Mantovani ed emiliani giunsero nel Paese per lavorare alla costruzione della ferrovia. Il loro sciopero del 1888 gettò le basi per la nascita del movimento sindacale e di un sistema di sicurezza sociale tra i più avanzati d’America
Questa storia ce la racconta Corrado Sacchi dal Costa Rica. Tutto comincia il 17 settembre 1502, quando il genovese Cristoforo Colombo, al termine del suo quarto e ultimo viaggio alla ricerca di una nuova via delle spezie, approda nella baia di Limon, nell’attuale Costa Rica. Da quel momento hanno inizio gli insediamenti europei, con qualche presenza sporadica di marinai italiani al seguito dei conquistadores spagnoli o dei governatori. Fra i cognomi di queste antiche famiglie italiane ne figurano alcuni di origine non genovese e forse di area emiliana, come Curti, Ferretti, Landi, Malatesta, Ridolfi.
Questo intenso sviluppo economico richiedeva però nuova manodopera. Intorno agli anni Settanta iniziò la costruzione della prima linea ferroviaria che doveva collegare Limon a San José per fare arrivare il caffè sulla costa atlantica. I 653 cinesi giunti per lavorare alla ferrovia resistettero un anno, poi si ribellarono alle disumane condizioni di lavoro. Stessa sorte capitò al migliaio di neri provenienti dalla Giamaica.
Il governo del Costa Rica intendeva favorire l’afflusso di lavoratori europei e in particolare guardava con interesse all’Italia. Intorno al 1880 l’agricoltura italiana attraversava un periodo di grave crisi. Il crollo dei prezzi sul mercato internazionale aveva colpito a morte la produzione cerealicola, soprattutto nella pianura padana. Le difficili condizioni di vita nelle nostre campagne sfociarono in rivolte e tumulti, in Lombardia e in Emilia. Da queste regioni prese avvio un grande esodo di giovani contadini e braccianti verso paesi lontani, in cerca di lavoro e di fortuna.
Il primo contingente di 756 italiani, partito da Genova nel novembre 1887, sbarcò nel porto di Limon il 12 dicembre (le autorità portuali contarono 762 lavoratori, segno che qualche “clandestino” si era infilato nel mucchio). L’arrivo degli italiani era frutto di un accordo siglato ad Ostiglia, una cittadina in provincia di Mantova al confine con la terra emiliana, tra le autorità locali e un imprenditore nordamericano, Minor C. Keith. Nel maggio 1888 approdarono a Limon altri 671 lavoratori: in tutto i nostri emigrati erano quasi 1500, per la maggior parte lombardi ma con qualche presenza di emiliani di Modena e Bologna, come dimostrano i cognomi Ferretti, Palmieri, Mattei, Pollini, Righi, Savi, Bernardi, Bartoletti …
Divisi in squadre e dislocati in vari accampamenti, gli italiani furono mandati a lavorare alla ferrovia come sterratori. Ma scavare e portare via la terra non era facile in quelle condizioni: il terreno era scosceso, con grandi dislivelli, soggetto a frane e smottamenti, inoltre le rocce erano dure; in più, il clima caldo e umido e insetti di ogni tipo rendevano insopportabile l’ambiente, tanto che gli stessi costaricani si rifiutavano di andarci a lavorare.
Il contratto sottoscritto a Ostiglia prevedeva vitto abbondante, alloggio confortevole, assistenza medica, stipendio adeguato e il rientro in patria per chi non fosse stato in grado di sopportare le dure condizioni climatiche. Ma le inadempienze contrattuali dell’imprenditore furono tali da costringere i lavoratori a scendere in piazza per la tutela dei propri diritti. Lo sciopero del 1888 che questi coraggiosi padani, poveri, privi di istruzione, lontani dalla patria e senza appoggi, vollero rischiare in una terra straniera, è parte fondamentale della storia del Costa Rica.
Già in agosto gli emigrati si erano rivolti alle autorità consolari italiane per denunciare Mr. Keith e chiedere aiuto e protezione. Ma come sempre accade nell’imminenza delle ispezioni, il padrone aveva provveduto a pulire, a disinfestare e ad aumentare le razioni di pane, così che il commissario italiano nella sua relazione dovette dichiarare che le condizioni generali dei lavoratori erano buone. Sta di fatto che tra il 10 giugno e il 13 ottobre 1888 morì per le dure condizioni di vita (fatali furono le malattie tropicali) un numero imprecisato di italiani: chi dice 32, chi 60 o 100. Le loro speranze e tragedie rimangono sepolte per sempre nella terra di Costa Rica. Sappiamo per certo che il 20 ottobre, due mesi dopo la relazione del commissario italiano, tutti i lavoratori italiani fino all’ultimo uomo abbandonarono il posto di lavoro e si recarono nella capitale di allora, Cartago, per chiedere di essere pagati e rimpatriati.
Lo sciopero si prolungò per sei mesi, grazie anche all’appoggio degli abitanti della capitale e alla benevola presa di posizione delle autorità costaricane, per le quali comunque lo sciopero costituiva un problema. Infatti un numero così elevato di lavoratori, accampati in un edificio messo a disposizione dal Municipio, rappresentava un fenomeno sociale dirompente. Popolazione e governo fecero ugualmente a gara per offrire cibo, assistenza e lavoro agli scioperanti, tanto che più di un terzo di essi rimase in Costa Rica. Gli altri si imbarcarono su una nave francese il 16 marzo 1889 per fare ritorno in Italia.
I Bulgarelli, Malavasi, Piva di oggi sono i discendenti di quei pionieri che scelsero di restare ai tropici e costituirono, nel 1890, la “Società Filantropica Italiana”, gettando così le basi del movimento sindacale e democratico del Costa Rica. Se questo paese ha oggi un sistema di sicurezza sociale tra i più avanzati del continente americano, lo si deve certamente alle lotte dei lavoratori padani. Per quanto povero, il Costa Rica ha uno standard sanitario paragonabile a quello degli Stati più avanzati. Basti pensare che, primo e unico paese al mondo, ha abolito l’esercito nel lontano 1949, dirottando sull’istruzione, la salute pubblica e la difesa del territorio i fondi prima stanziati per la difesa.