tempesta e del santuario di Giove. Appena rientro la butto giù, l’ho già tutta in mente. Come vedi ero a lavoro, non a godermi una vacanza!”

Valentina si sentì messa in angolo, ma non voleva chiedergli scusa. “Ci vuole un titolo” disse un po’ stridula.

“Sull’Adriatico con gli dei”  E chiuse il cellulare. Non c’era pericolo di tempesta, poteva tornare a sognare.
NoteA cura di Valeria Cicala. Lettura di Fulvio Redeghieri
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