La sede della rivista Il Mulino è in pieno centro, a due passi da piazza Santo Stefano, “la più bella di Bologna”, dove si affacciano le finestre di casa Prodi e quelle di Nomisma, il think tank del presidente del Consiglio. La stanzetta di Nicola Matteucci, il massimo studioso e teorico italiano del liberalismo, è ricolma di libri e riviste internazionali di politica e filosofia. Questa è la stanza che Matteucci ha abbandonato con la morte, l’11 ottobre scorso, dopo averla abitata come una seconda casa per 55 anni. Risale, infatti, al 1951 la fondazione del Mulino, la più importante rivista italiana di politica, alla quale seguì, tre anni dopo, la nascita dell’omonima casa editrice. Il poeta Eugenio Montale, senza troppi sforzi di fantasia, chiamava “mugnai” i giovani come Matteucci che al Mulino si sforzavano di elaborare una nuova cultura politica in anni difficili per gli ideali di libertà.
Il liberalismo di Matteucci ebbe origine non solo dagli studi ma anche dalla traumatica conoscenza degli estremismi della prima metà del Novecento (era nato a Bologna nel 1926) che portarono poi, a guerra finita, a fatti drammatici anche in Emilia-Romagna, nei quali rimase coinvolto lo stesso padre di Matteucci, assassinato nel ’45 da un comunista esaltato. Un delitto insensato per il quale chiesero perdono gli stessi comandanti partigiani.
A Bologna Matteucci fondò la sezione giovanile del partito liberale e insegnò per 46 anni all’Università filosofia del diritto, poi storia delle dottrine politiche e, infine, filosofia morale. In breve, Matteucci diventò il più importante studioso italiano di Alexis de Tocqueville, l’icona del pensiero liberale, di Benedetto Croce e Hannah Arendt e, più tardi, di Friedrich von Hayek, Robert Nozick e John Rawls, i più moderni interpreti del “liberalismo in una democrazia minacciata”, come sosteneva il professore di fronte all’insorgenza populistica, al corporativismo, alla mancanza di senso dello Stato e all’ingerenza dei partiti politici nell’amministrazione, ossia i “classici” mali italiani.
La sua morte è stata ricordata con unanime cordoglio da politici e intellettuali. Anche il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha elogiato il “forte impegno civile e democratico” del professore e “mugnaio” bolognese.
Lettura di Fulvio Redeghieri.