La cittadina di Cento, in provincia di Ferrara, è nota per aver dato i natali al Guercino, uno dei più grandi pittori barocchi. Ma non si può dimenticare l’altro grande artista di Cento, Aroldo Bonzagni.
Nato nel
Per capire le ragioni di questa partenza al buio per il capoluogo lombardo, bisogna risalire al clima culturale che si respirava nella cittadina ferrarese a fine Ottocento. Qui funzionava il salotto letterario di Jolanda, l’unico motivo, secondo un giornalista della “Gazzetta Ferrarese”, per venire a Cento, oltre ai quadri del Guercino. Jolanda, nome d’arte di Maria Maiocchi Plattis, era una celebre giornalista e scrittrice che svolse un ruolo importante, insieme al direttore della Scuola di disegno, Marcello Mallarini, nell’avventura milanese della famiglia Bonzagni. La decisione di iscrivere Aroldo ai corsi dell’Accademia di Brera, nonostante i problemi economici che essa avrebbe comportato, fu presa dalla madre su insistenza degli intellettuali centesi sbalorditi dal talento mostrato dal ragazzo.
A Brera, dove studiò dal 1903 al 1909, Bonzagni si fece subito apprezzare per la facilità con cui riusciva a trarre profitto da ogni lezione, di disegno come di pittura, di ornato come di anatomia. Inoltre, contribuiva al magro bilancio familiare disegnando figurini e modelli per sartorie milanesi che se lo disputavano come arbitro d’eleganza. Questa grande versatilità è la cifra del suo ingegno, che si applicava con eguale successo alla pittura e alla caricatura, alla grafica pubblicitaria dei cartelloni, al disegno di moda, all’illustrazione.
Gli anni dell’Accademia di Brera furono decisivi per la sua formazione. Carlo Carrà, suo compagno al corso di pittura, lo ricorda in biblioteca chino sulle riviste straniere a cercare spunti e idee innovative. In quel periodo andava esaurendosi a Brera l’ufficialità accademica neoromantica e neoverista ed apparivano i primi segni di nuove tensioni e inquietudini che di lì a poco avrebbero portato al Manifesto futurista di Marinetti. Arrivato a Milano a 16 anni col suo bagaglio di bravo studente, Bonzagni rivelò presto un carattere ribelle e spavaldo, nonostante l’attaccamento alla madre. Futurista ante-litteram, s’immerse subito nel fascino della metropoli, nel compendio di piaceri della vita moderna – dai tram alle cocottes al nottambulismo – traducendo i modelli grafici fin-de-siècle che apprezzava su “Jugend” e altre riviste straniere, in un segno aspro, espressionista, dinamico e grintoso.
Brera e il suo ambiente – frequentato da personaggi come Carrà, Funi, Romani, Dudreville, Bucci, Sant’Elia e, fuori dell’Accademia, Boccioni e Russolo – fu la straordinaria incubatrice dei maggiori talenti italiani. Quei giovani – tra i quali Aroldo si distingueva per indisciplina ed eleganza (amava la mondanità e le “donne di madreperla” dell’alta società) avevano in mano il destino dell’arte italiana. Questo fu chiaro nel 1910 con l’adesione di cinque di loro al “Manifesto dei pittori futuristi”. Marinetti aveva raccolto intorno alle sue idee provocatorie Boccioni, Carrà, Russolo, Romani e Bonzagni, che si frequentavano già prima di mettere la propria firma sotto il celebre Manifesto. Pur partecipando a tutte le prime iniziative futuriste, Bonzagni presto se ne distaccò, sostituito da Balla: secondo la sorella Elva per non angustiare la madre, preoccupata per la sua salute (alle soirées organizzate da Marinetti volavano pugni e ceffoni), ma più probabilmente Bonzagni non si sentiva portato per l’avanguardismo a tutti i costi, e voleva restare un “battitore libero”.
La sua multiforme personalità lo portò a trattare, della metropoli, sia l’aspetto mondano – quello dei veglioni alla Scala, delle corse dei cavalli a San Siro, dei ristoranti di lusso, delle signore elegantissime sedute ai caffè alla moda – sia quello “basso” degli umili e degli emarginati che rintracciava per le vie della boccioniana “città che sale” ed arrivava talvolta ad ospitare. Come Andrea Bonalumi, un clochard che compare in diversi dipinti e che anche dopo la morte di Aroldo avrebbe continuato puntuale, ogni venerdì, a salire le scale di casa Bonzagni per recitare una preghiera in memoria dell’amico scomparso. Lo stesso Carrà ebbe a scrivere nel 1923: “La vita dei sobborghi, i pezzenti che frugano nelle immondizie degli spazi incolti tra gli enormi caseggiati metafisici dei proletari milanesi, divennero i motivi efficaci delle sue rappresentazioni pittoriche”.
Il suo sguardo sul mondo era ormai talmente ironico da ridurre i suoi soggetti a caricatura. Questa attitudine al risentimento divertito portò Bonzagni a concepire grandi cartelloni satirici ispirati alla guerra di Libia (1911-12) ed esposti nelle vetrine di una sartoria inglese e della Columbia Phonograph nel centro di Milano. La caricatura era spesso già nel titolo (E non dormire sulle ottomane…) e si riferiva a temi politici e sociali che sarebbero poi stati trattati da Bonzagni nel settimanale illustrato del quotidiano socialista “l’Avanti!”, chiamato dallo stesso Mussolini, che ne era il direttore.
Il periodo dal 1911 al ’14 è ricco di capolavori, come le pitture di gusto secessionista eseguite nella Villa Lonardi a San Donnino, alle porte di Modena, le scene di vita metropolitana della Macchina in corsa e di Londra sotto la pioggia, d’impianto futurista, la splendida Danzatrice che sta tra
Nel 1914 l’irrequieto artista tenta l’avventura dell’Argentina, sei anni dopo il “viaggio al termine della notte” del poeta Dino Campana, suo corregionale. Chiamato a decorare il nuovo Ippodromo di Palermo a Buenos Aires, troverà il tempo di preparare una personale e di collaborare alla rivista satirica “El Zorro”. La mostra presso il Salone della Cooperativa Artistica della capitale fu un successo come dimostrano le recensioni lusinghiere sui giornali italiani. Tra i dipinti presentati, otto Impressioni di bordo raffiguranti marine ed emigranti, dipinte durante il viaggio in nave; un olio, Nella Pampa, in cui il vasto paesaggio dà un senso di sgomenta solitudine; Las niñas, dove ritorna il gusto della mondanità e delle larghe pennellate espressioniste; e un curioso esperimento divisionista, Il toro sacro.
Il ritorno in Italia precedette di poco lo scoppio della guerra. Bonzagni per la precaria salute fu riformato, mentre gli amici futuristi si arruolarono tutti. La sua attività si fece sempre più intensa: collaborò a giornali e riviste, s’impegnò in una personale, eseguì tavole di propaganda antitedesca. Ma tanta frenesia sembrava avere l’unico scopo di mascherare il dolore per le notizie che arrivavano dal fronte, come la morte di Boccioni e Sant’Elia. Furono, anche questi, anni di capolavori, quali Il tram di Monza (1916), sicuramente il suo quadro più famoso, in cui prende in giro la moda milanese delle gite domenicali fuori porta, e Serenata (1917), dove un concertino notturno di quattro personaggi davanti a un caseggiato popolare fa accendere una lucina a una finestra del terzo piano.
L’anno seguente, il
Ora possiamo dire che Cento merita una visita, oltre che per Guercino, per le opere di Bonzagni custodite alla Galleria d’Arte Moderna. Qui è da vedere anche il monumento funebre inaugurato nel 1919 al Cimitero Monumentale di Milano. Lo realizzò il grande scultore Adolfo Wildt grazie a una sottoscrizione promossa da Arturo Toscanini. Ironia, Satira, Dolore è il titolo dell’opera: tre parole che ben riassumono l’arte e la vita di Aroldo Bonzagni.