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Lica e Albe Steiner, il segno dell’ottimismo

A Reggio Emilia la storia di due grafici “partigiani”

Cari ascoltatori,

quella che vi racconto oggi è la storia di un sodalizio professionale e personale tra i più fecondi del Novecento, quello dei coniugi Steiner,  Albe (abbreviazione di Alberto) e Lica (ovvero Masalica, diminutivo del nome ebraico Masal, Matilde). Un’unione intellettuale che sfocia in impegno, passione e vero amore, così inseparabili da essere chiamati dai loro stessi amici “Licalbe”, come fossero un’unica identità. E questo li divertiva. Lo ricorda la figlia Anna, docente al Politecnico e curatrice della mostra “Licalbe Steiner. Alle origini della grafica italiana” in corso negli spazi recuperati dell’antica Sinagoga di Reggio Emilia fino al 16 aprile.

Albe cresce in una famiglia dichiaratamente antifascista. Nipote di Giacomo Matteotti (marito della sorella della madre), è segnato profondamente dal suo assassinio, nel 1924, tanto che l’allora undicenne Albe disegna su un foglio il “faccione” del duce con la scritta “Abbasso Mussolini, gran capo degli assassini” e lo appende nell’atrio del palazzo. Albe ricorderà questo evento come il primo segno della sua scelta di fare il grafico di professione. E lo farà da autodidatta, terminati gli studi di ragioneria. Vediamo la riproduzione di quel disegno all’ingresso della mostra, non distante dall’autografo del fratello maggiore, Mino, avvocato antifascista. E’ prigioniero a Fossoli e, prima della partenza per Mathausen, scrive “mi pare di essere entrato in una fase di serenità e speriamo in un domani migliore anche se noi non fossimo a goderlo”. Da quel campo di concentramento nazista non tornerà mai più.
Nel 1938 sposa l’amatissima Lica, cresciuta in una famiglia cosmopolita ed educata in modo laico (pensate che i suoi genitori scelsero,  a fine Ottocento,  il matrimonio civile, caso rarissimo nell’allora Regno d’Italia). Lica decide di restare con Albe in Italia per partecipare alla battaglia antifascista, mentre genitori e fratelli si stabiliscono in Messico. In quell’anno terribile, l’anno delle leggi razziali, i Licalbe intraprendono una professione del tutto nuova, quella del grafico, e aprono a Milano lo studio LAS, le loro iniziali,  seguito dalla dicitura “grafica, foto, pubblicità” (anche se il termine “pubblicità” presto scompare). Lavorano alla stampa clandestina con amici antifascisti (architetti, scrittori, critici e pittori). Spostano il loro studio grafico a Mergozzo, nell’Ossola. Qui i due saranno coinvolti direttamente nella Resistenza. Albe è commissario politico di una brigata garibaldina e Lica staffetta. Entrambi parteciperanno all’esperienza dei 40 giorni della costituzione della Repubblica libera dell’Ossola, ricordata anche come Repubblica dell’Utopia, esperienza di cui parlerà anche Giorgio Bocca nel suo libro “Una repubblica partigiana”. Albe disegnerà il simbolo della Divisione Val D’Ossola e ne curerà l’immagine coordinata, diremmo oggi, ovvero il distintivo, le tessere, la carta da lettere, persino i fazzoletti dei partigiani. Una storia che in mostra è raccontata attraverso disegni, appunti di viaggio, oggetti, dipinti, cartoline e carteggi con amici e collaboratori. Da cui trapela sempre una fiducia dichiarata nel futuro, nella convinzione che l’impegno in prima persona, anche quello professionale, potesse spazzare via gli anni bui della guerra e del fascismo. Albe dichiarerà più tardi, nel 1947, ricordando l’esperienza partigiana “ma che cosa erano i partigiani se non partigiani della libertà e della cultura? Combattere per la libertà non è infatti combattere per la cultura, combattere per tutti gli ideali del pensiero umano?” E lo fece per tutta la vita, passando dalla lotta di Resistenza alla didattica, alla comunicazione sociale. E sempre insieme a Lica. Due grafici “partigiani”, come è ricordato per loro stessa volontà, sulla lapide in un cimitero dell’Ossola.

Italo Calvino, all’indomani della morte di Albe, nel 1974, scrive sull’Unità il ricordo più toccante: “Il segreto di Albe era nella contentezza che metteva nel suo lavoro, divertendosi come se giocasse…Albe era la sola persona che si dichiarava in ogni momento felice di vivere il proprio tempo, la sola persona per cui le cose in cui riconosceva una promessa di felicità erano sempre più forti di quelle che annunciavano l’infelicità”. Una poetica dell’ottimismo, la sua, nel nome della grafica. Lo ha scritto anche l’amico Gillo Dorfles: “Una vita per la grafica,  ma anche per tutto quello che la grafica d’oggi significa: valori estetici, sociali e politici…Possiamo affermare – continua Dorfles – che si deve a lui …se la grafica italiana è stata ed è divenuta quella che oggi conosciamo”.

Finita la guerra, i “Licalbe” lavorano alla redazione grafica della rivista “Il Politecnico” di Vittorini e a due mostre sulla Resistenza e la Ricostruzione a Milano. Partono per un viaggio “giusto” in Messico, dove vive la famiglia di lei, e qui lavorano insieme ai muralisti Siqueiros, Rivera e con i pittori e incisori del “Taller de grafica popular”. Un’esperienza che al loro ritorno in Italia, in occasione delle prime elezioni libere del 1948, li porterà a dedicarsi alla didattica e alla formazione professionale. Riaprono il loro studio che, ripresa la produzione industriale, inizia a lavorare per molte ditte, dalla Olivetti alla Pirelli. Ottengono anche la direzione artistica della Rinascente e Albe è tra i fondatori del Premio “Compasso d’Oro” di cui progetta il simbolo. Continua forte l’impegno sociale, dedicandosi particolarmente alla comunicazione visiva dello sterminio nazista nei campi, tra pubblicazioni, mostre e l’allestimento del Museo Monumento al deportato politico e razziale di Carpi. Centrale è il lavoro editoriale dello studio LAS. Collabora con l’Editoriale Domus, Einaudi e Zanichelli. Albe diventa direttore artistico della Feltrinelli e con Feltrinelli pubblica nel 1960 l’unico libro di cui è autore insieme a Pietro Caleffi, un libro fotografico sui campi di sterminio in Europa. Si intitola “Pensaci, uomo” e in copertina compare la foto di quel bambino del ghetto di Varsavia talmente usata da divenire icona dell’Olocausto.

Ancora più significativa proprio perché siamo a Reggio Emilia, patria della cooperazione, è la progettazione del marchio originale COOP del 1963 e l’allestimento del primo magazzino a libero servizio COOP proprio a Reggio Emilia, il “padre” di tutte le COOP future. Un vero e proprio lavoro sociologico con una segnaletica pensata per una popolazione in buona parte analfabeta. E la collaborazione di un grande fotografo, Paolo Monti. Possiamo ammirare il modellino in mostra, insieme ai manifesti, agli studi di marchi e simboli, ad alcuni “prototipi” commoventi, quali ad esempio il camioncino di propaganda per il Festival dell’Unità,  e i biglietti natalizi in stile “pop up”.
Maestri di grafica e non solo, i Licalbe. “Grafici non più educati come artefici delle Arti – scriverà nel 1973 Albe – ma grafici che sentono responsabilmente il valore della comunicazione visiva come mezzo che contribuisce a cambiare in meglio le cose peggiori…grafici modesti, lavoratori tra masse di gente semplice che ha il diritto di partecipare alla comunicazione, alla cultura, al sapere, alla gestione sociale”. Una lezione di grandissima attualità.

Tutte le informazioni sul sito di Palazzo Magnani, che promuove la mostra, www.palazzomagnani.it

Un saluto da Carlo Tovoli
 

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A cura di Carlo Tovoli

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