Mi chiamo Anabela Cristina Ferreira e sono una portoghese che vive in Romagna. Sono arrivata a Forlì per motivi di cuore: infatti, dopo aver finito gli studi a Lisbona, mi sono sposata con un forlivese e quindi mi è sembrato naturale spostarmi e venire nella vostra regione, nel Il salto da Lisbona a Forlì non è stato difficile, proprio per queste somiglianze tra le due culture. Il Portogallo è un paese ricco di tradizioni e cultura, come l’Emilia-Romagna, una terra dove si vive davvero bene. Già, il modo di vivere. E’ curiosa l’Italia, con le sue molte sfaccettature che ti coinvolgono e attraggono allo stesso modo. E’ un paese nel quale si mangiano i carciofi, che invece io in Portogallo ho solo visto crescere in mezzo ai campi incolti oppure bruciare in altissimi falò a giugno, meglio se da una giovane fanciulla perché portano fortuna, nel senso che il rito aiuta a trovare marito. Ecco, questo è quello che vi dice una alfacinha, cioè una nativa di Lisbona, a Furlè.
E’ una regione,
Come l’Italia, il mio paese è ricco di storia e di arte. Ed è simile all’Italia anche nel traffico: tutti corrono e nessuno si ferma come se fossero in un perenne ritardo per arrivare chissà dove. Anche in Portogallo si mangia bene, e molto, e soprattutto ci si siede a tavola svariate volte al giorno. Nelle terre lusitane si mangia e si beve sempre seduti, a tavola, con coltello e forchetta, e quando un forestiero viene invitato in una casa portoghese si deve sentire un privilegiato perché significa che sono state superate tutte le barriere della cortesia e della riservatezza – che sono numerosissime, inferiori solo al Giappone – e si è passati alla confidenza. Il fatto di mangiare insieme è sinonimo di amicizia vera, comunione, aggregazione.
La lingua portoghese ha prestato all’italiano parole nei campi della fauna e della flora, della musica popolare e dei mezzi di trasporto. Molti di questi termini provengono dal portoghese del Brasile e da quello delle colonie africane, e vengono usati così come sono, direttamente, oppure modificati dall’evoluzione linguistica.
La presenza della lingua portoghese in Italia ha avuto un percorso interessantissimo e rintracciabile a partire dal nord, dal Veneto, dove c’è stata una forte emigrazione verso il Brasile, con conseguente ritorno, oppure in Liguria, dove nel dialetto genovese possiamo trovare dei suoni assai simili al portoghese del Brasile. Scendendo verso le Marche, scopriamo che ad Ascoli Piceno le piccole viuzze del centro storico si chiamano rua come in portoghese, una parola proveniente dal latino ruga. Percorrendo ancora lo stivale, arriviamo in Campania dove spesso viene usata l’espressione “fare il portoghese”, per identificare chi entra in un locale o allo stadio o sale su un mezzo di trasporto senza pagare il biglietto. Questa espressione – ormai entrata nei modi di dire italiani – deriva dal fatto che a Roma, nel XVIII secolo, in occasione dell’arrivo di una comitiva lusitana che voleva rendere omaggio al Papa, fu concesso a questi portoghesi di partecipare a una rappresentazione al Teatro Argentina senza pagare il biglietto.
Arrivati in Romagna, scopriamo non solo che nel dialetto ci sono diverse somiglianze fonetiche con il portoghese, ma c’è anche una frazione del Comune di Misano Adriatico che si chiama Misano Brasile e deve il suo nome al fatto che il primo nucleo abitativo della zona è nato sotto la spinta di un emigrante italiano, rimpatriato dal Brasile. Il quale emigrante aveva usato uno schema costruttivo per le abitazioni proprio della zona brasiliana dove aveva lavorato. Quando, infine, mi sono messa a confrontare il portoghese con il dialetto romagnolo, nella specifica variante della città di Forlì, ho potuto verificare che vi è una presenza ridotta di vocaboli lusitani, presi dall’italiano come lingua veicolare, che sono stati adattati alla fonetica caratteristica del dialetto.
Le parole di origine portoghese che ho trovato nel dialetto forlivese sono: banana (banâna), bambù (bambù), barocco (baròc), caravella (caravêl), imbarazzare (imbarazêr), macaco (macac), mandarino (mandarén), marmellata (marmelêta o marmelêda), tifone (ciclòn), veranda (varânda), veletta (vlèta).
Abbiamo quindi una similitudine di suoni, ad esempio in sgnôra, aptit, oppure in parfom, camisa, dicémbar, murtadella, culéga, franzês e anche nella mancanza delle consonanti doppie.
5 Settembre 2006
| Archivio / Lo sguardo altrove, storie di emigrazione
N°25-LO SGUARDO ALTROVE, STORIE D’EMIGRAZIONE
Anabela Cristina Ferreira, una “portughésa in rumâgna”, o meglio, una “alfacinha a Furlè”.