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La Torah più antica del mondo

Un viaggio in regione attraverso la musica

9 novembre 2013

Musica. Gabriella Danieli: Dodi li (da “To Israel with love & hope”, 2007).

Cari ascoltatori, sapevate che la Torah più antica del mondo si trova a Bologna? La Torah, ovvero i primi cinque libri della Bibbia, il documento principe dell’ebraismo, il testo sacro per eccellenza. Il professor Mauro Perani, incaricato di mettere ordine tra i manoscritti ebraici della Biblioteca Universitaria, si è trovato tra le mani un rotolo lungo 36 metri e alto 64 centimetri di morbida pelle di pecora che a fine Ottocento era stato catalogato come opera del XVII secolo. Perani, che insegna ebraico all’Università di Bologna, si è accorto che l’elegante grafia orientale e le caratteristiche grafiche sembravano molto più antiche del Seicento. Le analisi al carbonio hanno fatto spostare all’indietro le lancette del tempo, alla seconda metà del XII secolo. La Torah bolognese con i suoi 850 anni di vita è dunque il codice ebraico più antico del mondo. Non si sa come e quando il manoscritto sia entrato a far parte delle collezioni universitarie, ma ci è arrivato integro, dopo, o prima, che a Bologna, nel 1482, venisse stampata la prima edizione al mondo della Torah ebraica.

Musica. Paolo Buconi: Zinghi.

Basta un violino, cari amici, e torna l’ebreo errante: quello che suona nelle notti senza luna e si ritrova – nella versione contemporanea del destino – in un autogrill dalle parti di Bologna, clandestino e braccato dalla polizia, con la sola musica a ricordargli la sua Transilvania natale. Paolo Buconi, bolognese, è un compositore di musica klezmer, ebraica e balcanica, e ci sembrava doveroso iniziare con lui il nostro viaggio nella musica e nella cultura ebraica della nostra regione. Se da Bologna ci spostiamo a Imola, vediamo che i documenti attestano la presenza di ebrei dal 1360, quando vi si stabilirono i primi nuclei organizzando attività commerciali e di prestito. Tra questi vi era anche una famiglia di copisti: antichi testi della Torah e formulari di preghiere risultano copiati dall’ebreo Eliyyà. All’inizio del Cinquecento la comunità imolese fu arricchita dall’arrivo di un gruppo di sefarditi, ebrei provenienti dalla penisola iberica, da cui erano stati brutalmente cacciati nel 1492.
I sefarditi ovunque andarono, dunque anche in Italia, portarono con sé la loro musica, fatta di elementi diversi, arabo-andalusi e ispanici, con al centro la voce femminile accompagnata dal tamburello e da strumenti arabi e della tradizione locale. Vi facciamo ascoltare una delle migliori interpreti di questa musica, la spagnola Mara Aranda. Il brano fa parte del repertorio dei sefarditi della diaspora.

Musica. Mara Aranda: El Aguadero (da “Sephardic Legacy”, 2013).

Una delle famiglie sefardite più importanti che si stabilirono a Imola fu quella del rabbino Yosef Jacchia, il cui figlio Ghedalyà, studioso e rabbino pure lui, scrisse un’imponente opera di storia del popolo ebraico, di astrologia e medicina, stampata a Venezia nel 1587. In quell’anno purtroppo a Imola non c’erano più ebrei, cacciati nel 1569 da un decreto di espulsione firmato dal papa, e dopo anni di continue vessazioni. Molte di quelle famiglie si rifugiarono a Ferrara e a Lugo, in territorio estense, dove gli ebrei non erano perseguitati. Ghedalyà lasciò Imola per Ferrara, trattenendosi qualche tempo a Lugo e dando così origine al ramo della famiglia Jacchia documentato a Lugo già nella seconda metà del Cinquecento. A fine secolo il rabbino si trasferì fuori d’Italia, ad Alessandria d’Egitto, per potersi dedicare in pace ai propri studi. Noi lo seguiamo con la mente, mentre ascoltiamo un curioso rifacimento in stile klezmer di una popolare canzone di Fabrizio De Andrè. A eseguirla sono i KlezRoym, un gruppo italiano di musica klezmer che, come sapete, è la musica nata all’interno delle comunità ebraiche dell’Europa orientale e fonde melodie e ritmi dei Balcani, della Polonia, della Russia e di altre aree in cui si stabilirono gli ebrei.

Musica. KlezRoym: Canzone dell’amore perduto (di Fabrizio De Andrè; da “Sconfini”, 2003).   

Cari ascoltatori, dov’è finito il nostro ebreo errante Ghedalyà ibn Jacchia da Imola, originario del Portogallo, approdato a Firenze, poi stabilitosi a Imola, transitato a Lugo, infine trasferito ad Alessandria d’Egitto, intellettuale a lume di candela chino sui testi sacri? La sua unica opera non andata perduta, quella stampata a Venezia, si chiama “La catena della tradizione”, in ebraico Shaleshelet ha-kabbalà. Pensate che allora erano i cristiani i più antisemiti, non i musulmani che convivevano senza problemi con gli odierni nemici. Ad Alessandria d’Egitto, dove si rifugiò Ghedalyà, fino a 50-60 anni fa vivevano 80mila ebrei. In tutto il mondo la loro scomparsa ha lasciato un vuoto. Ma non nella musica, dove le influenze della cultura klezmer sono fortissime a tutte le latitudini. Ascoltate, per credere, questo brano di Leonard Cohen nella versione dell’americana, con sede a Boston, Klezmer Conservatory Band: una meraviglia!

Musica. The Klezmer Conservatory Band: Dance me to the end of love (di Leonard Cohen; da “Dance me to the end of love”, 2000).

Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

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