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E forse il bacio

Testo tratto dal libro omonimo di Belinda Cannone (traduzione italiana di Chiara Contini, Modena, Mucchi Editore, 2017)

Per Pablo Picasso i temi fondamentali dell’arte si possono contare su due mani: “la gravidanza, la nascita, la sofferenza, l’assassinio, la coppia, la morte, la rivolta – e forse il bacio”. In un breve saggio, steso in forma di dialogo a tre voci, la scrittrice e saggista francese Belinda Cannone ha concentrato la sua personalissima indagine su questo misterioso gesto del desiderio, un “santuario della grazia” in cui il dare e il ricevere possono unirsi e... baciarsi.

§ 2. L’ineffabile

Prima di entrare nella mia casa di campagna, sono andata a raccogliere un mazzolino bianco di fine estate: quattro roselline di campo (la loro tenera modestia, la loro grazia di giovane contadinella), un’ortensia immacolata, due rametti di sinforina e, per esaltare tanto biancore, qualche anemone d’oriente, rosa pallido. Stamattina, ecco questo bouquet sbocciato sotto i miei occhi: potrei provare a descriverlo con maggiore precisione – i petali trasparenti delle rose, i minuscoli cuori color malva dei fiorellini dell’ortensia, la perfetta rotondità dei frutti della sinforina (ci viene quasi voglia di addentarli) e lo slancio zampillante delle anemoni... Ma certo non sono capace di restituire tanta bellezza: le parole indugiano sulla soglia delle mie frasi, non riesco nemmeno a definire veramente il rapimento speciale che sento. Tutt’al più posso fare appello alla conoscenza che ciascuno forse ne ha (segreto d’iniziato); ma se non si è già sensibili allo splendore dei fiori in concerto, le mie parole lo suggeriranno a stento.
Così, grazie ai fiori, si rinnova in me periodicamente l’esperienza di ciò che, nella realtà, resiste all’espressione. Un mazzo di fiori è esemplare perché è semplice e perché i fiori sono oggetti comuni, a portata di mano. Per stemperare l’idea di una certa banalità, bisogna tuttavia rilevare che i fiori scintillano dal mondo vivente, da quella natura in cui noi stessi – conniventi – siamo contenuti. Donde la loro capacità di risvegliare il senso della grazia: essi ci ricordano silenziosamente la nostra fortuna straordinaria di vivere in un mondo naturale perfettamente modellato sul nostro spirito – e viceversa. Voglio dire: in un mondo così bello.
Di questo mistero delle cose semplici e potenti partecipa anche il bacio. La stessa resistenza all’espressione: come davanti ai fiori, la parola esita, rimane molto al di qua dell’emozione. Quando sollecito la mia conoscenza del bacio, si forma nella mia mente l’idea confusa di uno slancio, di una gioia maiuscola – ma come dirlo con precisione? So da ciò che si chiama intimamente sapere, che il bacio è parente del desiderio – naturale! Altro segreto d’iniziato. Quali parole per dire il desiderio? Quel trasporto dell’essere verso un altro corpo-spirito? Al di fuori del momento in cui lo provo, è enigma e il suo annullamento mi lascia doppiamente disarmata, perché nell’intermittenza perdo finanche il suo ricordo. Come con un odore che ci piace, niente in esso è abbastanza sostanziale – o abbastanza semplice – perché possa rievocarne l’impressione a mio piacimento. E ho bisogno di riviverlo per riconoscerlo davvero.
Come per il bacio, anche per l’emozione del bacio. Se non bacio, non so più niente (di ciò che si chiama sapere) del bacio, eccetto questo fatto meraviglioso: che i nostri involucri carnali non ci separano gli uni dagli altri, che per un istante possiamo mescolarci, incontrarci nella parte più segreta, creare un luogo separato e protetto, sia con la stretta amorosa che con il bacio. Per dirlo con uno stile d’altri tempi: «Le nostre anime si incontravano e si moltiplicavano; da ogni bacio ne nasceva una nuova» [1]. Una da ogni bacio: momento di estrema fusione, dove si inventa ciò che Vivant Denon chiama un’«anima» e che preferisco definire un mondo per due.
Il modo migliore per attingere la bellezza di un mazzo di fiori è dipingerla: scegliere cioè un mezzo formale che ci permetta di restare vicinissimi alla loro realtà. La pittura rappresenta l’emozione dei fiori. Ma come evocare il bacio? Dipingerlo (scolpirlo) offre solo una suggestione, una comprensione parziale. Tentare con le parole?

[...]

§ 5. La nuvola

Da quando mi sono messa a riflettere sul bacio, ritrovo la felice condizione degli scrittori al lavoro: il reale diventa per loro un mare pescoso sul quale basta navigare affinché i pesci vengano incontro alla barca. Così la mia mente, segretamente in allerta, mi ha ricordato all’improvviso un quadro straordinariamente sensuale, dipinto dal Correggio nel 1531: Giove e Io. Nuda, con i boccoli raccolti in uno chignon un po’ trasandato, il bel sembiante leggermente rivolto verso di noi, Io siede su una roccia appena ingentilita da un bianco drappeggio: Giove le sta davanti e la cinge, avendo assunto, in questa sua nuova metamorfosi, l’avvolgente non-forma di una nuvola. Il momento scelto dal pittore è quello del bacio. Nella scena, si distingue l’enorme zampa grigia che abbraccia il fianco della bella reclinata e il viso faunesco che si posa nebuloso sulla guancia di Io o forse all’angolo della sua bocca: «Làsciati prendere», sembra sussurrarle. «Abbandònati al mio desiderio, al tuo desiderio». Questo bacio è un rapimento estatico.
Tra le numerose metamorfosi dell’olimpio seduttore, questa è la più conturbante. Quando Giove si fa toro per Europa, cigno per Leda oppure oro per Danae, assistiamo alla messa in scena del desiderio di un’altra persona, investita da uno sdoppiamento simbolico (toro, cigno, metallo prezioso) che non è il nostro. Ma quando si fa nuvola, l’imponderabile informe assimilabile a qualsiasi forma, diventa allora rappresentazione del desiderio nel suo principio, del Desiderio stesso: «O tu che per incanto riassumi queste seduzioni tanto insperate, quanto rispondenti al mio più segreto anelito!».
Essendo Io figlia di un fiume, il seduttore ha dovuto trarre le sue parvenze da un mondo liquido – si è fatto vapore acqueo. Ma, dato che egli palpita sul limite dell’inesistenza, il desiderio della donna riesce più evidente del suo: la nube forse sgorga soltanto dalla fantasticheria di Io – cosa resterà nel momento in cui, subito dopo, si sveglierà dal suo sogno sensuale?
Questo quadro mette in scena il bacio non già come una cosa vista (due corpi intrecciati per via delle bocche unite), ma come una percezione intima, una sensazione o un sentimento che apre i baciatori a un mondo di delizie. Il bacio come spazio mentale e sensibile suscitato dalle labbra, accanto alla vita ordinaria, al di sopra di essa – dilatazione, eccezione, godimento. La dimensione onirica dell’opera restituisce la natura e la vocazione del bacio: creare immediatamente (o per il tramite delle sole bocche) un territorio psichico (corpospirito) per due, congiunto all’immensità del cielo.
Siccome ero molto contenta di essermi potuta spiegare il piacere che mi ha sempre procurato quel quadro feticcio, ho continuato con il mio slancio plastico. Amo da sempre l’idea della coppia formata da Amore e Psiche e non mi pare affatto sorprendente che l’uno abbia incontrato l’altra, che abbiano avuto la vocazione di amarsi. Corpo e anima, come avrebbero potuto non trovarsi quei due? Che cosa sarebbe il desiderio amoroso senza la levità dello spirito? Quando ho voluto sapere in quale momento accadeva quel loro bacio celebrato da tanti quadri e da tante sculture, quale nodo narrativo scioglieva o stringeva, ho riletto le Metamorfosi di Apuleio. Sorpresa: non ho trovato nessun bacio.
La lunga storia dice che Psiche era figlia di un re ed era così bella da intimorire i possibili pretendenti. Un giorno, un oracolo annuncia a suo padre che occorre esporla su una roccia dove un mostro crudele verrà a prenderla e la sposerà. Il padre obbedisce. Fortunatamente, un vento propizio solleva Psiche e la trasporta entro un magnifico giardino, dove si addormenta profondamente. Al suo risveglio, scopre un grande palazzo dove varie voci si dichiarano al suo servizio e dove, al calar della sera, una presenza – tutt’altro che mostruosa come aveva predetto l’oracolo – dice di essere il suo sposo, ma le ordina di non tentare mai di guardarlo, se non vuole perderlo per sempre. Dopo notti di felicità con quel suo invisibile coniuge, spinta dalle sue sorelle, Psiche nasconde una lampada per poterlo rimirare mentre dorme. E così scopre un giovinetto bellissimo. Svegliato però da una goccia d’olio bollente, Amore – poiché si trattava proprio di lui – fugge via. Seguono numerose peripezie: Psiche erra per il mondo finché Afrodite, irritata dalla sua bellezza, la riceve nel suo palazzo per infliggerle tormenti e per sottometterla a diverse prove. Al termine di una di queste, nonostante il divieto, la fanciulla apre – nuova trasgressione – un flacone contenente l’acqua della Giovinezza (un dono di Persefone) e piomba di nuovo in un sonno profondo.
Alla fine – ed ecco dove trovo la mia risposta – Amore, incapace di dimenticarla, per tirarla fuori dal suo sonno magico la punge con una delle sue frecce. Trasposizione interessante – mi sono detta – e che non è rara, credo. In numerose rappresentazioni plastiche, spesso il bacio sostituisce gesti o sentimenti che in tal modo va ad esaltare, e non mi stupirei se, partendo alla ricerca dei baci nelle storie che hanno ispirato tanti pittori e scultori, non mi riuscisse di trovarli. A proposito: Zeus naturalmente concesse ad Amore di sposare quella mortale.

Nota
[1] Vivant Denon, Senza domani, traduzione italiana di Ena Marchi, Milano, Adelphi, 1989, p. 33.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli