30 maggio 2011
Ci sono persone in grado di vedere la filigrana nelle cose, una reltà che non c’è o non c’è ancora.
Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.
Si potrebbe sintetizzare cosi il primo disco, interamente autoprodotto e finanziato di “D.D.D.” citando non a caso una frase di Guy Debord ne “La società dello spettacolo”.
Il linguaggio utilizzato nel disco; crudo, orrorifico, violento, talvolta stupido ma mai banale ci proietta nel mondo di D.D.D. fatto di sofferenza, gioia, illusioni, sogni. Un mondo che parla della transitorietà dell’essere, della vita stessa. Un mondo che utilizza la droga come unica via d’uscita alla società massificata.
Come unica via d’uscita in questa montagna di merda.
Derek Dick Decio è parte integrante del suo disco.
Accompagnato dalle basi di Simone Paganelli (Laptop/ Drum machine), in feauturing con Nicola Boari (Salomè Lp) Derek stravolge i canoni tradizionali dell’hip hop italiano, oramai divenuto solamente merce di consumo per ragazzini che giocano a fare i papponi. Svuotandone il contenuto “gangsta” Derek si propone non di stare sopra il tempo (bit) ma addirittura di entrarci dentro.
Metriche quasi parlate assumono un tono “ferrettiano”, dando ampio spazio ai contenuti, catapultando l’ascoltatore in un’atmosfera claustrofobica, oppressiva , fatta di suoni sporchi, artificiali, ripetitivi, sino ad arrivare al piu classico dell’hip hop.
Voce e metrica ispirata ad uno dei precursori dell’old school italiana “Kaos One”, Derek si disacca da Kaos per lo stile, il taglio e soprattutto il contenuto nel fare rap.