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Canossa: le leggende di Matilde

Testi tratti dal libro omonimo di Federica Soncini e Gigi Cavalli Cocchi (Canossa, Edizioni “Andare a Canossa”, 2019)

Il mito di Matilde di Canossa, la “Grancontessa” che nell’anno 1000 fu protagonista della lotta tra papato e impero, donna d’azione che dal suo castello nell’Appennino reggiano seppe governare un territorio vastissimo, rivive in un libro di leggende scritte da Federica Soncini e illustrate da Gigi Cavalli Cocchi. Ascoltiamone alcune nella lettura di Roberta Graziani, accompagnata dalle canzoni di Marina Ligabue e del gruppo “Matelda”, allegate al volume.

La Fonte Branciana
Il Castello di Canossa è circondato da incanti e magiche leggende che ne raccontano la storia. Ogni luogo ne custodisce una che lo riguarda.
Accanto alla Bianca Rupe di Canossa c’è una antica e misteriosa montagna: il Monte Tesa, che deriva il suo nome dall’antenato di Matilde, Adalberto Atto, fondatore del mastio che difende il castello.
Sotto a questo monte, popolato da alberi e creature antichissime, sgorgava una sorgente di acqua purissima, protetta e custodita da uno spirito misterioso della natura. Presso quella sorgente lo stesso Adalberto era solito incontrarsi con i suoi vassalli per discutere di affari importanti.
Era un luogo di ristoro per viandanti e pellegrini, e in tempo di pace, vi andavano anche tutti gli abitanti del castello, compresa la stessa Matilde. Il nome di questa fonte era ed è Branciana, la fontana dell’amore.
Si racconta che in un caldo giorno d’estate Matilde, giunse alla fonte per abbeverarsi e rinfrescarsi accompagnata da una delle sue ancelle più fidate, la più delicata e gentile ma anche, a dire il vero, la più triste. “Cosa ti impedisce di essere felice?” chiese la Grancontessa, accortasi del suo stato. L’ancella, immersa nella tristezza più profonda, confidò di non poter avere figli e scoppiò a piangere.
Matilde fu così colpita dalle sue parole che continuò, una volta tornata al suo castello, a pensare a come fare per aiutarla. Mossa da grande compassione, chiese consiglio ed aiuto al Papa, Gregorio VII, suo grande consigliere e alleato, che decise di benedire la fonte e favorire le proprietà curative e di guarigione delle acque. Fu così che, per una richiesta tanto grande, si risvegliò all’improvviso lo spirito benefico che albergava nelle sorgente e che custodiva il segreto di questo magico ed antico luogo.
Così un bel giorno, mentre Matilde si dissetava alla fonte e pensava alla sua ancella ancora infelice, lo spirito della natura, risvegliato da tanta compassione, si mostrò a lei in tutta la sua potenza e le comparve una bellissima creatura fatta da minuscole e luminosissime gocce d’acqua, acqua di montagna purissima, e con una voce pura e cristallina disse: “Sono Branciana, la fata delle acque. Sono qui per aiutarti e, da questo momento in avanti, puoi dire a tutti che, chi berrà alla mia fonte ed esprimerà il desiderio più puro e più profondo del cuore, diverrà feconda e colma di gioia”.
Fu così che l’ancella più triste di tutte, su consiglio di Matilde, andò alla fonte a bere, esprimendo il desiderio di avere figli, che le fu esaudito immediatamente.
Da quel momento tutte le donne che desiderano avere figli vanno a bere l’acqua alla fonte Branciana.

Le Cento Chiese
Si dice che uno dei desideri più grandi, che Matilde non potè mai realizzare, fosse quello di vivere in convento, anzichè doversi occupare delle sue terre e dei suoi castelli. La leggenda racconta come Matilde fosse tanto religiosa da desiderare di celebrare la Messa e per questo motivo chiese a Papa Gregorio VII il permesso di poterlo fare.
Allora il Papa, colpito dalla sua richiesta tanto insistente e sentita, acconsentì. Matilde avrebbe potuto celebrare la Messa ma in cambio avrebbe dovuto costruire cento chiese e cento ospizi per i poveri. La Contessa si dedicò al suo progetto con impegno e passione ma riuscì a costruirne solo novantanove. Prima di arrivare a realizzare il suo sogno e a costruire l’ultima chiesa, non resistette alla tentazione di celebrare la Santa Messa nella magnifica Pieve di Sasso di Neviano degli Arduini. In un momento in cui mancava il sacerdote, si avvicinò all’altare per celebrare finalmente la Messa e compiere il sacro rito con il prezioso calice d’oro appartenuto alla sua famiglia: si diceva che discendesse dal sacro Graal.
Fu allora che accadde però un fatto strano. All’improvviso, il prezioso calice iniziò a muoversi da solo, l’oro cesellato prese a pulsare come se fosse vivo e dalla coppa emerse una delle figure incise: un enorme serpente iniziò a strisciare sull’altare, per poi trasformarsi in un drago alato che finì per spaventare tutti i presenti, compresa Matilde, che, terrorizzata, svenne dall’emozione. Non potè più celebrare la sua Messa. Quando il Papa seppe dell’accaduto, si adirò e impose a Matilde di recedere dal suo proposito.
In un’altra occasione Matilde, delusa e ferita dalla decisione del Papa, decise tuttavia di non arrendersi e tentò di nuovo di celebrare Messa. Aveva fondato la centesima chiesa, in un bellissimo pianoro vicino a Febbio, proprio di fronte al monte Cusna.
La leggenda racconta che riuscì a costruirla in un solo giorno e proprio per questo motivo si sospettava che avesse aiuto dal diavolo. Matilde prese tra le mani il calice per la seconda volta ma venne interrotta addirittura dall’Abate Giovanni da Marola che, su invito del Papa, la invitava a deporre definitivamente il suo desiderio. Se avesse insistito sarebbe stata scomunicata.
Così, con un solo cenno della mano, in quel bel pianoro che per un certo un tempo aveva ospitato il suo sogno più ardente, ordinò ai servi di distruggere quella che avrebbe dovuto essere la chiesa della sua Messa.
Il terribile crollo provocò un piccolo terremoto e ora, dove sorgeva la chiesa, si erge un alto sperone di roccia che prende il nome di Monte Contessa. E nelle notti di luna piena, se la magica luce lo permette, è possibile scorgere, nel silenzio dei boschi, l’ombra antica di Matilde che, delusa e ferita nel suo ultimo sogno, si allontana a cavallo.

La Bonissima e il melograno
C’è da secoli un mistero che avvolge un angolo della piazza centrale di Modena. Se alzate lo sguardo all’angolo del Palazzo Comunale vi accorgerete di una silenziosa e delicata presenza che protegge benevola Piazza Grande e chi vi passeggia.
È una statua di donna, una dama in abito lungo che viene chiamata la “Bonissima”, dal nome della nobildonna che aiutò il popolo modenese con grandi donazioni durante una pesante carestia molti secoli fa.
Ma c’è invece chi dice che si tratti proprio della Grancontessa Matilde di Canossa, che venne ricordata per le sue qualità di grande benevolenza e generosità verso i suoi sudditi.
La signora stringe in mano un frutto antico: un melograno, che appare spesso nella mano di Matilde, nelle immagini che la rappresentano. Il melograno era il simbolo della Chiesa unita e i chicchi rappresentano i cristiani, figli della madre Chiesa, di cui lei è protettrice insieme al Papa.
Questo frutto in realtà è ancora più antico e simboleggia anche fertilità e fortuna: è connesso all’albero della vita, al mito di Proserpina e al culto della antica Dea Madre. La tradizione dice che il primo giorno dell’anno bisogna gustare insieme ai propri ospiti un melograno e darne una parte ad ognuno. Chi ne mangerà i chicchi avrà fortuna nel corso dell’anno.
D’ora in poi, quando avrete occcasione di camminare nella bella piazza di Modena, ricordatevi che molto probabilmente siete sotto lo sguardo benevolo di Matilde di Canossa.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Roberta Graziani (associazione "Legg'io")