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Altrove in città

Testi di Piero Dall’Occa e Piero Orlandi tratti dal volume omonimo (Bologna, Arti grafiche emiliane, 2000).

A Bologna, come altrove, per fortuna ci si può ancora perdere. A patto di guardare la città con attenzione, senza fretta, possibilmente lasciandosi andare alla memoria, magari all’incanto. È questo l’invito di due architetti girovaghi, Piero Dall’Occa e Piero Orlandi, accompagnati dagli sguardi fotografici di Vanna Rossi e Riccardo Vlahov.

Il partito preso della città
Dice Walter Benjamin che “sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare”. Non saprei definire esattamente la ricetta con cui si attinge a questa capacità, ma dovrebbero esserci dentro, tra le altre sostanze, dosi equivalenti di curiosità e – al contrario – anche di distrazione. Di quella particolare distrazione che sta nell’esser soprapensiero, ovvero concentratissimi in qualcosa che non è lì, come un ricordo di altri luoghi, di altre immagini urbane e dei sentimenti struggenti che portano con sé. È l’ingrediente del verbo inglese wander: girovagare, vagabondare, ma anche divagare. In italiano non c’è questo termine plurifunzionale, forse perché manca questo concetto, questa abitudine. Noi abbiamo la passeggiata, che però sottintende qualcosa di più organizzato, rispettabile, borghese. La passeggiata poi è spesso in compagnia, e in questo caso porta con sé un chiacchiericcio da comare, un carico pesante di confidenze e pettegolezzo, un trattare i luoghi che si attraversano come sfondi, come orpelli, tutt’al più come amenità paesaggistiche, bellezze naturali. Questo atteggiamento mortifica l’esperienza del girovagar divagando, perché fa potentemente risaltare ciò che è locale, evoca la sua presenza imponente, indistruttibile, imperitura, ingombrante, onnivora.
Dell’indispensabile ingrediente della curiosità ci fece l’elogio Paul Léautaud nel suo Passatempi, dedicato alla solitudine, ottima compagna delle passeggiate urbane. “Immischiarsi in quel che non ci riguarda, origliare alle porte, guardare dalle finestre per vedere quello che succede nelle case, seguire gli altri per strada per sentire quello che dicono, [...] è così che s’impara qualcosa nella vita”. Ma dobbiamo esser pronti a esercitare la nostra curiosità su frammenti di cose, spiragli di porte e finestre, su immagini, odori e rumori casuali, incoerenti, improvvisi, inspiegabili. “Sull’asfalto che egli calpestava i suoi passi destavano un’eco”, racconta Benjamin del contadino che lo accompagna al giardino zoologico, “la luce a gas che illuminava il selciato spandeva su quel terreno un chiarore ambiguo”. Sono le qualità di questa eco e di questo chiarore che fanno esplodere le rivelazioni importanti sulla nostra città, sul nostro amore per essa.
Il metodo è lo stesso che descrisse Francis Ponge in un suo libretto, Il partito preso delle cose. Le cose vogliono contare, esistere, parlare, anche senza di noi. Essere frammenti, innanzitutto, e rigorosamente. Frammenti di città. Niente a che vedere con la continuità, la coerenza, il contesto. Impossibile convivenza. Frammenti da cui emerge con forza l’impossibilità di una descrizione oggettiva. Sono frammenti di luoghi sottratti alla loro utilità, restituiti alla loro libertà e al loro senso poliedrico, infinito, sfuggente. Sottratti anche al linguaggio e alle sue catene. Il loro partito preso è di voler contare per se stessi, contro di noi, contro il nostro sforzo di omologazione, di utilizzazione. Raccogliere queste folgorazioni urbane è come descrivere il partito preso della città.

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Il giardino delle suore
Una volta ho seguito una squadra di muratori che lavoravano là dentro. Stanze, porticati, chiostri, logge, cappelle, corridoi, altre stanze, tutto questo è simile a tutti i conventi che ho visto. Ma poi, uscendo da una porta, ci si trova in campagna: sono orti, pollai, alberi da frutto, vigneti, legnaie, gatti che si tuffano nei cespugli, vasi di coccio e bidoni di latta con i fiori; e sentieri che conducono dal pozzo ai fili per stendere, da una vasca rotonda per l’acqua al forno del pane; e cavedagne tra i campi d’insalata e fagiolini, aiuole di dalie circondate da mattoni piantati per terra, capanne con attrezzi e macchine agricole, carriole, vecchie biciclette, taniche di miscela, di verderame, di oli, di liquidi, di vecchi composti dimenticati ed evaporati o solidificati. Eppure siamo nel centro più centro della città. Nascosti dalla città e separati dalla città, grazie a un muro altissimo.
Mi viene in mente una frase di Giorgio Bassani, che dice l’aria di una certa strada di Ferrara: “l’odore di letame, di terra arata, di stalle, che rivela la vicinanza di grandi orti segreti”. E infatti qui dalle suore ho provato lo stesso disorientamento che ebbi lasciandomi alle spalle la gran piazza allungata nella città estense – quella per le naumachìe, piena di gente, circondata dal traffico, viva di negozi, di bar, di botteghe – e addentrandomi per una stradina che, dopo un gomito, ti introduce in mezzo ai campi, dentro la città. Pensavo: poco fa eri in un luogo del tutto diverso, ora hai varcato un confine invisibile, sei entrato in un altro, ma soprattutto hai cambiato epoca, economia, paesaggio. La stessa cosa, dalle suore. È come l’euforia che viene andando al massimo sull’altalena, da bambini; o quando ti capita, disattento, di incontrare un gradino che non ti aspettavi. È questo mutare inatteso di ritmo, di respiro, di sguardo che aggiunge qualcosa al senso solito che ha la città, lo connota, lo precisa, lo rende indimenticabile. La differenza imprevista è il valore.

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Bar Tito
È un bar di confine. In origine era in fondo a una strada diritta, di alti edifici popolari, che finiva in campagna. Oggi la strada sbatte contro il marciapiede di un’arteria a due corsie che delimita il quartiere degli affari, con i suoi edifici bianchi che staccano contro il cielo azzurro. Dentro c’è odore di vino sin dall’ora della prima colazione, mentre nei bar-fotocopia a cui siamo abituati c’è profumo di brioche da microonde e di caffè.
Qui al bar Tito salgono dal pavimento zaffate di varechina, tutto è pulito, ma tra poco per terra ci sarà una strage di cicche. Non puoi appoggiare il gomito al banco – che è di alluminio come una volta – perché ti bagneresti la manica della giacca. Si gioca a carte, si gioca al totocalcio, molti portano la seggiola fuori per bere il Campari guardando il passeggio, la gente si chiama forte da un lato all’altro della strada, o anche dalla strada alle finestre, come succede nei paesi del meridione. Ma sempre al di qua dello stradone, perché al di là circolano persone diverse, gli impiegati. Quando entri ti guardano perché non sei dei loro, ma fanno in fretta a capire che ci vieni per bisogno e non per curiosità. Perché cerchi luoghi più veri: c’è anche l’errore qui, sbagliare è consentito, anche senza dover poi imparare nulla. Sbagliare e basta. Sbagliare perché si gioca, sbagliare sul lavoro, sbagliare per amore o per rabbia. Come succedeva nella città di una volta, prima della tivù, prima della Coca-Cola, prima che tutto fosse perfetto.

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Paesaggio di Corot
Appena fuori porta Saragozza, svoltando verso la collina, una strada particolarmente stretta, costeggiando un torrente scarso d’acqua, si perde nel fondo senza sbocco di una valle. A un certo punto, sulla destra, nello stretto lembo di terra tra la strada e il corso d’acqua, sorge un caseggiato antico. È composto da più volumi, con una torre centrale e una piccola cappella all’estremità opposta a quella di arrivo. Colpisce subito la mancanza di profondità del complesso e riesce difficile immaginare spazi abitabili all’interno.
C’è anche un piccolo ponte di legno sul retro che porta alla sponda opposta. La valle è ombreggiata e fresca e si sentono solamente i rumori del vento e dell’acqua, e gli uccelli. La quiete del luogo è talmente stupefacente che non sembra di essere di fronte a uno scenario reale ma davanti a un’opera di un paesaggista straniero del ’700, e catturati dalle tonalità dei verdi, dai grigi dell’intonaco, dalla luminosità del cielo si viene trasportati in un tempo lontano e identificati a un viandante francese giunto in Italia per studiare la pittura e che lungo il cammino per Roma ha fatto una breve sosta nella nostra città e passeggiando fuori le mura ha voluto fermare sulla tela quello che per lui rappresentava forse il primo vero paesaggio italiano.
Ma a tutto questo incantamento si accompagna anche un senso di spaesamento perché il paesaggio, irreale per la sua perfezione pittorica, non prevede l’osservatore, non lo può includere, anzi quasi lo annulla.

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Comiso
Si tratta di una grande struttura metallica: una volta di lamiera ondulata sorretta da pilastri in ferro. Ricorda un poco a scala urbana i fienili recenti della campagna toscana. È bella la sua ruggine, la sua aria dimessa, l’abbandono che evoca. È bello tutto quel ferro che sembra non volere cessare di far finta di servire a qualche cosa, come il sole a Comiso nelle calde sere d’estate che, come scrive Gesualdo Bufalino, non vuole smettere mai di fare finta di non volere tramontare.

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Tetti del Pratello
C’è un muro al culmine del tetto di coppi, là in alto, contro il cielo. È un muretto basso, ma dalla strada non riesco a vedere cosa c’è al di là, a causa della prospettiva scorciata di sotto in su. L’intonaco tutto scrostato mostra i mattoni sconnessi. Eppure è un punto carico di una sua bellezza irresistibile. Mi piace pensare che oltre quel fragile confine c’è una terrazza assolata e irraggiungibile se non a fatica, con una chiocciola sgangherata di ferro.
Da lassù si vedrà gran parte della città. Di notte tira certamente un po’ di vento, deve esser bello starci, a fumare una sigaretta e a parlare con una ragazza, a lungo, senza limiti di tempo, raccontandosi tutto, tutto, come si fa da giovani. Lassù si può scappare, quando non si ha voglia di perdere tutto il tempo sui libri per preparare gli esami di università. Ci si può nascondere dopo qualche marachella da bambini, ci si può rifugiare portando con sé un piatto di patatine fritte quando non si ha più voglia di sedersi al tavolo da pranzo con i genitori e si desidera la casa sull’albero o la capanna sui monti.
Lassù qualcuno ogni tanto stende i panni, si vede una figura che si staglia contro il cielo, come su una terrazza di Peschici. Scommetto che in un angolo da sempre ci sono vecchie latte d’olio che raccolgono l’acqua piovana, come sui tetti dell’Asmara, da dove si ha la vista dell’Hotel Hamasien in stile svizzero-tirolese.

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Una casa delle mogli
Se si cammina sotto al portico non si nota nulla, ma se per caso si cammina in basso, sulla strada, avviene che lo sguardo venga rapito verso l’alto e, come in una sequenza cinematografica, lentamente scorra lungo una parete di mattoni neri, sporchi, con qualche tenda strappata e finestre non più chiuse da tempo. La facciata emerge isolata sopra i tetti delle case attorno, come se fosse una casa sopra un’altra: la prima, quella bassa, non si vede, è immersa nel quartiere, la seconda sembra calata da una gru. Ricorda Camogli, dove i primi tre piani con accesso dalla strada bassa si sommano agli altri tre piani con accesso dalla strada alta sul retro.
Là, a Camogli, la disperazione delle donne in vana attesa dei mariti dispersi dal mare è ricordata nel nome del luogo, qui, in questa casa triste e un poco spettrale, forse è alla guerra che si è imprecato per un mancato ritorno e il dolore ha inibito ogni cura e ha finito per conferire alla parete lo strano aspetto luttuoso.

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Atelier di periferia
Il pittore lavora in silenzio, lascia a terra i pezzi di legno, li dispone, li sposta, credo che li componga interagendo con gli scacchi della luce che cade dalle finestre là in alto. Muove il suo corpo imponente e vigoroso, afferra gli oggetti con le mani robuste, ma li pone al loro posto con una delicatezza infantile, suda lievemente, arriccia il naso alla polvere, negli occhi il ricordo di qualcosa. Là fuori, nel cortile, non c’è anima viva, ho lasciato la mia bicicletta appoggiata al corrimano della scala che sale qui nell’atelier, il mio sguardo ha indugiato per un po’ sui graffiti dei capannoni – il falegname, il fabbro, lo scultore – ho visto ragazzi scappare con le bombolette in mano, per paura d’essere scoperti e affrontati a muso duro. Torneranno appena entro, ho pensato. Saranno lesti a continuare la loro opera, la velocità è una componente essenziale della loro espressione artistica, e per giunta risponde bene alla necessità di fronteggiare il rischio d’esser colti sul fatto. Nello studio del pittore invece il lavoro avanza senza scatti, metodico, pensato e modificato, sospeso, e ripreso, corretto con sicura lentezza. Sembra che l’errore sia una componente del metodo, l’occasione per rifare, migliorare, distruggere e ricreare.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Alessia Del Bianco

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