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In ascolto di voci mute

“Racconti d’arte” tratti dal libro omonimo di Alessandro Castellari (Bologna, Pendragon, 2019)

Dopo averci narrato cosa succede “quando parla la Gioconda”, lo scrittore Alessandro Castellari ha ripreso il filo dei suoi racconti, in cui a prendere la parola sono puntualmente le opere d’arte. Ringraziamo Marzio Bossi e l’associazione “Legg’io” per la lettura.

Nel paese della fame

Mi fanno ridere certe ragazze: vengono qui in Galleria Colonna a mostrarmi a gruppi di curiosi e dicono che Annibale Carracci con me che sto mangiando fagioli in osteria volle rappresentare la povera gente, come faceva ai suoi tempi Passarotti e come fecero dopo Mitelli, Magnasco, Ceruti... A forza di sentirli tutti ’sti nomi li ho imparati a memoria. Macché povera gente! Queste qui non sanno cos’era la povertà ai miei tempi!
Guardatemi bene. Vi sembro un poveretto? Intanto non sono vestito di stracci, ma c’ho anche il gilet e il cappello in testa. E poi mangio un bel piatto di fagioli. Sul tavolo ci sono anche dei cipollotti e dei funghi e un orcioletto di vino bianco. Certo. Ho l’aria sorpresa. Gli occhi sono spalancati e dal cucchiaio che ho lasciato a mezz’aria lascio cadere delle gocce nella scodella. Così mi ha dipinto Annibale. Ma lui sapeva che sarei rimasto costernato a sentire tutte queste sciocchezze su di me, sul popolino, sulla povera gente.
Io sì che l’ho conosciuta la miseria a casa mia, lassù a Scanello, vicino a Loiano, nella valle del Savena sopra a Bologna. Abitavamo in una casa di contadini: il babbo, la mamma, noi quattro figli, tre maschi e una femmina, e i nonni dalla parte di mamma. Negli anni di carestia, che capitavano spesso, si faceva la farina col miglio, ma anche con la saggina, la veccia, la gramigna; si mangiavano le sementi con cui seminare; si raccoglievano ghiande e castagne nei boschi. Si andava a letto a pancia vuota e si sognavano laghi di burro fresco, cave di ravioli, forni che a getto continuo cuocevano pagnotte.
Mia madre diceva sempre che in ca’ nostra la zanna la litìga con al sdnèr (“in casa nostra la cena litiga con il pranzo”). E il nonno ripeteva spesso che a ló i caschévan el budèl da la fâm (“a lui gli cascavano le budelle dalla fame”). Quando il prete in chiesa ci raccontava del miracolo dei pani e dei pesci, a noi tutti ci veniva l’acquolina in bocca. Ma quelle poche volte all’anno che ci si riempiva la pancia, il nonno, che aveva fatto il soldato dai Bentivoglio, con aria militaresca esclamava che lo strepito delle ganasse è grande come il fracasso delle battaglie. E infatti si menavano le mani valorosamente nel trinciare arrosti, nel tagliare cosciotti, nell’infilzare polpette.
Poi, un bel giorno, mio padre mi prese da parte e mi disse: «Senti un po’, Adelmo: hai già quindici anni, sei il più grande dei tuoi fratelli; va ben su a Castiglione a fare un po’ di soldi per la famiglia come sbirro dei conti Pepoli, come ha fatto il nostro compaesano Gratizino...».
Ah, vedo che siete voi ora ad avere l’aria sorpresa! Non sapete nulla del famoso Gratizino di Scanello? Lui era stato un contadino come noi. Poi negli anni di carestia si era messo a fare il brigante di strada, come molti contadini delle nostre parti. Aveva trovato rifugio dopo una qualche birboneria presso Giovanni Pepoli, il gran feudatario di Castiglione. Fu allora che scoppiò quel gran pandemonio. Il papa Sisto si mette a perseguitare i banditi. Salviati, il cardinal legato, impone al conte di consegnargli Gratizino.
Il vecchio conte Giovanni, senatore a Bologna, colonnello della Chiesa, benefattore dei bisognosi, gli risponde che, come feudatario imperiale, a lui solo tocca giudicare Gratizino per via ordinaria se è colpevole o innocente. E allora il conte per ordine del cardinal legato viene catturato nel suo palazzo di Bologna, quello a capo del Foro dei Mercanti vicino alla Gabella, viene imprigionato e, in un giorno di fine agosto, viene legato a una sedia e strangolato con un capestro di raso rosso. Una finezza riservata ai nobili! Non si poteva mica impiccare in piazza un gran feudatario come il conte Giovanni Pepoli!
Beh, dicevo, mio padre mi mandò a cercar fortuna su a Castiglione perché aiutassi la famiglia, perché non facessi più il contadino povero, perché non vivessi una vita miserabile da briccone o da mendicante di mestiere davanti alle chiese. Lassù a Castiglione dai conti Pepoli il vecchio curato mi insegnò a leggere e a far di conto. Me lo ricordo volentieri don Giovan Battista Segni. Mi diceva sempre: «Ricorda, Adelmo, che le cose non sono giuste! Anche la Chiesa si riveste d’oro, di pitture e di statue e lascia morire i poveri di freddo davanti alle sue porte». E mi ripeteva una sua poesia sottovoce:

Ogni luogo di poveri è fecondo,
perché i principi ormai con le gabelle
hanno ridotto a mendicare il mondo.


Alla fine io, Adelmo, figlio e nipote di contadini, con un po’ di sale in zucca e con un po’ di istruzione, sono diventato uno degli amministratori dei beni allodiali dei conti Pepoli. Eh, ce ne sono tanti in giro che non bastano tremila contadini a coltivarli.
E se le cose del mondo vanno come ve le ho raccontate, voi capite che Annibale Carracci si era stancato di dipingere solo santi e madonne; voleva anche mostrare il popolo coi suoi mestieri, o la gente come me che, un po’ in fretta fra una incombenza a l’altra, col cappello in testa mangia un piatto di fagioli in osteria.

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La lettera

A Chatarina, dilettissima sposa.

A Dio piacendo, dopo due mesi di navigazione siamo giunti a Costantinopoli. Il nostro fluyt è ora attraccato nel porto proprio davanti al mercato fra la Torre dei Genovesi e i giardini del Sultano. Non sono mancati i pericoli. Al largo del Portogallo ci ha colti una gran tempesta e i venti hanno strappato la randa dell’albero di poppa. Quando siamo entrati nel gran lago di luce del Mediterraneo, lontani dalle burrasche e dai venti atlantici, abbiamo dovuto pagare un viatico di 600 fiorini ai pirati berberi annidati lungo la costa africana.
Ma ora, mia diletta, siamo qui protetti dalla legge del Gran Turco e imbarchiamo sulla nave ceramiche di Nicea, tappeti di Konya, sete persiane e spezie arabe, noce moscata, pepe nero, chiodi di garofano. Osman Effendi, il giardiniere del Topkapi, mi ha promesso due bulbi della “Luce del Paradiso”, come lo chiamano loro, un tulipano che è coltivato nei giardini imperiali, ed è di tale bellezza che viene anche ricamato sulle tuniche degli sceicchi e sulle bandiere dei sultani. Un loro poeta paragona i serici petali della “Luce del Paradiso” all’incarnato delle gote della donna amata. Dicono che per i colori sgargianti dei suoi petali a forma di mandorla esso sia molto più bello dei “Rosen”, i tulipani che noi coltiviamo. Osman Effendi me li venderà per 2.200 fiorini: una gran quantità di denaro, se pensi che quattro barili di birra ci sono costati in ottobre 32 fiorini e che la tua casacca di panno azzurro e la gonna grigia che abbiamo comprato da Jan Losven prima che partissi ne sono valsi 80.
Dovrai perdonarmi, mia diletta, se io, capitano di un fluyt e commerciante in Oriente, parlo sempre di mari, di commerci, di fiorini. Altra, ti assicuro, è l’intenzione della mia lettera: la scrivo perché tu mi legga, perché tu conosca i miei pensieri e i miei sentimenti.
Appena prima di partire mi dicesti che eri incinta. Ti immagino, ora, con la tua bella pancia ingrossata e aspiro già al ritorno, quando potrò riabbracciare te e baciare quel Peter van Hanegen o quella piccola Hilde che saranno già nati.
In questo rumoroso porto di Costantinopoli, fra le grida dei venditori e le interminabili contrattazioni, ti vedo leggere questa mia lettera nel silenzio ordinato della nostra casa.
Ti vedo di profilo di fronte alla finestra aperta che diffonde la luce pacata del nostro cielo. Vesti quella casacca di panno azzurro che comprammo da Jan Losven e stai ritta davanti al tavolo su cui è posata la collana che stavi per mettere quando è arrivata la mia lettera. Anche una veste hai frettolosamente appoggiato su una sedia scendendo in strada dal postiglione.
Immagino il tuo bel volto concentrato ed attento, le ciocche di riccioli che scendono eleganti lungo le tue tempie, la tua postura nobilmente eretta, il profilo fecondo della tua pancia; e il libro, forse quello di botanica del dottor Carolus Clusius, che tu spesso consulti e sempre tieni sul tavolo: tutto dà un senso d’ordine, di compostezza, di decoro, il senso di quella agiatezza che il Signore concede ai Giusti.
Ed è fissata alla parete la carta geografica che tu ben conosci e sai percorrere con l’occhio e col pensiero. Ciò è il segno che tu, nelle nostre quiete stanze, ed io, sui mari agitati del mondo, percorriamo insieme le vie del Signore.
Oggi è il terzo giorno di aprile dell’Anno Domini 1636. A Dio piacendo, conto di essere di ritorno a Leida un po’ prima dell’inverno per riabbracciare te e il nostro nuovo nato.

Adrian van Hanegen,
tuo sposo per grazia del Signore.

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Marzio Bossi (associazione "Legg'io")