Lei è una figura leggendaria della musica d’avanguardia, protagonista negli anni ’70 di quella sperimentazione dell’elettronica anche nell’uso della voce, e che ha collaborato durante la sua carriera con personaggi come Timothy Leary, Charlie Mingus, Allen Ginsberg, John Cage, Jean Tinguely, Albert Ayler, Michael Snow, Robert Moog, Salvator Dalì, David Bowie, Brian Eno, Stockhausen, Robert Wyatt..
Parlare di Annette Peacock, cantante, pianista, bassista elettrica, vibrafonista, e soprattutto straordinaria poetessa, è un po’ difficile. Ci facciamo quindi aiutare dalla sua musica e dai versi contenuti nel volume “Le foglie danzanti”, un testo e 5 liriche sul tempo, il primo dell’ artista, pubblicato da Edizioni l’Arboreto nella nuova collana “Il giardino selvatico” e presentato nei giorni scorsi a Rimini.
Mi è stato chiesto di scrivere sul tempo.
Preferisco crogiolarmi nel piacere
Di un reale perfettamente presente,
dove il tempo non ha presenza
e io rifiuto di obbedire alle leggi
del suo influsso.
Preferirei essere sorpresa dal tempo, che esserne schiava.
Durante la residenza in Italia all’Arboreto di Mondaino Annette Peacock ha realizzato 5 concerti alcuni anche con il percussionista Roberto Dani da cui è nato un cd, sempre uno degli obiettivi del progetto regionale, distribuito con
Vi lasciamo con una sua lirica dal volume Le foglie danzanti dal titolo “Uno sguardo empirico sul tempo”
Si è soliti ospitare
una coscienza operosa
così da poter generare la coreografia dei
nostri movimenti durante la vita,
allo stesso modo in cui inventiamo i ricordi
e i momenti della nostra storia,
ai quali finiamo per affezionarci.
Il mio concetto di tempo è in conflitto
con il dogma della cultura.
Mentre l’entità del tempo urta
con la durata dell’esperienza e dell’esistere,
la percezione del tempo
è personale.
La mia
si esprime al meglio
attraverso la musica,
dove il tempo
si manifesta come vibrazione in movimento,
incorniciata dal silenzio.
la mia relazione più intima.
Nel processo solitario
del comporre, quando il tempo
mi offre l’opportunità
di giocare con l’estetica della possibilità,
io ritorno al non-tempo,
l’immensità dalla quale emergo.
Al luogo da cui veniamo prima di nascere
e al quale torniamo una volta morti
a quello, io penso come alla casa.
Un ventre materno, la terra
non sono che stanze di appendice.
Arriviamo alla vita come creazione pura,
riflessi di un’accoglienza perfetta.
Ma l’immersione nella dualità
spezza l’unione
con la nostra originaria essenza.
Per compensare la frammentazione,
il distacco dal nostro vero io,
e il senso di isolamento;
la soluzione desolata
che cerchiamo disperatamente
è di legarci a qualcuno.
Siamo effimeri,
unici miracoli in forma consapevole.
Ambasciatori dell’ordine
generati dal caos incessante,
vaghiamo per le terre delle nostre emozioni
senza mappe.
Non c’è tempo per l’infelicità.