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Chiamatemi Pablo Ramone

Testo tratto dal libro omonimo di Pablo Echaurren (sottotitolo “Elogio della mazza da baseball”, Ravenna, Fernandel, 2006)

Quarant’anni fa, anche in Italia, veniva pubblicato l’album di esordio dei Ramones. “Dopo averlo ascoltato,” ‒ disse il critico musicale Jon Savage ‒ “tutto il resto sembrava incredibilmente lento”. Con l’espressività vulcanica che lo distingue, l’artista Pablo Echaurren ha raccontato la sua passione per questa band, protagonista indimenticata del punk rock newyorkese.

Intro

Quando sento Tommy o Marky stantuffare e picchiare come magli sulla batteria e sui miei più intimi frattagli con quella cadenza poderosa-cavernosa che pare scaturire da tamburi in vera cotenna d’elefante, mi chiedo come sia stato possibile che l’intero universo non abbia ancora recepito e di conseguenza non abbia ancora tributato la propria eterna riconoscenza a loro, ai Ramones. Per l’opera prestata e quella pestata. Con una mazza da baseball.
Come è possibile che non siano ancora considerati la massima espressione dell’arte contemporanea. Sotto tutti i punti di vista.
Musica, letteratura, pittura, teatro, cartoon, humour noir, abbigliamento, acconciatura.
L’umanità è davvero tanto scervellata, ciecata, assordata dal nulla, da non riuscire ad afferrare quale immane poesia si sprigioni dalla stupidità dei Veloci Quattro?
A parte, naturalmente, i milioni e milioni di cretini come me che hanno anche solo intimamente saltellato (Cretin hop) e pogato al pompare sfrenato introdotto dal one-two-three-four di quell’intronato di Dee Dee.
Eppure, voi raffinati intellettuali, avete avuto modo di apprezzare il minimalismo beota di Aldo Palazzeschi, le imbecillità di Tristan Tzara, le amenità gratuite di Francis Picabia. Dovreste essere vaccinati, dovreste essere informati del fatto.
Che l’idiozia è una forma superiore di conoscenza, una specie divina di trashendenza.
Dovreste conoscere a menadito quali scenari si aprano di fronte a chi assume programmaticamente la posizione del minus habens, del decerebrato, dell’idrocefalo matricolato. L’intera visione aurorale dell’innocenza primordiale – da Jean-Jacques Rousseau a Giovanni Pascoli a Jean Dubuffet – si dipana davanti ai suoi occhi come una pellicola vergine non ancora impressionata da alcuna scuola di pensiero dominante. Energia pura. Una radura incontaminata. Prima che sopraggiungesse Eva e cogliesse la mela provocando il ben noto sfracello smucinarello.

Provate a auscultare anche un solo cd dei Ramones. O l’intera discografia.
Tanto i loro pezzi sono tutti uguali e tutti bestiali, elementari quanto basta per essere sublimi, celestiali. Composti da tre accordi per una manciata di secondi.
Capaci di imprimere il proprio marchio distintivo alla percezione stessa dell’esistenza. Una volta che li avete sentiti siete fottuti, non ve li togliete più di dosso. Si incistano sotto pelle, vi afferrano per le palle e non vi mollano. Garantito.
Dopodiché il resto appare superfluo, retaggio di un passato superato dagli eventi, tragicamente arretrato.
Beatles, Rolling Stones, Jimi Hendrix, impallidiscono, non gli stanno dietro, arrancano. Belle statuine strapiene di talento, nessuno lo nega, ma leggermente spente. Lente.
Pensateci bene e vedrete che non c’è nessuno che possa vantare un immaginario possente come i Fast Four (da non confondere con i Fab Four di Liverpool), nessuno in grado di tenergli testa sul miglio lanciato, nessuno all’altezza di allacciargli le stringhe delle loro scalcagnate e very impregnate scarpe da ginnastica, assai più stupefacenti e putrescenti delle Giant Gym Shoes di Claes Oldenburg.
Per non dire dei loro jeans sderenati che non hanno niente da invidiare ai polimaterici di Bob Rauschenberg, con sfrangiature che superano in consunzione i migliori Burri e tagli sulle ginocchia che avrebbero fatto impallidire il trincetto di Lucio Fontana. Così come il loro seal presidenziale rettificato è molto più pop degli half dollar velati di Sua Trasparenza Franco Angeli. Eppure...
Eppure la cultura dominante non se li caca di pezza. Li considera mondezza. Roba da ritardati, da cenciosi, da pedicellosi che si rifiutano di crescere.
Non io. Io ne sono schiavo, succubo, ci sbavo sopra da mane a sera.
Mia moglie avrebbe il sacrosanto diritto di chiedere il divorzio per crudeltà auricolare. Ma – primo – è un angelo caduto in terra, comprensiva, caritatevole, rassegnata, povera donna. Secondo, io non smetto, non ammetto discussioni, non defletto. Li sparo a tutta manetta. Chi c’è c’è.
Altrimenti non riuscirei a deconcentrarmi e lavorare, pittare, ponzare. A creare.
Il riff col polso mollo di Johnny, Joey ieratico – una gamba avanti e l’altra indietro – che agita il pugno e singhiozza aggrappato all’asta del microfono come un cicognone, Marky (o Tommy) chino sui suoi pachidermi, Dee Dee spavaldo col basso in posizione subinguinale. Non mi serve altro. Stacco la spina e mi lascio dolcemente lobotomizzare.
Hey ho, let’s go.

Commando

Dice: «Ma tu davvero non hai mai sentito nessun’altra band? Sei anzianotto anzichenò. Ci sarà pur stato qualcosa che ti sconfinferava da prima? Chessò... Carosone, Ghigo, Buscaglione...».
A me mi piaciavano Love me do, A hard day’s night, i Beatles degli esordi (non il palloso e concettuoso White Album), l’Equipe 84 e i Rokes che andavo a sentire al Piper Club. Il Piper fu la vera rivoluzione per noi picciotti, altro che Sessantotti.
A dire il vero me la sono sempre tirata un po’. Non mi sono mai fatto coglionare dai prodotti nostrali che percepivo come provinciali, strapaesani, borghigiani. In italiano tenevo solo Con le mie lacrime (traduzione di As tears go by) cantata da Mick Jagger, da sua Altezza Satanica in persona, con spiccato accento di signorina londrina. Un 45 giri di rarità incommensurabile.
Moltissimissimo mi garbavano gli Who, i Kinks. E i Merseybeats ma solo perché ne possedevo fieramente un ellepì autografato. Andavo matto per il brit-blues, anche senza sapere cosa fosse il blues. Them, Animals, Yardbirds. Rolling Stones soprattutto.
D’altronde – lo sanno perfettamente gli studiosi – la mia pittura in principio ha fortemente risentito d’un modello ideo-geologico fatto di stratificazioni, mineralizzazioni, depositi alluvionali. Sedimenti di sentimenti: canyon, fenditure vaginali, deserti assetati di violente incursioni torrentizie.
Erosioni, esplosioni, passioni compresse. Complicazioni ormonali.
E ancora, eruzioni vulcaniche, eiaculazioni paniche, massi erratici, pinnacoli erotici, questi erano i miei soggetti prediletti. Quindi cinque Pietre Rotolanti erano il non plus ultra.
The last time, It’s all over now, Satisfaction, esprimevano egregiamente la condizione di incompreso incavolato in cui ogni ragazzetto si sente inscatolato, tipo: please, don’t let me be misunderstood. Mentre le loro versioni di I’m a king bee, Walking the dog, Little red rooster, fornivano propellente sessuale animale sufficiente alla mia fragile mente in via di sviluppo.
Fin quando non è arrivato il terremoto a scombussolare tutta quanta l’impalcatura.

La scossa giunse all’improvviso, senza farsi annunciare, senza presentare nessun biglietto da visita. Maleducata come ogni Big One che si rispetti.
Era il 1977, tutt’intorno la città bruciava sconvolta da gruppuscoli di rivoltosi, corpi speciali camuffati da pischelli, generici street fighting men, schegge impazzite sfuggite di mano a questo e quello.
La piazza era un vivaio talmente agitato e intorbidato da ospitare ogni genere di deformazione impolitica: squinternazionalisti, trasversalisti, indiani metropolitani & altri strani. Io ero fra loro, fra i mohicani romani cioè. Avevo gettato alle ortiche il pennello e impugnato il pennarello dell’agitpop.
Quando stavamo in gruppo ci faceva da colonna sonora ideale, da marcia trionfale, il riff di Whole lotta love. Lo intonavamo tutti quanti in coro. Du-du du-du dum.
Noi, che eravamo contro ogni dirigenza e ingerenza politica, contro il terrore dilagante, a favore del desiderio serpeggiante, del libero godimento nel sommovimento generale, ci facevamo introdurre dall’incipit più peso & crucco (Led Zeppelin) che al momento era dato di cognoscere. Lo consideravamo il nostro motivo votivo, ci pareva il massimo del deflagrante, del rimbombante rimbambente, del metallo urlante. Un inno unno. Unno contro tutti.
Ovvio che ancora non eravamo informati su Commando:

Commando – involved again.
First rule is: The laws of Germany
Second rule is: Be nice to mommy
Third rule is: Don’t talk to commies [communists, ndr]
Fourth rule is: Eat kosher salamis

la più efficace presa per il culo di ogni velleità militaristica millenaristica, nera, rossa o can che fugge.
A noi tardigradi ci volle del tempo per realizzare che tutto ricominciava da capo, che ci toccava resettare il corredo desossiribonucleico, rottamare il bagaglio vinilico pregresso, abbandonare i vecchi schemi scemi, non solo in campo politiko.
Loro, i Ramones, ci hanno mostrato la strada.
Da allora non mi sono distratto un attimo, ho sempre fissato il dito che me la indicava.
E che strillava e sillabava: «Gabba gabba hey!».
Stillava insanità da ogni poro, da ogni coro.


[Tra il 1974 e il ’96 i Ramones eseguirono più di duemila concerti, con una media di due esibizioni a settimana. Passarono anche dall’Emilia-Romagna. Per saperne di più si può consultare il documentatissimo sito www.ramonestory.it/]
 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli

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