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Chiedi chi era il terzo uomo

Testo tratto dal libro di Rudi Ghedini, “Rivincite. Lo sport che scrive la storia” (Vedano al Lambro, Edizioni Paginauno, 2018)

Città del Messico, 16 ottobre 1968: sul podio della finale olimpica dei 200 metri salgono due atleti afroamericani e uno australiano. Il vincitore ha appena fatto registrare il nuovo record mondiale. Ma, invece di gioire, i tre compiono un gesto silenzioso di protesta, contro la discriminazione razziale e per i diritti civili. Un gesto potente, che, finita la cerimonia, costerà loro molte ritorsioni. Quella di Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman è una delle storie più significative tra quelle raccontate nel suo ultimo libro dal giornalista e scrittore Rudi Ghedini.

No queremos Olimpiades, queremos revolución!, gridano gli studenti raggruppati in Piazza delle Tre Culture, il 2 ottobre 1968. Che i Giochi olimpici si svolgano nel loro Paese, non è motivo d’orgoglio per chi da mesi cerca di scalfire l’indifferenza dell’Occidente sulle crudeli ingiustizie che affliggono il Messico. Il governo non ha badato a spese: gli sfarzosi stanziamenti per gli impianti sportivi sono oggetto della critica di questi giovani, che vogliono far conoscere al mondo la corruzione e i soprusi della classe dirigente, la disperazione dei settori più poveri della società. Da decenni il potere è nelle mani di un’entità dal nome-ossimoro: Partito Rivoluzionario Istituzionale. Il presidente Gustavo Díaz Ordaz intende comunicare un’immagine artificiosa, nascondendo la miseria e le malattie che infestano la sterminata periferia della capitale.
Nell’anno del Maggio francese e della Primavera di Praga, dell’assassinio di Martin Luther King e di Bob Kennedy, delle impiccagioni dei neri in Rhodesia, della guerra civile in Biafra, delle immagini strazianti che arrivano da My Lay e altri villaggi vietnamiti, Città del Messico viene attraversata dai fuochi della rivolta. Nove giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi, sulla Piazza delle Tre Culture migliaia di studenti si vedono circondati da militari in assetto antisommossa.
Inconsapevoli precursori del movimento di Seattle, quei giovani intuiscono le potenzialità della comunicazione globale. La tragedia che li sovrasta apre una strada che nessuno può chiudere, la realtà sociale rompe l’ovattato recinto della tregua olimpica. “Macelleria messicana” sarà l’espressione scelta dai tribunali per descrivere i metodi con cui le forze dell’ordine hanno infierito sui no-global che contestavano il G8 di Genova, nel luglio 2001.

Con 30 voti su 58, la scelta di Città del Messico avviene a fine ottobre 1963, nella Sessione del CIO [Comitato olimpico internazionale] di Baden-Baden.
La protesta studentesca comincia nella primavera 1968, con l’occupazione di alcune sedi universitarie. Il ministro dell’Interno Echeverría ricorre all’esercito: il 30 giugno i soldati sfondano l’antica porta di San Idelfonso, l’università viene sgombrata a forza, il rettore Javier Barros Sierra fa issare la bandiera a mezz’asta. Di nuovo, il 28 luglio si verificano durissimi scontri fra manifestanti e polizia: otto studenti uccisi. Il 2 agosto, le strade della capitale vengono attraversate da un immenso corteo, vi partecipano anche il rettore (destituito) e parte del corpo accademico. Il movimento studentesco chiede l’abrogazione del reato di “dissoluzione sociale”, la destituzione dei capi della polizia e dell’esercito responsabili del massacro di luglio, la liberazione di tutti gli arrestati, un indennizzo alle famiglie delle vittime, lo scioglimento del corpo speciale dei Granaderos. Al rifiuto del governo, viene proclamato lo sciopero generale.
Il 5 e il 13 agosto, il 13 e il 22 settembre, manifestazioni sempre più numerose attraversano la capitale messicana. L’appuntamento del 2 ottobre sulla Piazza delle Tre Culture, quartiere Tlatelolco, serve a rilanciare la richiesta di liberare gli arrestati e ad avviare uno sciopero della fame che dovrà protrarsi fino all’inaugurazione delle Olimpiadi. Molti giornalisti stranieri sono già atterrati, ma nemmeno la loro presenza garantisce l’incolumità a chi protesta. Piazza delle Tre Culture viene circondata, autoblindo bloccano ogni via d’uscita, oltre diecimila persone si trovano in trappola. Alle 18.10 un elicottero lascia cadere tre bengala verdi. È il segnale che apre la mattanza.
Partono i primi colpi di mitragliatrice. Oltre ai soldati in divisa, agisce un gruppo paramilitare, il Battaglione Olimpia: come segno di riconoscimento, un guanto bianco sulla mano destra. “Il massacro del 2 ottobre ha segnato l’inizio del terrorismo di stato in America Latina.” [1] Dopo ventinove minuti di spari, sull’asfalto restano centinaia di corpi; a decine vengono caricati su camion dell’esercito, e cremati all’interno di una caserma. Fra i testimoni del massacro di Tlatelolco, Oriana Fallaci, inviata de “L’Europeo”, resta ferita alle gambe. Scrive che i colpi partivano anche da un cavalcavia e dalle finestre di edifici affacciati sulla piazza, il tiro al bersaglio proseguì per tre ore, i morti furono 560. Nel frattempo, con la protezione di altre truppe in assetto di guerra, lo stadio Azteca ospita le prove della cerimonia inaugurale.
[...]

Il sorteggio gli assegna la terza corsia. Tommie Smith ha vinto le Universiadi di Tokyo nel 1967, è il favorito della vigilia, ma esce con cautela dai blocchi di partenza, un risentimento muscolare lo tiene in apprensione, sa di dover vincere e resta quasi stordito dal boato che si solleva dalle tribune dell’Azteca. Come previsto, il più rapido è Carlos, in quarta corsia: guadagna un paio di metri e si presenta in testa sulla curva che spalanca il rettilineo finale.
Uscito dalla curva in quinta posizione, dalle lunghissime gambe di Smith si sprigiona un’accelerazione prodigiosa. Per rivedere una falcata simile, bisognerà aspettare Usain Bolt. A venti metri dall’arrivo, smette di spingere, avanza di pura inerzia, sull’abbrivio, si sente irraggiungibile, chiude a braccia aperte. E sorride... L’esultanza gli costa qualche centesimo di secondo, eppure chiude con un tempo mai corso prima (19”83). Carlos se lo vede sfrecciare accanto, sulla sinistra, il contraccolpo ne contrae gli ultimi passi, non sembra accorgersi di Norman, stilisticamente il più raffinato dei tre, che a sua volta lo supera a destra.
Ha diciannove anni quando Lee Oswald spara a Kennedy, ventuno quando uccidono Malcolm X, ventiquattro quando a renderlo famoso è un gesto, quel gesto oltraggioso, più della vittoria stessa: settimo di undici figli di raccoglitori di cotone, Tommie Jet Smith nasce a Clarksville, Texas. Per sfuggire alle trappole del razzismo, arriva presto a capire che, qualunque cosa faccia, deve essere il migliore. Nel primo anno di vita, i bambini neri muoiono il doppio dei bambini bianchi, in Vietnam i soldati neri sono più numerosi dei bianchi, nonostante costituiscano meno del 15% della popolazione, molti dei suoi amici non si aspettano di arrivare vivi a trent’anni; uno come lui, solo dai successi sportivi può ricavare le borse di studio che gli consentono di conseguire due lauree.
Trent’anni dopo il suo momento di gloria, una giornalista italiana lo rintraccia al Santa Monica College, periferia di Los Angeles. Fa l’insegnante di ginnastica, buona parte degli allievi ne ignora il passato. Ma lui non può dimenticare le conseguenze del suo gesto: telefonate di insulti, sacchi di letame scaricati davanti a casa, minacce di morte, anni di pedinamenti dell’FBI motivati dal suo essere una “minaccia per la sicurezza nazionale”. Dice di disprezzare quei neri che vogliono farsi accettare dai bianchi, soprattutto i simboli del consumismo, chi vende la faccia per reclamizzare marchi sportivi. Non ha condiviso la scelta di Muhammad Alì, ultimo tedoforo ad Atlanta; prova pena per lui, manipolato ed esposto al pubblico “come un vecchio nonno”.
La coerenza, Tommie Smith, l’ha pagata cara. Innumerevoli volte gli chiedono se ne valesse la pena, la risposta è sempre la stessa: “Quel gesto era mio. L’ho pensato, voluto, creduto. Mi serviva, ci serviva. Non l’avessi fatto ora sarei una persona diversa, non sarei l’uomo che sono e che sono contento di essere.” [2]

Ne hanno ricavato poster, adesivi, copertine, magliette, tazze, altri oggetti di largo consumo. “Mostrano sempre l’immagine. Ma non raccontano mai la storia.” [3] John Carlos esprime così l’amarezza, il cosciente risentimento per una gigantesca rimozione, quella che si cela dietro la fotografia più famosa della storia dello sport. Impossibile sapere quante pellicole fotografiche abbiano catturato quei momenti, l’inquadratura più celebre la firma John Dominis, reporter di “Life”.
Ne fanno parte cinque uomini, tre bianchi e due neri. Due bianchi di mezza età stanno in basso, sul prato, hanno appena effettuato la premiazione; quello con la fiammante giacca rossa è un Lord, David Burghley, grande capo dell’atletica leggera. Due neri e un bianco occupano il podio. Il primo a sinistra è un biondo australiano, consapevole comparsa di una vicenda leggendaria. In qualche riproduzione, il suo corpo viene escluso, quasi non facesse parte della scena. In altre è solo un’ombra sul lato sinistro. Ma anche quando l’immagine è completa, i più fanno caso solo ai due con la pelle scura, dimenticando il terzo uomo. Si chiama Peter Norman. Muore il 3 ottobre 2006, la circostanza fa riallacciare i fili di un’amicizia nata trentotto anni prima.
A Città del Messico, Norman conquista l’argento nei 200 metri, davanti a Carlos e dietro a Smith; il suo 20”06 è tuttora record di Oceania.
Sul podio, il colpo di scena: Smith e Carlos abbassano il capo e alzano un pugno chiuso guantato di nero, trasfigurano The Star-Spangled Banner non meno di Jimi Hendrix, il primo impeccabile nella tuta ufficiale (si legge bene il numero d’iscrizione: 307), l’altro con uno sguardo obliquo, più trasandato, maglietta in vista sotto la tuta slacciata (il 259 diviso dalla chiusura lampo). Non portano scarpe, al collo di Smith un foulard, a quello di Carlos collanine colorate, simboli dei linciaggi praticati negli Stati un tempo sudisti. Sono attimi infiniti, inarrivabile sintesi di fierezza e mestizia. Ora sappiamo che in quegli interminabili secondi, i due sono terrorizzati: temono di venire assassinati da un cecchino, come JFK, Malcolm X, il reverendo King.
Rivedi quella scena cento volte, e ogni volta, nell’attimo in cui Smith e Carlos fanno partire la protesta, sembra che dallo schermo si propaghi una scarica elettrica.
I due hanno studiato l’immagine da imporre, ma pare sia proprio Norman, nello spogliatoio, a suggerire di dividersi l’unico paio di guanti: Carlos li ha dimenticati, Smith gli passa uno dei suoi. In quello spogliatoio c’è un altro bianco, Paul Hoffman, membro della squadra USA di canottaggio: è lui a donare all’australiano la spilla dell’Olympic Project for Human Rights, ideato da Harry Edwards. Per questo, Hoffman verrà allontanato dalla nazionale e accusato di cospirazione.
Sulla verde divisa australiana, splende e luccica una spilla bianca con due corone di alloro e, nel mezzo, la scritta. Mentre gli altri abbassano il capo, ostentando il massimo distacco dalla bandiera a stelle e strisce, Norman guarda dritto davanti a sé. Il giorno dei funerali, Smith e Carlos affermano che nessun afroamericano avrebbe avuto tanto coraggio.
All’interno dello stadio, urla e fischi sono la reazione più diffusa. Poi scende un silenzio pesante. Camminando vicini, lentamente, i tre medagliati si allontanano dal podio. Cominciano a fare i conti con le conseguenze, che saranno peggiori delle più cupe previsioni: Smith e Carlos si vedranno stracciare i contratti per i meeting e le promesse di lavoro, le famiglie ricevono minacce di morte; la moglie di Carlos cade in depressione e finirà per suicidarsi, quella di Smith sceglie il divorzio.
Nel suo Paese, Norman non ha a che fare con altrettanta violenza, subisce discriminazioni più sottili: nonostante il risultato messicano e i tempi che dimostra di poter ancora correre, lo escludono dalla selezione per i Giochi di Monaco. Non lo invitano nemmeno all’inaugurazione di quelli di Sydney.
Solo nel 2012 il Parlamento australiano approva un documento che suona come solenne riabilitazione. I rappresentanti del popolo si scusano “per il trattamento da lui ricevuto al suo ritorno in Australia e nell’aver mancato di riconoscere il suo ruolo ispiratore... il Parlamento riconosce tardivamente il ruolo che Peter Norman ebbe nel promuovere l’uguaglianza delle razze”.

***

A quasi quarant’anni dall’esperienza messicana, i rapporti personali fra Smith e Carlos non sono idilliaci. Comunicano ricordi diversi, a volte si disputano il merito di aver ideato il guanto di sfida. Nessuno dei due, però, ha un attimo d’incertezza: alla morte di Peter Norman, volano in Australia. Sono fra quelli che portano la bara.
La cerimonia funebre si svolge il 9 ottobre 2006 presso il municipio di Williamstown. Non possono mancare le immagini sgranate di Città del Messico: prima la corsa, con Carlos davanti a tutti fino alla curva, superato da Norman sul rettilineo finale, dove esplode la fulminante accelerazione di Smith, che rimonta posizioni e si fionda sul traguardo; poi la salita sul podio, la consegna delle medaglie, l’alzabandiera, tre volti decisi e spaventati.
Insieme, hanno scritto un pezzo di storia. Inevitabile vengano coinvolti in occasioni commemorative: l’ultima, tutti e tre insieme, è nel 2005, quando l’università di San José inaugura una scultura, ispirata alla scena memorabile.
Sollevano il velo che copre l’opera: ecco il podio di Città del Messico. Due grandi figure in bronzo rivestito a mosaico con azulejos portoghesi, in cinque gradazioni di blu: Tommie Smith e John Carlos, i loro pugni sollevati al cielo. Del terzo uomo, solo l’impronta dei piedi. L’artista ha lasciato uno spazio vuoto, ognuno può prendere parte alla scena, intervenire sull’assenza, inserire il proprio corpo in quel vuoto.
Chiunque passa da lì, fotografa e si fa fotografare. Alcuni si inseriscono per qualche secondo nella profondissima impronta lasciata dal meno celebrato dei tre. Raccolgono il testimone di Peter Norman, entrando in punta di piedi nella storia dello sport e in quella delle rivoluzioni.

Note
[1] Elena Poniatowska, “La Jornada” (Messico), tradotto in “Internazionale”, 23 maggio 2008.
[2] Emanuela Audisio, Smith: “Alì e Jordan clown dei bianchi”, “La Repubblica”, 15 ottobre 1998.
[3] Lorenzo Iervolino, Trentacinque secondi ancora. Tommie Smith e John Carlos: il sacrificio e la gloria, Roma, 66thand2nd, 2017.

 

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A cura di Vittorio Ferorelli

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