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Tre ballate da cantare ubriachi. E altre canzoni

Poesie di Vittorio Franceschi, tratte dal libro omonimo (Bologna, Pendragon, 2013)

13 giugno 2013

Attore, autore e regista teatrale, Vittorio Franceschi ha lavorato nei principali teatri stabili italiani, da Trieste a Palermo, passando per il Piccolo di Milano. A Bologna è condirettore della Scuola di teatro “Alessandra Galante Garrone”, dove insegna recitazione.
Il “mestiere” dei versi, come lo chiama lui stesso, ha accompagnato la sua carriera. Come dimostrano queste poesie tratte dal suo nuovo libro, poesie che fanno parte di un “diario versicolore” scritto tra l’agosto del 2011 e il luglio del 2012.


MARE GRIGIO

Ho fatto un breve viaggio di vacanza.
Di ritorno, dal treno guardavo
un noioso mare di un grigio colore
rinunciatario, come un risciacquo
di piatti all’indomani
di un pasto vegetariano. Pensavo
a quelle fantasiose creature
che del mare han cantato le lodi
e il mistero e la tirannia e i nodi
da sciogliere con un voto: Ulisse
e Achab, Nemo e cento altri, compreso
l’azzoppito ciuchino Pinocchio.
Pensavo al mare del mito
e della speranza, dove tutto
ha origine e confluisce
e nel moto eterno si trasforma
e prende nome ma poi si riperde
tra flutti di cobalto, e schiuma
per divenire altro e migliore
di lucentezza in oscurità,
di presenza in assenza e sempre
di principio in principio.
Pensavo chissà
se ancora esistono le profondità.

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LA PAROLA

Qualche volta mi aggiro
intorno a una parola
come un fedele
che si aggira intorno
a una sua cattedrale
e cerca la porta per entrare.

In quel luogo, si sa
filtra poco sole.
Ma nel suo cuore cantano
voci bianche.

Quel fedele ha trovato la porta.
Si è fermato davanti.
Esita.

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CHISSÀ COSA SI PROVA

Chissà cosa si prova
a cadere in ginocchio
davanti a Dio. E se
non avesse gli occhi? Dove
bisognerà guardare? Che sia
nube di vapore? O colpo
di vento? E quale? Scirocco
o maestrale? Indosserà sandali
bagnati di brina? Avrà
lunghissime mani?
E se non fosse vero
che tutto sa? Se a quel punto
chiedesse a noi di fare un riassunto?
Metti che al suo cospetto non vi sia
punto d’appoggio, che ciascuno
debba portarsi da casa un gradino
o una vecchia pietra dal giardino.
E se non avesse voce e invece
di cento soli una flebile luce?
E se anche Lui
ragionasse col senno di poi?
Che tensione. Chissà cosa si prova.
Chissà se mai
saremo messi alla prova

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L’UNICA CHE LI CAPISCE

Lo so bene, oggi la poesia
è marginale, come quei ragazzi
dinoccolati che hanno orecchie grandi
e ginocchia vaccine. In ginnastica esonerati,
in matematica un cinque risicato,
saran promossi per compensazione, perché
vanno così bene in disegno.
I genitori li guardano angosciati
e coi risparmi pensano
per la vita che è così spietata
di comperargli una cartoleria.

In realtà guardano il rugby alla tivù
e il loro sogno
è un negozio di ferramenta.

L’unica che li capisce è una zia.

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NASCITA DELLA CAPRIOLA

ad Alessandra

Quando il ragazzo si arrese
la sua madre lo afferrò
per un braccio e nella pista vuota
lo spinse. “Mostrami il tuo cuore
– disse – se lo vuoi salvo battiti”.
Rullò il tamburo
suonarono le trombe
sole e luna stettero a guardare.

Il ragazzo i pugni
strinse, chiuse
per un istante gli occhi, prese
un respiro profondo
e sulla terra apparve la capriola.

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A UNA PIPISTRELLA

Agosto si chiude con un fresco
vento dell’est. Stasera
sono uscito un istante
in giardino e ho guardato
il cielo terso; fra le stelle
s’intrufolava lassù un aeroplano,
più in basso, come un sotterfugio
volava un pipistrello.

Evviva, son tornati! Da tanto
non li vedevo più.
È un segno di bontà
dell’ordine naturale, che ormai
si affida solo alle catastrofi.
Ma perché bontà duri
bisogna trovargli moglie al poverino.
La casa ce l’ha, dietro le mie persiane
un tempo a grappoli appesi
dormivano i suoi avi.
Potremmo lanciare un bip bip
nel cosmo, loro li intendono.

Pi–pi–strel–la pi–pi–strel–la vie–ni pre–sto
avanti che l’autunno precoce
vi faccia tutti e due cadere in sonno,
apri le ali a questo
ragazzo che corre
nelle immense pianure dell’aria
come poveri noi zigzagando, solo
con la sua inerme speranza.

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POESIOLA DELLA CRISI DI NATALE

Portar la brocca in testa
o il pane nella cesta
oggi non si usa più.

Nemmeno si usa
con poche monetine far la spesa.

Nessuna nostalgia, il fatto è
che nemmeno si usa più la cortesia.

E quella mi manca
più dei soldini che tenevo in banca
che per la crisi son volati via.

Tanto che ci facevo? Tutt’al più
cambiavo la tivù.

Però lo potevate dire prima
noi poeti non mangiamo la rima.
Tutt’al più la baciamo.

Dice bisognerà ricominciare.
Dico come sempre, oggi come ieri.
Come nel Presepe
i vecchi mestieri.

A settant’anni si può ancora fare?
Non c’è niente da perdere
mettiamola sul ridere.

Il fabbro, il ciabattino
il carbonaio, lo spazzacamino.

Va bene. Ci si arrangia.
Tiriamo un po’ la cinghia.
Mi comprerò una cesta per il pane.
Ma per la brocca non ci son fontane.

Furono abolite all’indomani
del grande boom, insieme ai vespasiani.

È il progresso. Preghiamo.
Gesù bambino forse per Natale
ci porterà una mezza minerale
naturale.

Quanto alla cortesia
abbiam messo la calza.
Trepidanti aspettiamo
la lunga notte dell’Epifania.

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EPPURE

Niente di nuovo eppure
mi sento nuovo

non c’è speranza eppure
spero ancora

fino all’ultimo la dimenticanza
ci fa guardare avanti
ma è un inganno, il mio passato

è come un banco di nebbia
ogni tanto inciampo in qualcosa
che non si vede e dico
chissà cos’era

come Amatore Sciesa passo
sotto la mia finestra e dico
tiremm innanz
del nostro Risorgimento mi è rimasto
solo quel gesto, il più eroico
chissà perché mi è venuto in mente

forse perché gli eroi
muoiono per niente
ed è il niente a farci sperare
vedi alla voce Dio

se i ricordi tutti
mi piombassero addosso
come uno stuolo di nipotini vocianti
mi sarebbe difficile
scegliere il preferito a cui lasciare
le mie ceneri.

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UNO SPECCHIETTO

Quando la Musa tace
bisogna scendere giù in cantina.
Fra bottiglie impolverate di vino
e cicche piovute dalla grata,
in un sordo rotolare
di scatoloni vuoti, messi lì
perché forse un bel dì
serviranno ai nipoti,
se non hai paura
di sporcarti le mani
spostando una valigia o il sacco
con le pinne e il boccaglio
che le belle immersioni
non sognan più, se te la senti
di liberare col manico di scopa
la volta dalle tele di ragno,
uno specchietto rotto nell’assalto
dei giorni lontani di una vita
tolta e riavuta ma senza guadagno
e lì dimenticato per trent’anni
appeso a quel chiodo troppo in alto
potrebbe oggi rammentarti chi sei
e far piovere giù dalla grata
la voce – ti dice? – di un tumulto
ferocissimo di piazza in rivolta.

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FIORI DI CORBEZZOLO

Guardavo alla TV un servizio
sui nazi nel ’43 – ce n’è molti
su Sky, oggi che la storia
sta passando – i commenti
d’intrinseca condanna
scorrevano sobriamente,
con voce quieta come pioggerella
che lava e slava.

Fra i morti di Stalingrado
c’era un russo in mezzo alla neve
con l’avambraccio alzato
e l’indice puntato verso il cielo
pareva in posa, come
messo lì dal fotografo
per un falso più vero del vero.

Io ero bambino. Mio padre
sarebbe morto di lì a poco
a Brema. Mia madre e io
scampammo per un pelo
alla sventagliata di mitra
del caccia alleato
che fece fuoco
su noi inermi mentre fuggivamo
per quel sentiero scosceso in Appennino
verso il rifugio scavato nella roccia.
Veniva giù da destra
in picchiata e i proiettili
scheggiarono l’imbocco
come nei film, mentre sottosopra
ci buttavamo dentro.

Chissà quel mitragliere
quanti racconti, quando è ritornato
alla sua casa dopo la vittoria!
La belva umana non vede l’ora
di saltar fuori dal gabbio
dove l’han ficcata le leggi
che lei stessa s’è imposta
per darsi un contegno.
Hitler che stride sul palco
è la sua mascella, Goebbels
la sua saliva. A ogni latitudine ulula
una lupa ricca di mammelle.

Nei Lager, sui fronti di ghiaccio
e di sabbie roventi,
nelle avanzate nelle ritirate
uomini putrefatti sorpresi
a metà di un respiro
esposti in nudità o nascosti
in cenci e divise, reclinati
sull’omero a grappoli,
il tempo ne farà
fiori di corbezzolo.

Sui cippi
di chi si fece giusto
e si sfece per la libertà
ci son ghirlande di plastica
la materia
di cui son fatti i sogni oggidì.

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SONO STUFO DI VERSI

Sono stufo di versi, ho voglia
di montone e rude pecorino

di ciambella bagnata nel vino
ho voglia di prosa elementare

come la lingua del villano
mezzo analfabeta che ha visto

il cielo che rischiara e dice
alla moglie chiudi

che viene a piovere.

Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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