4 aprile 2009
Un bel volume fotografico, Il mondo in una stanza, Licinio Farini fotografo pittorialista, a cura di G. Benassati, Ravenna, Longo Editore ci conduce, tra immagini e saggi, alla scoperta di un interessante personaggio della nostra regione vissuto tra Otto e Novecento.
Si tratta di Licinio Farini (1840-1917) nobile ravennate, imparentato con il più noto intellettuale e politico Carlo Farini.
Il libro ricompone attraverso le foto dell’autore un universo, un modo di guardare e comunicare le personali emozioni, di proporre un approccio artistico che diviene, oggi, documento per avvicinarsi ad un contesto sociale e culturale a cavallo tra Otto e Novecento.
Farini è un fotografo dilettante, amateur, rappresentante di una delle tante sfaccettature italiane del Pittorialismo – movimento internazionale votato alla fotografia artistica intesa in molteplici accezioni accomunate dal rifiuto delle specificità fotografiche in nome del flou e della manipolazione pittorica dell’immagine finale. Il suo “mondo”, a cui allude il titolo, è quello dei luoghi, dei paesaggi naturali e antropologici nel quale egli è radicato: si muove tra Russi, Ravenna e il mare.
Il suo obiettivo fotografico e sentimentale desidera fondamentalmente cogliere la spontaneità e la quotidianità di gesti e di affetti. Non c’è la ricerca esasperata della “posa” nelle stanze accoglienti, nei giardini lussureggianti, nelle pieghe di abiti e di espressioni femminili che rappresentano momenti diversi dell’esistenza: fanciulle spensierate, giovani donne, la maternità e la maturità avanzata; la speranza dell’infanzia.
Le oltre milleduecento lastre oggi recuperate per cura dell’Amministrazione comunale di Russi con il supporto scientifico della Soprintendenza per i beni librari e documentari dell’IBC, sono l’unica traccia superstite – in negativo e priva di corrispondenti stampe vintage – della copiosa attività dell’autore che, avendo utilizzato i familiari, il paesaggio circostante e le proprie dimore, come strumento e soggetto delle sue dilettevoli sperimentazioni, non ha nemmeno sentita la necessità contingente, tipica dei fotografi professionisti, di indicare su vetri e contenitori nomi di persone e di luoghi, occasione e tempo degli ‘scatti’.
Commenta ancora nel suo saggio iniziale Giuseppina Benassati “Come in un gioco enigmistico, in alcuni ritratti, e in un paio di nature morte, compaiono libri e riviste di soggetto fotografico, quasi che l’autore abbia voluto lasciare, forse per vezzo, indizi oggettivi per meglio connotare le opere, comunque assai eloquenti, anche nell’insistita presenza di ‘pose’ ove il libro, la rivista, e infine la lettura, sono se non il soggetto il perno della figurazione, anche nel caso di un suo intenso autoritratto”.
Firma l’introduzione Sergio Zavoli, dopo una premessa di Ezio Raimondi, gli altri contributi sono nell’ordine di Silvia Loddo, Riccardo Morfino, Marco Ravenna, Paolo Zanfini, Bruno Valerio Bandini, Marino Biondi.