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Carlo Doglio: il mondo dentro una città

Storia di un urbanista anarchico che, ai progetti astratti, preferiva lo sguardo diretto sulla realtà

[Per la realizzazione di questa puntata un ringraziamento particolare va a Stefania Proli: il testo è tratto ed elaborato dall’articolo da lei scritto per il n. 1-2015 della rivista “IBC”: rivista.ibc.regione.emilia-romagna.it/xw-201501/xw-201501-a0005]

Cari amici e care amiche di RadioEmiliaRomagna, bentornati tra i nostri protagonisti. Oggi parliamo di Carlo Doglio, un urbanista diverso dal solito. Uno che, alle teorie e agli schemi, preferiva l’azione concreta e l’ascolto della città così come è.

Nato a Cesena nel 1914, Doglio si trasferisce a Bologna nei primi anni Trenta, per studiare giurisprudenza all’università. Qui partecipa attivamente alle attività culturali del GUF, il Gruppo universitario fascista, occupandosi in particolare di cinema. Come altri giovani di quell’epoca, è proprio in questo ambiente che matura la sua avversione alle imposizioni della dittatura. Nel 1936, a Venezia, vince i “Littoriali della Cultura e dell’Arte” con un soggetto per un cortometraggio girato da lui stesso sulle colline di Sasso Marconi. Nel titolo, Verde nei prati, c’è quasi un anticipo della sua storia futura.
Chiamato alle armi nel ’39, sfrutta la carica di direttore sportivo della squadra militare dell’aeronautica per trasportare e distribuire la stampa clandestina. Ritornato a Bologna, alla fine del 1942 Doglio si iscrive al Partito d’Azione, insieme al poeta Gaetano Arcangeli, allo scrittore Giuseppe Raimondi e al pittore Giorgio Morandi. Viene arrestato, insieme ai suoi compagni, nel maggio del 1943. Uscito dal carcere si trasferisce a Cesena, dove la famiglia è sfollata. Ma anche qui continua la sua azione “sovversiva” e di nuovo viene arrestato.

Dopo il secondo arresto, Doglio decide di rifugiarsi a Milano, la città in cui conoscerà due passioni centrali nella sua vita: il movimento anarchico e l’urbanistica. Nel dopoguerra entra nell’entourage di Adriano Olivetti e partecipa al suo progetto illuminato: la costruzione di un nuovo modello di comunità, basato sulla coesione, sulla fiducia reciproca e sulla cooperazione.
Un orientamento che verrà rafforzato dalle esperienze successive a Londra, dove vede all’opera la scuola urbanistica inglese, e in Sicilia, dove Doglio collabora al progetto educativo di Danilo Dolci e alle prime pianificazioni dell’architetto Leonardo Urbani. Quando torna a Bologna, negli anni Sessanta, il suo desiderio di partecipare dal basso alla costruzione della città trova espressione in una intensa attività culturale; insegna agli studenti universitari e scrive articoli per le riviste più all’avanguardia: “Il Mulino”, “Parametro” e “La ricerca sociale”.

Nei suoi scritti appassionati e nelle sue lezioni anticonvenzionali cerca in ogni modo di far passare una verità che ha compreso in prima persona: che la bellezza dei luoghi passa innanzitutto dal recupero dei rapporti diretti, delle relazioni faccia a faccia, dello stare insieme, del lavorare per il bene comune, dell’ascolto.
Da attento osservatore, Doglio riconosce questa potenzialità in alcuni luoghi particolari di Bologna: la collina, le acque dei suoi canali, i cortili nascosti dei suoi palazzi. Recuperando questi “interstizi dimenticati”, secondo lui sarebbe possibile ritrovare un nuovo ordine di rapporti, più vicino alla natura e più solidale.
Carlo Doglio è morto il 25 aprile 1995. Oggi, nel tempo delle “feste di strada” e delle “social streets”, le sue sembrano parole già sentite, ma all’epoca chi le pronunciava era preso per un radicale piuttosto estremista. Per di più anarchico.

 

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A cura di Vittorio Ferorelli