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3 Maggio 2007 | Archivio / Economia

N°58-PARLANDO DI ECONOMIA

Indagine in regione sugli artigiani non comunitari.

Crescono in Emilia-Romagna le imprese artigiane di immigrati non comunitari.
C’è chi ha messo in piedi una ditta di costruzioni e chi una di trasporti. C’è chi lavora come carpentiere, chi come parrucchiera, chi nel campo delle confezioni di articoli d’abbigliamento. Tutti rigorosamente “in proprio”.  Parliamo degli immigrati, originari di paesi extra Ue, titolari di imprese artigiane in Emilia-Romagna: oltre 12mila in regione, cioè l’11% del totale. Si tratta di persone radicate e integrate, che vedono il proprio futuro in Italia. Persone giovani (il 69,5% non supera i 40 anni), che hanno studiato e che sono riuscite a mettersi in proprio spesso senza nessun sostegno economico (69,6%) in fase di avvio dell’attività. Questo profilo dell’imprenditore-artigiano immigrato è emerso da un’indagine, presentata recentemente, promossa da Cna, Confartigianato Federimprese e Regione Emilia-Romagna, con il contributo della Cra (Commissione regionale per l’artigianato) effettuata nel 2006 dal Centro demoscopico metropolitano (MeDeC) della Provincia di Bologna su un campione di 1200 ditte ripartite in tre macro aree – Bologna e Ferrara, resto dell’Emilia e Romagna –  Le aziende erano già operanti al 31 dicembre del 2005 e con inizio dell’attività successivo al primo gennaio 2002. Le imprese artigiane del campione riguardano i settori: tessile-abbigliamento-concia, macchine-meccanica, manifatturiere, costruzioni, trasporti, servizi.


Ne parliamo con l’assessore alle attività produttive dell’Emilia-Romagna Duccio Campagnoli.


Assessore l’11% delle imprese artigiane della regione appartiene ad immigrati extracomunitari. Un dato positivo? Con quali conseguenze sul nostro territorio?


Intervista assessore Campagnoli.


“In Emilia-Romagna fare impresa rappresenta una sfida di integrazione e un passo fondamentale per la crescita comune; regole e legalità sono importanti per l’integrazione stessa, e per lavorare insieme – sottolinea Duccio Campagnoli, assessore regionale alle Attività produttive – . Dai dati raccolti, emerge come gli immigrati siano una ricchezza per i nostri territori”.


In Emilia-Romagna gli stranieri residenti hanno raggiunto quota 289.013 unità (al primo gennaio 2006), un valore quattro volte superiore a quello di dieci anni fa. Circa il 77% dei titolari non comunitari di ditte individuali artigiane risiede in Italia da almeno sei anni, mentre più del 37% è qui da oltre un decennio. La maggior parte ha portato a termine un percorso di studi nel proprio paese di origine: il 37% è in possesso di una licenza media o elementare, mentre il 31,8% ha conseguito un diploma di istituto superiore. Non mancano i “dottori” artigiani: il 10% circa vanta infatti una laurea nel curriculum. Oltre il 35% degli stranieri intervistati dichiara di aver preferito in generale lavorare in proprio, mentre più del 34% afferma di aver intrapreso l’attività imprenditoriale perché prevedeva di guadagnare di più rispetto al lavoro dipendente. Sui “nodi” incontrati, sia in fase di inizio di attività che successivamente, ai primi posti c’è la difficoltà nel trovare clienti per dare continuità al lavoro (28,5%) e il peso dei servizi fiscali e commerciali (11,9%). Più in basso, nella classifica, l’ottenimento di crediti dalle banche (4%) e i clienti prevenuti o i pregiudizi (4,2%). Due imprenditori su 5 dichiarano comunque di non avere avuto particolari difficoltà.

Dal campione analizzato nella ricerca sulle imprese artigiane di immigrati extracomunitari emerge che 3 aziende su 5 lavorano per conto terzi: ciò mette in luce un fenomeno già rilevato in indagini analoghe, vale a dire la costituzione di aziende artigiane per “gemmazione”, talvolta forzata, dell’azienda madre. In ogni caso il dato individua sicuramente aziende artigiane già strutturate. Interessante è anche  il dato relativo a quelle che si avvalgono del lavoro di oltre tre dipendenti: sono solo il 7,4% del totale delle imprese con collaboratori, tuttavia denotano già un livello imprenditoriale piuttosto sviluppato. Tra gli imprenditori, in genere, prevale l’ottimismo: l’attività risulta soddisfacente per oltre il 60% degli intervistati, contro un 3,4% che esprime un’opinione totalmente negativa. Riguardo alle prospettive su un eventuale rientro nel Paese di origine, solo il 10% mette in conto di tornare, mentre il 65% è intenzionato a restare in Italia.

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