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Il collezionista sul divano

di Gino Zucchini. Da Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008), Bononia University Press, IBC 2008.

10 giugno 2010

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Oggi un volume raccoglie, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, una selezione di testi tratti dall’archivio di IBC, offrendo l’occasione di ricomporre, attraverso i frammenti delle singole voci recuperate, la storia culturale di una regione, dagli anni Settanta a oggi.
Questo testo dello psicanalista Gino Zucchini è stato pubblicato per la prima volta nel n. 3/1997 della rivista “IBC”.

Il collezionista sul divano
di Gino Zucchini

Camminava lentamente a testa bassa, gli occhi fissi sulla terra battuta del cortile quadrato del Reparto 3 del “Roncati” [l’Ospedale psichiatrico di Bologna, ndr], chiuso dagli alti muri dell’edificio e occupato da due magnifici esemplari di ippocastano, all’ombra dei quali passeggiava la dolente e bizzarra schiera di ricoverati. Camminava appartato (come tanti d’altronde) e silenzioso: solo di tanto in tanto si chinava a raccogliere: un sassolino, una castagna matta, un biglietto del tram, un pezzetto di giornale, un tappo di sughero, un frammento di vetro colorato; il tutto facendo lestamente scomparire dentro i capaci tasconi della obbligata divisa di rozzo panno grigio che “uniformava” tutti i degenti (siamo nei primi anni Sessanta).

Col passare del tempo le tasche si gonfiavano deformando ulteriormente la sua figura: basso e tarchiato, finiva per apparire quasi più largo che alto; il suo aspetto non permetteva di attribuirgli un’età definita: la cupa follia lo aveva posto fuori del tempo. Difendeva tenacemente il suo enigmatico tesoro da ogni tentativo di manomissione. Rimase a letto, rifiutando cibo e parola, per una settimana, dopo che gli infermieri avevano deciso, per ragioni igieniche si capisce, di svuotargli le tasche e disinfettargli il giaccone. Pazientemente riprese la sua raccolta, ma nessuno osò più manomettere la sua collezione. Tenace, incupito, poco avvicinabile, difendeva la sua inaccessibilità.

Decisi di imitarlo: cautamente, da una certa distanza, mi disposi a ripetere la sua stessa raccolta, con una variante: misi i sassolini con i sassolini, i pezzetti di carta con i pezzetti di carta, le castagne con le castagne, le foglie con le foglie, eccetera: tanti mucchietti separati ben disposti entro un cerchio disegnato sul terreno; il tutto sotto gli occhi di chi volesse guardare. Mi osservò da lontano, sospettoso, poi, incuriosito, si avvicinò cautamente. Si chinò e a sua volta mi imitò: a sua volta dispose le sue “cianfrusaglie” in tanti mucchietti distinti avendo cura di collocare gli oggetti secondo un certo ordine di grandezza. Eppoi i suoi mucchietti risultarono molto più numerosi dei miei. L’ombra di un sorriso di sfida passò sul suo faccione altrimenti immobile: le categorie della sua insiemistica erano più numerose e sofisticate delle mie: aveva vinto lui e dunque poteva a buon diritto appropriarsi della mia raccolta che, difatti, sparì con la sua dentro i suoi tasconi.

A quel primo contatto altri ne seguirono: il collezionista mi ebbe per amico per tutto il tempo del mio servizio in quel reparto. Avrei più avanti imparato che quel suo comportamento apparentemente incomprensibile, pur risultando da una severa regressione a cui lo avevano spinto le vicende della vita, ma anche la indicibile miseria della degenza manicomiale (i pazienti non disponevano in quel tempo nemmeno di un armadio personale), era tuttavia l’ultima barriera elevata contro la catastrofe della disgregazione totale. Non più capace di raccogliere pensieri e parole, il collezionista raccoglieva oggetti per lui significativi, sistemandoli dentro le sue tasche, allusiva metafora della sua mente: nella sua tasca destra le cose buone da proteggere, nella tasca sinistra le cose cattive da controllare. Era dunque naturale che difendesse con tutte le sue forze quell’estremo territorio del suo raziocinio.

In principio era il Caos. In qualche modo ne emerse il Kosmos. In greco e in latino kosmos e mundus godono entrambi di una doppia linea semantica, significando da un lato l’universo mondo e dall’altro la pulizia e l’ornamento (mondatura, cosmesi). Pare che per gli etimologi sia un rompicapo. È possibile risolverlo tenendo presente che il mundus è invero l’“universo conosciuto” e cioè “ordinato” e “ripulito” dalla conoscenza. Il caos viceversa è “immondo” e l’immondo è presieduto dal dia-bolos il grande confusionario. Viceversa il sym-bolon è agente ordinatore.

L’operazione di conoscenza, fin dall’infante che porta alla bocca ciò che gli pare buono e proietta intorno a sé ciò che gli pare cattivo, è operazione di distinzione, ordinamento e ripulitura del caos acquisibile al cosmo. Ciò richiede l’attivazione di competenze a raccogliere, catalogare, conservare. Il bambino è presto collezionista e prima di diventare, tra i sei e i dieci anni, un vero e talora appassionato collezionista degli oggetti più svariati, fu già collezionista di parole. L’ingresso nell’ordine del discorso obbliga a questa collezione. Il vocabolario di una lingua è il più grande museo vivente: una collezione di opere d’arte antichissime, e spesso di mirabile fattura, che hanno perduto il nome dell’autore. Senza questa competenza collezionistica non si impara a parlare, pensare, comunicare. E può accadere di ritrovarsi a misurare un cortile manicomiale, raccogliendovi preziose cianfrusaglie.

Il collezionista raccoglie oggetti significativi, oggetti cioè il cui carattere non è tanto quello di poter essere usati praticamente (come oggetti di consumo o attrezzi di lavoro) bensì quello d’essere portatori di un senso comunicabile, depositari di una storia, evocativi e rappresentativi di un’assenza presente, oggetti in qualche modo parlanti (tra res cogitans e res extensa: res loquens).

Raccolta, catalogazione, conservazione: di quadri, di bambole di pezza, di libri, di scatole di fiammiferi, di sculture, di francobolli, di nidi d’uccello, tutto è collezionabile: con l’aspirazione alla completezza (evocativa d’un sogno di perfezione): e che sofferenza per il pezzo mancante, per la raccolta incompleta, per l’oggetto perduto... Infiniti sono i musei possibili.

Ronald Ross, medico coloniale inglese in India, agli inizi del Novecento collezionò e classificò accuratamente tutte le possibili zanzare, senza di che non sarebbe stato possibile, poco più avanti, riconoscere l’Anopheles maculipennis, veicolo del plasmodio della malaria. Dobbiamo dunque al collezionismo immensi tesori d’arte, di storia e di scienza; la civiltà non è immaginabile senza questa passione.

Lo psicoanalista visita i musei con la curiosità e l’ammirazione di ogni altro visitatore e può ivi tenersi felicemente in vacanza dal proprio mestiere; perché la psicoanalisi, così credo, non ha gran che da dire intorno alle cose che destano la comune meraviglia e procurano emozioni felici; rischierebbe di farci la parte del grillo parlante.

A meno che...

A meno che non si imbatta nella patologia del collezionismo. Da un vecchio numero della “Settimana Enigmistica”, nella rubrica Strano ma vero: un miliardario americano, possessore di una favolosa collezione di francobolli, accuratamente custodita in cassaforte, possedeva tra gli altri un rarissimo pezzo di non so che tempo e paese, del quale esisteva un solo altro esemplare al mondo. Spese una fortuna per venirne in possesso e quando l’ebbe fatto suo... lo distrusse. Se fosse mai possibile indurre questo signore a distendersi sul divano dello psicoanalista (cosa peraltro assai poco probabile) verremmo forse a scoprire l’oscura perversione: esser padrone assoluto di un esemplare unico da adorare entro una cassaforte. Doveva costui esser ben poco sicuro di sé e della propria identità di individuo, esso sì esemplare unico e irripetibile, se era giunto ad affidare a quel piccolo oggettuzzo quelle stesse prerogative, alienandosi proiettivamente entro l’oggetto feticcio.

Non s’avvede costui di reificare sé stesso nel momento che anima fantasmaticamente la cosa.

Il feticismo è per l’appunto una possibile patologia del collezionismo, per effetto della quale il raccoglitore-conservatore finisce per preferire il rapporto onnipotente con l’oggetto inanimato alla relazione con le persone vive.

(Così il giovane Hanold della Gradiva di Jensen/Freud si innamora della celebre statuetta...).

Al tempo stesso collezionare oggetti per il possesso esclusivo e segreto equivale, con ogni evidenza, a tradire la natura propria dell’oggetto di collezione che è, come s’è visto, oggetto loquente, destinato cioè alla pubblica conversazione quand’anche formalmente posseduto dal privato. Gli scantinati dei nostri musei e gallerie e palazzi pubblici e privati abbondano d’opere d’arte colà dimenticate; altre vanno in malora a cielo aperto. S’è detto di giacimenti culturali. Giusto: sono finite sottoterra, e cioè all’inferno, e cioè nell’im/mondo.

La cosa consente un altro curioso rimando psicoanalitico.

Un bambino non abbastanza persuaso che le sue feci siano, per chi lo accudisce, un festoso regalo, può indursi a trattenerle ostinatamente nell’ampolla rettale, o a rilasciarle con accurata avarizia, e sempre col tormento di cose o troppo sporche o troppo preziose: le une e le altre da controllare ossessivamente. Così i potenti di questo Paese scontano spesso una analità storica: hanno occultato giacimenti d’arte e al tempo stesso hanno disperso ai quattro venti, ancora come immondizia, tutto quello che non si poteva occultare.

Non sono dappoco la fatica e la cura di chi si occupa di rifare le collezioni del mondo...

Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

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