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24 Settembre 2015 | Racconti d'autore

Fratello nostro corpo

Testo tratto dal volume di Vito Fumagalli “Solitudo carnis. Vicende del corpo nel Medioevo” (Bologna, il Mulino, 1990)

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Alessia Del Bianco

In occasione del “Festival Francescano 2015”, a Bologna dal 25 al 27 settembre, rileggiamo un passo in cui Vito Fumagalli, storico del Medioevo, racconta la concezione del corpo dal punto di vista di San Francesco da Assisi.

“Una notte, mentre tutti gli altri frati dormivano, uno di essi gridò a gran forza: ‘Muoio di fame’. San Francesco allora si alzò e fece preparare la tavola; poi mangiò con lui perché non si vergognasse di farlo da solo… anche gli altri frati mangiarono con loro. Dopo che ebbero finito, Francesco disse: ‘Fratelli miei, ognuno di voi deve rispettare la sua natura: se uno può campare con meno cibo di un altro, questo non deve imitarlo, perché ha bisogno di mangiare di più, e così, tenendo in conto se stesso, dia al suo corpo ciò che gli è necessario, in modo che il corpo rafforzato possa servire allo spirito. Infatti, noi siamo obbligati ad astenerci dal mangiare troppo, che nuoce al corpo e all’anima, ma dobbiamo guardarci da un’eccessiva astinenza, perché il Signore vuole la misericordia e non il sacrificio’. E aggiunse: ‘Fratelli carissimi, abbiamo mangiato con il mio fratello per amor suo perché non avesse vergogna di mangiare da solo: a ciò mi ha spinto il dovere della carità'”.

Questo episodio, riferito dalla Leggenda dei tre compagni, composta in un periodo difficile da stabilire, tra Duecento e Trecento, ci propone uno dei tratti fondamentali del Santo, che la memoria di tanti suoi seguaci non poteva dimenticare: l’attenzione alla corporeità dell’uomo, il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato come cosa buona in se stessa. È un atteggiamento che affonda le radici nella rinnovata considerazione dell’uomo che coinvolge larghi strati della società tra XII e XIII secolo, destinato a durare nel tempo, anche se, già verso la fine del Duecento (ma ancor prima, pur se con minore efficacia), decisamente contrastato da molti, fra i quali non mancarono esponenti dello stesso Ordine francescano.
L’evoluzione dell’ordine vide acute tensioni fra quanti intendevano il messaggio del fondatore in chiave di apertura umana alla società, ai suoi problemi, e coloro, invece, che subivano ancora una volta il fascino della penitenza e dell’isolamento monastico e non tolleravano compromessi con il mondo e le sue debolezze. Molti Francescani, verso la fine del Duecento, preferirono alla carità, all’amore per gli uomini, alla tolleranza delle loro debolezze, il rigore della penitenza, della povertà assoluta, il che significava, in fondo, il disprezzo della vita.

Iacopone da Todi, francescano, torturò fino allo spasimo il proprio corpo, compiacendosi delle sofferenze, delle malattie, della morte, fantasticando sulla decomposizione della carne, vedendo della vicenda terrena solo questo esito triste, ingigantendolo nella descrizione:

“Dove sono gli occhi, ora purificati? Si sono gettati fuori dal loro luogo. I vermi li hanno mangiati. Non temere, ora, di peccare d’orgoglio. Ho perso gli occhi con i quali peccavo, camminando per strada, nel guardare la gente, nel far segni a essa. O me dolente, ora sto male: il corpo è divorato e l’alma brucia!  Dov’è ora il naso, che ti serviva per odorare? Quale ferita l’ha fatto cadere? Non ti sei potuto salvare dai vermi: la tua superbia s’è molto abbassata. Questo mio naso, che avevo per odorare è caduto con molto fetore: non l’avrei detto quando amavo ii mondo falso, pieno di brutture… è caduta la carne, sono rimaste le ossa… Ora guardami, o uomo che vivi: mentre sei nel mondo non essere folle: pensa, pazzo, che presto sarai in grande dolore”.

La morte, intesa come fetida e vergognosa sconfitta del corpo, è evocata a gettare il buio e lo spavento sulla vita quotidiana. La distanza che separa le parole di Iacopone dall’insegnamento del fondatore del suo Ordine non si può colmare. La morte “sorella” di Francesco è l’assopirsi sereno della vita, non certo la sua negazione: “Laudato sii, o mio Signore, per nostra sorella Morte corporale, dalla quale nessuno può scampare”. Il corpo, creato da Dio, va rispettato, va ammirato nella sua forza, va tollerato nelle sue debolezze. Come ci racconta la Leggenda dei tre compagni:

“In un’altra occasione, il beato Francesco venne a sapere che un frate ammalato aveva voglia d’uva e si vergognava di chiederla. Ne fu pietosamente colpito e decise di accompagnarlo in una vigna, dove, sedendosi l’uno accanto all’altro, Francesco si mise per primo a mangiare l’uva, perché il frate non provasse vergogna a mangiare da solo”,

Episodi che mostrano l’assenza in Francesco di atteggiamenti di rigida condanna della corporeità sono numerosi, sia in questa che in altre biografie del Santo, a testimoniare la forza di un comportamento che a lungo lascia l’impronta nella memoria dell’Ordine da lui fondato. Anzi, la benevolenza, la considerazione del valore intrinseco della corporeità si allarga ad accettare serenamente l’intero mondo naturale, buono in se stesso e specchio di Dio. Gli occhi di Francesco sono ben aperti sulla natura, certo non coperta da un grigio velo come sarà per molti suoi seguaci, soprattutto all’atto della maturazione di un processo involutivo, iniziato ancora lui vivente e culminato nella seconda metà del Cinquecento. Così leggiamo nello Specchio di Perfezione:

“Noi che gli eravamo vicini lo vedevamo illuminarsi a tal punto dentro e fuori nel vedere ogni creatura, che, mentre le toccava e guardava, sembrava che non fosse più sulla terra ma si trovasse con il suo spirito in Cielo. Per le molte gioie che le cose create gli davano, poco prima di morire compose lodi del Signore per tutto ciò che aveva creato e per stimolare coloro che lo ascoltavano a lodare Dio, oltre che per far sì che tutti lo ammirassero nelle sue creature”.

Certamente è religiosa la cornice nella quale Francesco colloca il quadro della realtà fisica. Come potrebbe essere diversamente? Ma è importante rilevare che per Francesco il mondo della natura non esiste soltanto per mantenere in vita l’uomo e testimoniare Dio; il mondo fisico ha una sua autonoma esistenza, una bellezza propria, una caratteristica, inoltre, di indispensabilità per la fantasia umana, primo ponte tra l’uomo e Dio, primo stimolo alla sua conoscenza. Se pensiamo a questi valori attribuiti al mondo naturale, all’uomo, all’animale, alla pianta, dobbiamo capirne non solo la congenialità con la considerazione laica della vita e della sua positività, ma anche il contrasto profondo con una larga coscienza collettiva in cui riaffiorava da decenni l’antica credenza nel Male.

[…]

Anche se nel Medioevo la cupezza del Male non aduggia le fantasie dell’uomo di Chiesa come nei primi secoli dell’era cristiana (che sono gli ultimi dell’antichità), tuttavia, a tratti, essa risorge. Tra XII e XIII secolo i Càtari la riporteranno sulla scena: l’anima è prigioniera del corpo, della carne, che perciò va rigenerata con la procreazione. Tutta la materia è Male; perciò la povertà, la penitenza, che attirano dalla loro parte molti credenti messi in crisi profonda dal diffondersi del benessere, del lusso e, nella sostanza, da una nuova, positiva concezione dell’esistenza terrena.

Dopo la persecuzione durissima che essi subirono nel Sud della Francia e l’intervento dei Frati a iniziare dal 1233, l’anno dell’Alleluja, i Catari videro diradarsi le proprie file. […]
Ciononostante, la bandiera della penitenza, il vessillo della lotta al peccato, alla carne e, in fondo, la condanna della fisicità, rimasero. Il coraggio di Francesco fu di andare in senso contrario a una corrente che, emarginati, estinti gli estremismi, abolite le frange, ingrossava sempre più nel suo mezzo, finendo poi per coinvolgere anche gli stessi seguaci del Santo. Non fu un caso che contemporaneamente all’Ordine di Francesco nascesse quello di Domenico, di ben altra natura, e certo non attraversato e lacerato dalle crisi, dalle tragedie, dai lutti che segnarono la storia dei Francescani, abbarbicati a quella società, ai suoi problemi, alle sue contraddizioni.

 

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