Vi raccontiamo oggi la storia dell’esule reggiano Antonio Panizzi, che a Londra fu l’ambasciatore dei patrioti italiani presso
Nel “The Illustrated London News” dell’8 maggio 1857 è raffigurata la sala di lettura del British Museum, inaugurata sei giorni prima. Sotto la grande cupola dalla struttura metallica che un malizioso critico, qualche anno prima, aveva definito una “gabbia per uccelli”, si notano i lettori dell’età vittoriana sfogliare libri e giornali, conversare, aggirarsi tra gli scaffali. In questo ambiente confortevole hanno tenuto tra le mani preziosi volumi rilegati in pelle e dai dorsi riccamente ornati, personaggi quali Marx, Dickens, Darwin, Gabriele Rossetti, e poi Eliot, Lenin, Yeats, Orwell, le cui firme sono sui registri della sala di lettura. Qui, si può dire, per oltre cento anni le più fervide menti della cultura occidentale hanno consultato le risorse della maggiore biblioteca del mondo.
Nato nel
Fu proprio il poeta dei “Sepolcri” a consigliargli di trasferirsi a Liverpool per trovare un impiego come insegnante privato di italiano. Presto Panizzi – al quale intanto era stata notificata da Modena la sentenza della condanna a morte in contumacia (1824) – ritornò a Londra per assumere la libera docenza di lingua italiana allo University College. Ma lo stipendio troppo basso lo spinse ad accettare nel
Ottenuta con atto del Parlamento la naturalizzazione britannica, l’esule reggiano si impegnò a fondo nella riorganizzazione dei locali della Montagu House a Bloomsbury, sede del museo, che andava ampliandosi secondo il gusto neoclassico per accogliere le nuove collezioni archeologiche come i frammenti del Partenone di Atene, alla cui sistemazione provvide lo stesso Panizzi. Il British Museum era in quegli anni impegnato in numerose campagne di scavo all’estero: nel 1801 acquisì la stele di Rosetta, che permise di svelare il mistero dei geroglifici, nel 1823 e nel 1835
Fu Panizzi a compilare il primo catalogo dei libri del British Museum. Fu lui, assistito dai suoi colleghi, a tracciare le 91 regole di catalogazione, a partire dall’ordine alfabetico, che per molto tempo avrebbero costituito un modello per i bibliotecari di tutta Europa. In tal modo l’ex carbonaro riuscì a mettere ordine nei mucchi di libri, manoscritti e manufatti archeologici che il museo aveva accumulato dal momento della sua fondazione avvenuta nel 1753.
Il dipartimento dei Printed Books, di cui sarebbe diventato direttore nel 1837, era all’arrivo di Panizzi il meno considerato del museo. Una sua indagine per il Parlamento rilevò la presenza di 240 mila volumi, contro i 700 mila di Parigi. Panizzi riuscì a trovare i fondi per l’acquisto di testi, creò l’emeroteca, si assicurò importanti raccolte; infine con il Copyright Act rese obbligatorio il deposito di una copia di ogni libro stampato in Inghilterra alla British Library, che in breve tempo diventò la biblioteca più fornita del mondo.
Il suo capolavoro resta
Nel 1856 il bibliotecario reggiano arrivò ai vertici del British Museum con il ruolo di Principal Librarian, che ricoprì fino al 1865. Nel frattempo, in Italia tutto era cambiato. Se durante i moti rivoluzionari del 1848 Antonio Panizzi fu utilizzato dai patrioti lombardi come ambasciatore presso
L’uomo che fu in contatto epistolare con i grandi del Risorgimento – da Cavour a Mazzini, da D’Azeglio a Garibaldi -, che fu amico di Ugo Foscolo e Prosper Mérimée, e che realizzò la sala circolare per i readers londinesi, si spense nella capitale britannica nel 1879. Il suo nome resta nella storia d’Inghilterra e in quella del Risorgimento italiano. Ad Antonio Panizzi Reggio Emilia ha intitolato la biblioteca municipale.