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Canti di un luogo abbandonato

Versi tratti dal poemetto omonimo di Azzurra D’Agostino (Bologna, Anonima Impressori, 2013).

Un viaggio nel tempo e nello spazio dell’Appennino, che comincia dall’ascolto di ciò che resta di case, di pozzi, di tetti, e di un’umanità scomparsa. Questi Canti di un luogo abbandonato fanno parte di una trilogia a cui la poetessa Azzurra D’Agostino ha dato avvio con i Versi dell’abitare.


Un casolare e intorno campi
che cambiano colore e non lo sanno.
Non arrivano fin qui tutti i rumori
di quello che era un posto da abitare:
l’aia, il cane, lo zampettare
dei topi, forse una canzone
e il rimescolare della fame
di uomini e bestie.
Dicono sia stata anche felice
questa campagna.
I sassi e l’ardesia posati
nel duro del presente
restano in piedi adesso
in un tempo che non è per loro.
Restano in piedi come i ciliegi
che arrossano la terra
in silenzio. Noi siamo
un po’ più giù, di poco,
in una solitudine bianca,
disinfettata, che non s’immaginava.


Dal lato del suo migliore apparire
dal lato del suo apparire migliore
si schianta nel sole, di luce si spacca
il bianco bianco casolare di biacca.
È rimasto e noi ora lo vediamo.
Alla mano invisibile viene da pensarci.
Posare pietra dopo pietra dopo pietra
e poi intonaco, malta, calcina,
alzarsi all’alba, di prima mattina
fare le cose come uno che si salva.

[...]

Quando se ne sono andati
hanno portato via le loro foglie
le loro sere e primavere le loro voglie
di pioggia la raggia o rovo o spina
impigliata una mattina nel vestito
della festa non basta che il posto sia lo stesso
che l’adesso sia una specie di per sempre
per chi lo vive ma invece il torrente
scorre passa e come in un gorgo
quando se ne sono andati
hanno portato via tutto il borgo
il bosco l’intero mondo il suo gergo
sì il modo di parlare e non solo anche
quello di vivere, di camminare.


Siamo rimasti qui da soli
dove sono finite le bestie
le ostie degli uomini le madonne
i bambini cugini i figli le donne?
E questi alberi che guardano
non crediate che siano in pace
è come un grido questo bosco
anche se tace.


Nel profondo del bosco
come dentro a un cuore
solo il rumore di quello
che il sole e l’altre stelle muove:
la neve che si scioglie, il suono
dei ghiacci a marzo
lo sfarzo dell’intera
primavera in ciò
che non si vede.
Germoglia l’invisibile
in tutto ciò che cede.


La campagna si slenta nel giorno
fin dall’alba si fa d’un bello che tutto
trafigge persino il cuore di uno straniero
che per caso passa di qua e se ne va senza badare
che c’era un tavolo lì dove ad asciugare i semi
se ne stavano calmi come se fosse normale
e qualcuno metteva in fila le mele
sul tagliere e si stendevano i panni
e si credeva in questo sole che sale
che fa male se lo guardi dritto dal vero
questo sole leggero che toglie i malanni.

[...]

C’era anche tempo per parlare coi cani per allungare
le mani farsi annusare star lì nello spiraglio dove l’aglio
in una treccia mescolava l’odore a quello di corteccia
ora siamo malinconici perché dimmelo te come ti sentiresti
è normale mescolare un po’ di pianto con la scorza
delle cose che non si smorza rimane quella il faggio
è faggio, respira in quel suo modo di pianta, bella
la vita non si dice, ma a noi quella ci manca, ci piace.


Le donne certe volte si scioglievano i capelli e quelli
erano dei momenti come di luce, l’aria sapeva di mele
le parallele degli aironi erano perfette. Di vendette
non c’è bisogno nessun segno di conversione della pena
la cena verrà servita comunque e dunque diciamola la verità
la verità è che noi della miseria ci saremmo vergognati
siamo stati in quell’assoluta povertà come una verità vera
come una cosa che c’era. Si confonde il cielo se non ha
le sponde le teste dei monti a fargli da sponde, le gronde.


Siamo qui ci piacerebbe pensare d’essere anche noi
proprio noi l’acacia, il sambuco, il buco che nasconde
il ragno e il topo, essere il topo stesso e lo spesso strato
di buio che lo nasconde essere fronde, rami, schiocchi
biacchi, occhi nel verde, sorde vipere, pere mature,
pure pupille di volpe, pelo, pelle, tutte queste cose
tutte quelle cose belle e tremende vicende di sangue
senza lingue siamo rimasti senza lingue ci tocca parlare
stiamo in mezzo a questo vento e non possiamo respirare
non siamo da nessuna parte non siamo sulle stelle quelle
cose si dicono ai bambini perché non piangano più
si mente ai bambini e quando sono soli stanno a testa in su.

[...]

Non è per giudicare questo bene questo male questo meglio
in questo risveglio questo ritorno questo giorno assolato
nell’assolata campagna la desolata montagna nostra
brilla di verde e di trasparenza riempie la stanza
qualcosa va a perdersi quello che si mostra è solo
il primo lato il velato modo della solitudine
la moltitudine dei parenti cascati nel buio
svaniti oltre la soglia la voglia di respirare
c’è eccome e vien su un profumo di brina
la prima mattina d’inverno s’è già cancellata
la cancellata era stata dipinta ma l’abbiamo lasciata
lì, così, nella ruggine, noi, siamo stati noi?
Chi è che se n’è andato davvero? È vero, il primo
lato è quello che si mostra, il primo lato è tutto
brutto sarebbe mentire, tossire, starnutire
come Socrate, solo per sentirsi meno soli
più potenti, rigovernati, come se la natura
non ci fosse come se la dura pietra che fa
il muro del vuoto potesse avere scorci stralci
le felci resistono sopportano bene il silenzio
il ronzio delle api è tutta un’altra cosa boscosa
è diventata la strada faticosa s’è fatta la strada
un po’ come lasciare per terra quell’ombra da pianta
mentre si canta più in su, sopra la testa si canta
che tutta una foresta canta è quasi uno spavento.
Chi lascia solo chi? A cosa somiglia la vita sulla terra?


E ora che ce ne siamo andati e ora che se ne sono andati
tutti e il posto si direbbe deserto il luogo si direbbe di certo
inabitato lasciato ai muschi alle muffe se l’è ripreso la natura
se l’è ripreso il bosco questo posto tanto che chi ci passa per caso
chi butta dentro il naso dalla spaccatura solo buio vede e non crede
agli uomini all’usura dei piatti lavati a quelli che ci sono stati.
Ma. Pellicce sostituiscono capelli. Artigli che furono unghie.
Di pelle solo quella d’un serpente, l’ha cambiata, l’ha lasciata qui
e s’è seccata. Molti sono i modi del noi. E adesso ci siete voi, di mani
ci sono le vostre, ascoltate. Questa è la terra. Fatene quello che potete. Credete.


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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Alessia Del Bianco

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